Lo prese e scappò a due metri di distanza.
Io risi.
«Va bene, Tito. Facciamo finta che tu non sia appena salito sulle mie gambe.»
Pochi giorni dopo trovai un avviso nell’atrio.
Controllo degli impianti negli appartamenti.
Giovedì mattina.
Dalle nove alle dodici.
Sentii lo stomaco scendere.
Estranei.
Rumori.
Attrezzi.
Porte aperte.
Preparai il bagno come una stanza sicura.
Acqua.
Cibo.
Lettiera.
Coperta.
Una mia felpa.
Il trasportino aperto con un telo sopra.
Persino il vecchio cuscino di Carlo che Tito aveva iniziato ad annusare spesso.
Alle otto e quaranta lo accompagnai dentro con una fila di bocconcini.
Chiusi la porta soltanto quando fu entrato da solo.
Alle dieci e diciassette bussarono.
Tre colpi forti.
Dall’altra parte della porta del bagno sentii Tito lanciarsi contro il legno.
Mi gelai.
Aprii subito.
Due tecnici entrarono.
Uno con una valigetta.
L’altro con una scaletta.
«Ho un gattino molto spaventato nel bagno. Quella porta non va aperta.»
Annunciarono di aver capito.
Poi, mentre firmavo un foglio, l’uomo con la scaletta allungò automaticamente la mano verso la maniglia.
«No!»
La parola uscì da me come una frustata.
L’uomo si fermò.
Anch’io rimasi sorpresa dalla mia voce.
«Mi scusi», aggiunsi subito. «Ma davvero, quella porta no.»
Lui fece un cenno.
Finirono in pochi minuti.
Appena se ne andarono aprii il bagno.
Tito sembrava scomparso.
Guardai dietro il water.
Nella doccia.
Sotto il mobile.
Niente.
Poi vidi un frammento di pelo grigio infilato in una fessura strettissima accanto ai tubi.
Era schiacciato contro il muro.
In un posto scomodo.
Polveroso.
Quasi impossibile.
Mi sedetti sulle piastrelle.
Pensai che la paura fa questo.
Ti convince che persino un posto che fa male sia preferibile all’essere visto.
Rimasi lì quasi un’ora.
«Sono andati via.»
Silenzio.
«Non entra più nessuno.»
Silenzio.
Poi apparve una zampa.
Una testa.
Due occhi enormi.
Tito uscì tremando.
E accadde qualcosa che non aveva mai fatto.
Si arrampicò direttamente su di me.
Non con grazia.
Non come nei video teneri.
Mi piantò le unghie nei pantaloni e salì disperato fino al petto.
Lo strinsi.
Sentii il suo cuore impazzito contro il mio.
Restò lì.
A lungo.
Quello fu il momento in cui capii che qualcosa era cambiato.
Una volta era venuto da me mentre piangevo.
Adesso era venuto da me mentre era lui ad avere paura.
C’è una differenza enorme.
Da quel giorno inventò piccoli rituali.
Quando tornavo, compariva nel corridoio.
Io posavo la borsa.
«Sono tornata.»
Lui si lasciava cadere su un fianco con l’aria di chi aveva appena sopportato una giornata durissima.
La signora Rosa cominciò a lasciare davanti alla mia porta piccoli sacchetti di stoffa cuciti da lei, riempiti di erbe profumate adatte ai giochi.
Non bussava.
Non voleva spaventarlo.
Una mattina trovai un biglietto.
“Per Tito. Non serve che mi ringrazi. I paurosi vanno rispettati.”
Sorrisi per mezz’ora.
Poi anche il signor Enzo del secondo piano iniziò a chiudere più piano la porta dell’ascensore.
Il ragazzo che abitava di fronte smise di far rimbalzare il pallone nel corridoio.
Nessuno fece grandi discorsi.
Nessuno organizzò nulla.
Erano piccoli gesti.
Ma improvvisamente mi resi conto che attorno a quel gattino impaurito un intero pianerottolo aveva imparato a fare un po’ meno rumore.
Forse il cuore di un quartiere è proprio questo.
Non la grande solidarietà che finisce sui giornali.
Una porta chiusa più piano.
Un sacchetto lasciato sullo zerbino.
Qualcuno che ricorda che dietro un muro vive un essere spaventato.
La prima volta che Tito fece le fusa quasi non me ne accorsi.
Pioveva.
Io ero sul divano.
Lui si sedette vicino alla mia coscia.
Non addosso.
Vicino.
Appoggiai una mano sul cuscino tra noi.
Tito annusò le nocche e poi posò il mento sulla mia mano.
Sentii un rumore.
Pensai fosse il termosifone.
Poi ancora.
Un motorino minuscolo.
Incerto.
Arrugginito.
Come se il suo corpo stesse cercando di ricordare come si fa a rendere udibile la felicità.
Le lacrime cominciarono a scendermi.
Non mi mossi per venti minuti.
Perché quando una carezza arriva dopo tanta paura, sai esattamente quanto è costata.
Qualche settimana più tardi arrivò il temporale.
Uno di quelli violenti.
Tuoni capaci di far vibrare i bicchieri.
Lampi che trasformavano per un attimo il soggiorno in una fotografia bianca.
Tito sparì sotto il letto.
Mi inginocchiai.
E pensai:
Eccoci.
Di nuovo all’inizio.
Poi un tuono scoppiò così vicino che la finestra tremò.
Mi aspettavo che Tito si spingesse ancora più in fondo.
Invece uscì.
Di corsa.
Basso sul pavimento.
Terrorizzato.
Dritto verso di me.
Mi saltò sulle gambe con tanta forza da farmi perdere l’equilibrio.
Le unghie attraversarono i pantaloni.
Il corpo tremava.
Lo avvolsi con la coperta.
Tito nascose il muso contro il mio petto.
Restammo così mentre il temporale scuoteva il palazzo.
Non era diventato coraggioso.
Aveva ancora paura.
Ma aveva deciso una cosa.
Avere paura con me era meglio che averne da solo.
Mi tornò in mente la prima sera.
Il trasportino.
Quegli occhi immobili.
Il gattino che usciva soltanto quando io lasciavo la stanza.
Adesso il rumore più forte che avesse mai sentito in quella casa non lo aveva fatto scappare da me.
Lo aveva fatto correre verso di me.
Per qualcuno può sembrare poco.
Per me era una vita intera che cambiava direzione.
Pensai a tutte le etichette che avrebbe potuto ricevere.
Troppo timido.
Difficile.
Poco affettuoso.
Non si lega.
Non è il gatto giusto.
Parole comode.
Parole usate quando non si vuole dire la verità:
“Volevo essere amato subito.”
Tito non diventò mai un gatto che adorava tutti.
Se cadeva una forchetta, scappava.
Se qualcuno bussava forte, spariva.
Non gli piaceva essere sollevato.
Non amava le voci alte.
Quando arrivavano i miei figli, aveva bisogno di tempo.
Francesca imparò a sedersi senza cercarlo.
Paolo entrava, mi abbracciava e poi faceva finta che Tito non esistesse finché era Tito ad avvicinarsi.
Persino i miei nipoti capirono la regola.
Niente rincorse.
Niente braccia allungate.
Aspettare.
La domenica, a poco a poco, Tito cominciò a sedersi sotto il tavolo durante il pranzo.
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