Pregavo che il vecchio vicino sparisse, poi una lettera sul suo portico mi rivelò ciò che nessuno aveva capito

Pregavo che il vecchio accanto sparisse. Quando morì, trovai una lettera che mi fece vergognare di ogni giudizio

Lo pensai davvero.

Non una volta sola, per rabbia.

Lo pensai con quella calma vigliacca con cui a volte si formulano i pensieri peggiori.

Ero alla finestra della mia cucina, con una tazza di caffè costoso in mano, quando vidi il vecchio Ernesto agitare il bastone contro un gatto randagio.

«Via! Sparisci! Non ti voglio qui!»

Il gatto saltò giù dal portico e si nascose sotto la siepe.

Ernesto continuò a borbottare.

Io tirai la tenda.

“Quando non ci sarà più, staremo tutti meglio.”

Tre giorni dopo, l’ambulanza arrivò davanti a casa sua.

E da quel momento non sono più riuscito a guardare un vicino, un anziano o una porta chiusa nello stesso modo.

Mi chiamo Luca, ho cinquantatré anni e vivo in una cittadina dell’Emilia dove tutti dicono di conoscersi, ma spesso sappiamo più cose sulle tende nuove del vicino che sui suoi dolori.

La strada in cui abito una volta era fatta di villette semplici, orti, garage pieni di attrezzi e sedie di plastica lasciate fuori d’estate.

Poi le cose cambiarono.

Arrivarono famiglie più giovani, professionisti che lavoravano in città, case ristrutturate con cancelli automatici, videocitofoni, facciate color crema e giardini perfetti.

Anch’io ero arrivato così.

Avevo comprato una casa moderna, ristrutturata da cima a fondo dopo anni passati a Milano.

Dopo il divorzio volevo ordine.

Silenzio.

Una vita senza sorprese.

La casa di Ernesto era esattamente il contrario.

Intonaco grigio che cadeva a pezzi.

Persiane scolorite.

Un cancello che cigolava.

Una grondaia leggermente storta.

Sul portico c’era sempre la stessa sedia a dondolo, annerita dal tempo, e accanto una cassettina di legno che probabilmente esisteva da prima che io nascessi.

In una strada dove tutti cercavano di fare bella figura, quella casa sembrava una provocazione.

Alcuni la chiamavano “la rovina”.

Qualcuno, nel gruppo dei residenti, aveva scritto “la macchia della via”.

Lo avevo letto.

Non avevo risposto.

Ma dentro di me ero d’accordo.

Ernesto aveva settantotto anni.

Portava camicie a quadri consumate, pantaloni da lavoro e scarpe pesanti anche quando non lavorava più da anni.

Non salutava quasi nessuno.

Se un corriere parcheggiava male davanti al suo cancello, usciva a protestare.

Se qualcuno lasciava il sacchetto della plastica nel giorno sbagliato, lui lo notava.

Se dei ragazzi passavano ridendo troppo forte, si affacciava.

«Una volta si aveva rispetto!»

I bambini lo chiamavano “il generale”.

Gli adulti sorridevano.

Io no.

Io lo trovavo insopportabile.

Poi c’era il gatto.

Era un maschio tigrato, magro, con un orecchio segnato e una zampa posteriore che appoggiava male.

Noi della strada lo avevamo soprannominato Scheggia.

Non apparteneva a nessuno.

Eppure apparteneva un po’ a tutti.

La signora Rosanna gli lasciava dell’acqua.

Il ragazzo della panetteria gli dava ogni tanto un pezzetto di prosciutto.

Io stesso, qualche volta, gli avevo appoggiato una ciotola vicino al garage.

Scheggia però tornava sempre da Ernesto.

Ogni mattina saliva i tre gradini del suo portico.

E ogni mattina succedeva la stessa scena.

«Vai via!»

Ernesto batteva il bastone sul pavimento.

A volte lanciava vicino al gatto una lattina vuota.

Mai addosso, questo l’ho capito soltanto dopo.

Ma allora vedevo solo ciò che volevo vedere.

Un vecchio cattivo.

Un animale spaventato.

Una conferma.

Ricordo una domenica in particolare.

Mia sorella Paola era venuta a pranzo con suo marito e i miei nipoti ormai adulti.

Avevo preparato lasagne, arrosto e patate.

Una di quelle domeniche in cui tiri fuori il servizio buono anche se dici che non ti interessa più impressionare nessuno.

A metà pranzo sentimmo Ernesto urlare.

«Via di qui! Non tornare!»

Mia sorella guardò fuori dalla finestra.

Scheggia correva verso il marciapiede.

«Quel povero gatto.»

Io sbuffai.

«È sempre così. Quello non sopporta nessuno.»

Mio cognato disse: «Magari è solo vecchio e solo.»

«No.»

Lo dissi subito.

Con sicurezza.

«Ci sono persone che diventano sole perché se lo meritano.»

