Aspettava che entrassi in cucina prima di avvicinarsi alla ciotola.
Mi osservava mentre tagliavo le verdure.
Guardava la moka borbottare con un’espressione indignata.
La prima cosa con cui giocò non fu nessuno dei giocattoli che avevo comprato.
Fu il tappo di plastica di una bottiglia.
Lo feci cadere.
Rotolò sotto il tavolo.
Tito lo fissò.
Poi saltò.
Scivolò, urtò contro una gamba della sedia e rimase fermo come se fosse colpa della sedia.
Risi.
Scappò di tre passi.
Poi si voltò.
Quello diventò il nostro modo di procedere.
Scappa.
Fermati.
Voltati.
Riprova.
Di notte diventava più coraggioso.
Saltava sul letto quando pensava che dormissi.
Camminava sopra la coperta vicino ai miei piedi.
Una notte si acciambellò accanto alla mia gamba.
Durò forse dieci secondi.
Poi cambiò idea e sparì.
Io rimasi sveglia nel buio sorridendo come una sciocca.
A una certa età pensi che le emozioni grandi debbano avere ragioni grandi.
Un matrimonio.
Un figlio.
Una laurea.
Una casa.
Poi ti ritrovi immobile sotto le coperte per non disturbare tre chili di gatto che hanno deciso di fidarsi di te per dieci secondi.
Tito scoprì anche la finestra.
Il mio soggiorno dava sul cortile interno del condominio.
Niente panorama.
Cassonetti.
Automobili.
Qualche vaso sui balconi.
I pensionati sulle panchine.
La signora Rosa che scuoteva le tovaglie nonostante il regolamento.
Tito lo adorava.
Ogni mattina si sedeva lì.
Osservava le persone tornare dal supermercato di zona.
I bambini attraversare il cortile con gli zaini.
Il postino.
Un merlo che aveva scelto l’antenna del palazzo come proprio regno personale.
Più guardava il mondo, meno sembrava temerlo.
Capivo bene quel bisogno.
Dopo la morte di Carlo ero stata così per mesi.
Andavo a prendere il pane solo quando sapevo che il negozio era quasi vuoto.
Evitavo certe coppie che conoscevamo da anni perché temevo la domanda:
«Come stai?»
Come si risponde?
Bene era falso.
Male faceva sentire in colpa gli altri.
Così avevo imparato anch’io a osservare la vita da una distanza sicura.
Forse era quello che Tito faceva dalla finestra.
Non partecipava ancora.
Controllava che il mondo continuasse senza aggredirlo.
Poi arrivò il primo vero passo indietro.
Una collega, Mirella, doveva riportarmi una pirofila che le avevo prestato.
Mi chiese se poteva salire cinque minuti.
Avrei voluto dire di no.
Poi pensai che stessi esagerando.
Le persone hanno ospiti.
I gatti devono abituarsi.
Non si può vivere chiusi in una campana di vetro.
Così dissi sì.
Tito quella mattina era stato particolarmente tranquillo.
Aveva inseguito un laccio nel corridoio e mi aveva persino permesso di appoggiare una mano sul suo fianco.
Quando Mirella entrò, lui era sulla poltrona.
Lei lo vide e gridò:
«Ma eccoloooo!»
Tito sparì sotto il divano.
«È ancora molto timido», dissi.
Lei si inginocchiò.
«Vieni, piccolo! Dai! Non ti faccio niente!»
Sentii lo stomaco stringersi.
Ci sono persone che quando sentono “ha paura” capiscono “devo dimostrare che con me sarà diverso”.
Allungò una mano.
«Mirella, meglio lasciarlo stare.»
Lei rise.
«Ma sembra quasi selvatico.»
Quelle parole mi fecero male.
Non perché volesse essere cattiva.
Proprio perché non lo era.
Era superficiale.
E certe volte la superficialità ferisce più della cattiveria.
«Non è selvatico.»
La mia voce uscì più dura del previsto.
«È spaventato.»
Mirella mi guardò come si guarda qualcuno che prende troppo sul serio un animale.
Rimase meno di un quarto d’ora.
A me sembrò un pomeriggio intero.
Quando se ne andò, Tito non uscì più.
Non quella sera.
Non durante la notte.
Non la mattina dopo.
Il cibo spariva quando dormivo.
Io, invece, non lo vedevo.
Mi sedetti davanti al divano con un senso di colpa che mi stringeva il petto.
Avevo voluto comportarmi da persona normale.
E per dimostrare che tutto era normale avevo ignorato quello che Tito mi aveva già spiegato.
La domenica sera mi sdraiai sul tappeto.
Infilai un braccio sotto il divano e lasciai la mano aperta.
Non lo toccai.
«Scusami.»
Aspettai.
«Scusami davvero.»
Dopo un tempo lunghissimo sentii un baffo sfiorarmi il pollice.
Poi un naso.
Nient’altro.
Ma il ponte non era crollato.
Aveva soltanto bisogno di essere riparato.
Il lunedì chiamai Elisa.
Le raccontai tutto.
Lei rimase in silenzio.
Poi disse:
«Non significa che hai rovinato tutto. Significa che lui si è ricordato.»
Fu allora che mi spiegò il resto.
Tito era passato da almeno tre case.
Forse quattro.
In una veniva continuamente preso in braccio perché pensavano che le coccole forzate lo avrebbero reso più affettuoso.
In un’altra volevano un cucciolo che giocasse subito, dormisse sul letto, accogliesse gli ospiti e facesse divertire tutti.
Quando non era successo, qualcuno lo aveva definito “freddo”.
Freddo.
Un cucciolo che non aveva ancora perso tutti i dentini da latte.
Elisa sospirò.
«A molte persone piace l’idea di salvare qualcuno. La realtà molto meno.»
Quella frase mi rimase addosso.
Perché non riguardava solo gli animali.
Quante volte avevo sentito dire di un anziano:
“È diventato impossibile.”
Quando magari aveva semplicemente paura di perdere la propria autonomia.
Quante volte una vedova era stata definita “chiusa” perché non aveva voglia di partecipare alle feste.
Quante volte un figlio adulto in difficoltà era diventato “ingrato” perché il dolore non lo rendeva abbastanza gentile.
Abbiamo una fretta terribile.
Fretta che gli altri guariscano.
Fretta che tornino simpatici.
Fretta che smettano di disturbare il nostro equilibrio.
Quella sera tornai a casa con una decisione.
Nessuno sarebbe più entrato senza che io pensassi prima a Tito.
Niente visite a sorpresa.
Niente mani invadenti.
Niente persone convinte che bastasse dire “gli animali mi adorano” per meritarsi la sua fiducia.
E iniziai quella che chiamavo “l’ora del pavimento”.
Dopo il lavoro mi sedevo a terra.
Leggevo.
Pagavo bollette.
Piegavo asciugamani.
A volte non facevo assolutamente niente.
Tito ricominciò a comparire.
Prima un orecchio.
Poi una coda.
Poi il corpo intero sotto il tavolino.
Una sera salì con le zampe anteriori sulla mia coscia.
Non per affetto.
Voleva vedere cosa stavo mangiando.
Pane e tacchino arrosto.
Gli diedi un pezzettino minuscolo.
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