Pregavo che il vecchio vicino sparisse, poi una lettera sul suo portico mi rivelò ciò che nessuno aveva capito

Quella rimase.

All’uscita vidi Federica trascinare due buste della spesa dal bagagliaio.

Una si ruppe.

Arance ovunque.

Mi chinai ad aiutarla.

«Grazie.»

«Figurati.»

Per alcuni secondi restammo in silenzio.

Poi disse:

«Mio padre aveva un furgone arrugginito davanti casa.»

La guardai.

«Mia madre lo odiava. Io mi vergognavo quando venivano le mie amiche.»

Raccolse un’arancia.

«Lui diceva sempre che l’avrebbe sistemato. Non lo fece mai.»

Sorrise appena.

«Quando è morto, la prima cosa che abbiamo fatto è stata portarlo via.»

«Il furgone?»

«Sì.»

Esitò.

«Due mesi dopo avrei pagato qualunque cifra per vederlo ancora parcheggiato lì.»

Non serviva dire altro.

La accompagnai alla porta.

Qualche settimana dopo la trovai sul mio portico.

Aveva una scatola in mano.

«Cosa c’è?»

«Cuscini nuovi per la sedia.»

Guardai la vecchia imbottitura.

«Ernesto si rivolterà nella tomba.»

«Ernesto è morto. Il tuo sedere invece no.»

Accettai.

Da allora successe qualcosa nella via.

Niente di spettacolare.

Piccole cose.

Rosanna cominciò a lasciare una porzione di minestra al vedovo due case più avanti.

Un ragazzo sistemò gratuitamente la persiana della signora Marisa.

Quando un vicino non si vide per due giorni, qualcuno bussò.

Non sempre funzionava.

Una volta un signore ci disse di farci gli affari nostri.

Va bene anche quello.

L’importante era aver bussato.

Io continuavo a sedermi ogni mattina sul portico.

Caffè in mano.

Ernesto, il gatto, sulle gambe.

Era diventato grasso.

Viziato.

Pigro.

La dignità del grande cacciatore era scomparsa del tutto.

Una mattina lo guardai dormire e dissi:

«Sai che il vecchio aveva fatto tutto quel lavoro per renderti indipendente?»

Il gatto aprì un occhio.

Poi lo richiuse.

«Uno sforzo completamente sprecato.»

Faceva le fusa.

Dentro casa tenevo ancora il primo foglio di Ernesto vicino all’ingresso.

“Non fate entrare subito il gatto.”

Non perché volessi ricordare la tristezza.

Ma perché quelle parole erano la prova che anche un gesto duro può nascondere qualcosa che da fuori non vediamo.

Questo non significa giustificare tutto.

Non significa che ogni persona sgarbata abbia un cuore d’oro.

Non significa che ogni vicino difficile debba essere perdonato.

Significa soltanto che la realtà raramente entra nelle etichette che le appiccichiamo addosso.

Pigro.

Avaro.

Vecchio scorbutico.

Madre invadente.

Figlio ingrato.

Vicino impossibile.

Famiglia perfetta.

Sono parole comode.

Ci fanno risparmiare la fatica di conoscere davvero qualcuno.

Io avevo costruito un’intera verità su Ernesto guardandolo dalla finestra.

Non sapevo della malattia.

Non sapevo di Anna.

Non sapevo delle scatolette nascoste.

Non sapevo che sotto il portico aveva costruito un piccolo rifugio per il gatto.

Non sapevo che ogni volta che lo cacciava, dopo entrava in casa e preparava il cibo per quando Scheggia sarebbe tornato senza farsi vedere.

Non sapevo niente.

Eppure avevo un’opinione su tutto.

Questa è forse la cosa di cui mi vergogno di più.

Oggi, certe domeniche, mia sorella viene ancora da me.

Mangiamo sul vecchio tavolo di Ernesto.

Ho trovato delle fotografie in un cassetto.

Lui giovane con Anna.

Due bambini davanti a una torta.

Pranzi affollati.

Bottiglie di vino.

Teglie di pasta al forno.

La casa che io chiamavo “rovina” era stata piena di vita.

Urla.

Risate.

Natali.

Discussioni.

Malattie.

Riconciliazioni.

Era facile guardare l’intonaco caduto.

Molto più difficile vedere tutto ciò che quelle pareti avevano contenuto.

Una domenica Paola mi chiese:

«Se Ernesto fosse qui, cosa gli diresti?»

Ci pensai.

Avrei potuto dire “scusa”.

Sarebbe stato giusto.

Ma non sufficiente.

«Gli direi che aveva ragione su una cosa.»

«Quale?»

Guardai il gatto addormentato vicino alla sedia.

«Che un giorno sarei diventato anch’io quello fuori posto.»

Paola rise.

«Quello sta già succedendo.»

«Grazie.»

Poi diventai serio.

«Forse invecchiare significa proprio questo. Passare una vita a cercare di costruirti un posto e poi vedere il mondo cambiare intorno a te finché quello che eri diventa scomodo.»

Paola appoggiò la forchetta.

«Allora spera di avere vicini migliori di quello che eri tu.»

Annuii.

Era giusto.

La sera, quando tutti andarono via, rimasi solo sul portico.

La strada era silenziosa.

Le facciate delle case erano ordinate.

Le auto parcheggiate.

Le luci accese dietro le finestre.

Per anni avevo creduto che una bella strada fosse una strada dove tutto appariva perfetto.

Ora pensavo il contrario.

Una strada è davvero bella quando qualcuno nota se una finestra rimane chiusa troppo a lungo.

Quando una lampadina spenta non è soltanto un dettaglio estetico.

Quando una casa vecchia non viene considerata automaticamente un problema.

Quando dietro una tenda, prima del giudizio, nasce almeno una domanda.

Ernesto saltò sulle mie gambe.

Lo accarezzai.

«Sei proprio inutile, sai?»

Fece le fusa più forte.

Ogni tanto penso ancora a quella sera del blackout.

Vedo la casa di Ernesto al buio.

Rivedo me stesso alla finestra.

Per qualche secondo avevo pensato di andare.

Bastavano quindici metri.

Forse, anche se avessi bussato, non sarebbe cambiato nulla.

Forse mi avrebbe mandato via.

Forse era già troppo tardi.

Non posso saperlo.

Ma c’è una cosa che so.

Avrei preferito portarmi dietro per il resto della vita il ricordo di una porta chiusa in faccia piuttosto che quello di una porta alla quale non ho mai bussato.

Perché il rimpianto peggiore non è sempre aver fatto la cosa sbagliata.

A volte è aver scelto la comodità quando bastava un piccolo gesto per comportarsi da esseri umani.

Continuo ad arrabbiarmi.

Continuo a giudicare.

Continuo a pensare, qualche volta, che certe persone siano insopportabili.

Non sono diventato migliore tutto insieme.

Ma quando sento quel pensiero arrivare, guardo il vecchio portico.

Guardo la sedia.

Guardo il gatto che un uomo morente aveva amato abbastanza da rischiare di farsi odiare.

E mi torna in mente la frase sulla lettera:

“Spero che prima di chiedere che spariate qualcuno venga a bussare.”

Allora provo a fare una cosa semplice.

Non sempre.

Non perfettamente.

Ma più spesso di prima.

Attraverso la strada.

E busso.

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