Paola mi fissò.

«Luca, questa è una frase brutta.»

«È la verità.»

Continuammo a mangiare.

Oggi, quando ricordo quella tavola, il vino rosso nei bicchieri e il profumo dell’arrosto, vorrei poter tornare indietro solo per ritirare quelle parole.

Non perché Ernesto fosse un santo.

Non lo era.

Ma perché io avevo deciso chi fosse senza aver mai attraversato quindici metri di strada per bussare alla sua porta.

L’inverno quell’anno fu duro.

Non da cartolina.

Umido, cattivo.

Di notte il ghiaccio rimaneva sulle auto.

I tubi si rompevano.

Le strade secondarie diventavano lastre.

Una sera arrivò una perturbazione così forte che saltò la corrente in mezzo quartiere.

Rimanemmo al buio per ore.

Io accesi il camino elettrico d’emergenza e mandai messaggi nel gruppo della via.

“Qualcuno sa quando torna la luce?”

Risposte.

Battute.

Foto di candele.

La solita compagnia digitale che ti fa sentire vicino agli altri senza costringerti a guardarli negli occhi.

A un certo punto pensai a Ernesto.

La sua casa era buia.

Mi affacciai.

Niente.

Nessuna luce.

Nessun movimento.

Per qualche secondo mi passò in testa l’idea di andare a controllare.

Poi mi dissi che probabilmente dormiva.

Che non avrebbe gradito.

Che non erano affari miei.

Chiusi la tenda.

Due giorni dopo, vidi l’ambulanza.

Non aveva la sirena accesa.

Solo le luci che rimbalzavano sui muri pallidi della strada.

Quando un’ambulanza arriva senza rumore e riparte allo stesso modo, capisci molte cose senza bisogno di chiedere.

Uscii.

Altri vicini erano sui cancelli.

Nessuno parlava.

Due operatori portarono fuori una barella.

Il telo copriva completamente il corpo.

Rosanna si fece il segno della croce.

Io rimasi fermo.

Mi sentii attraversare da un pensiero terribile.

Avevo desiderato che quell’uomo sparisse.

Ora era successo.

E non provavo sollievo.

Provavo un vuoto che non sapevo spiegare.

Ernesto era stato una presenza irritante, scomoda, rumorosa.

Eppure la sua assenza pesava più di lui.

Fu allora che sentii un verso.

Scheggia.

Era seduto sul portico.

Tremava.

Non miagolava nel modo normale.

Faceva un suono basso, spezzato, quasi una lamentela.

Guardava la sedia a dondolo vuota.

Aspettava.

Mi avvicinai.

«Ehi.»

Il gatto non mi guardò neppure.

Salì un altro gradino e si sedette vicino alla porta.

Sul tavolino del portico c’era una tazza vecchia.

Sotto la tazza, un foglio piegato.

All’inizio pensai fosse una bolletta.

Poi vidi la scrittura.

Tremante.

Grande.

“A chi entra qui dopo di me.”

Mi guardai intorno.

Non so perché.

Come se Ernesto potesse sorprendermi a leggere.

Aprii il foglio.

“La chiave è sotto lo zerbino.

Per favore, non fate entrare subito il gatto.”

Sentii salire la rabbia.

Perfino morto.

Perfino dopo tutto.

Voleva tenere fuori quell’animale.

«Basta.»

Lo dissi ad alta voce.

Sollevai lo zerbino.

La chiave era lì.

Aprii.

Avevo deciso che avrei fatto entrare Scheggia.

Volevo compiere quello che nella mia testa sembrava un piccolo gesto di giustizia.

Dimostrare che almeno io avevo un cuore.

Feci due passi.

Poi mi fermai.

L’ingresso non era quello che immaginavo.

Niente sporcizia.

Niente abbandono.

C’era odore di legno, caffè e sapone di Marsiglia.

Sul pavimento erano allineate scarpe consumate ma pulite.

In un angolo vidi una cuccia riscaldata.

Nuova.

Accanto, coperte.

Ciotole.

Scatolette di cibo per gatti.

Molte.

Una ventina, forse di più.

Una confezione di medicine veterinarie.

Un piccolo giocattolo con una piuma.

Sul muro c’era un secondo foglio.

Mi avvicinai.

“Lo so cosa pensate di me.

Anche i vecchi sanno usare il telefono abbastanza da leggere quello che si scrive nel gruppo della strada.”

Sentii lo stomaco chiudersi.

Continuai.

“Lo so che mi chiamate la macchia.

Lo so che dite che odio quel gatto.

Non lo odio.

È proprio questo il problema.”

Mi sedetti sulla panca.

“Se state leggendo, probabilmente non sono riuscito a passare l’inverno.

I medici mi avevano avvertito.

La malattia ai polmoni è andata avanti più in fretta del previsto.

Non volevo che nessuno lo sapesse.

Non mi piace essere guardato con pietà.”

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto