Prima di morire affidò suo figlio a un gatto: tre settimane dopo, quella promessa cambiò tutto in casa

A pranzo mangiò due cracker.

La sera chiese una cosa che Marco non era pronto a sentire.

«La mamma è arrabbiata con me?»

Marco rimase immobile.

«Perché dici così?»

«Perché se n’è andata.»

Marco sentì qualcosa dentro il petto cedere.

Si sedette per terra.

«No.»

Matteo non lo guardava.

«Forse ho fatto qualcosa.»

«No.»

«Quando ho rotto la tazza?»

«No.»

«Quando non volevo dormire?»

Marco lo prese per le spalle.

«Matteo, ascoltami.»

Il bambino sollevò gli occhi.

«La mamma è morta.»

Marco pronunciò quelle parole per la prima volta davanti a lui.

Le odiò mentre uscivano dalla sua bocca.

Matteo rimase fermo.

«Morta?»

Marco annuì.

«Il suo corpo era molto malato.»

Le lacrime gli scesero senza che cercasse di fermarle.

«I medici hanno provato ad aiutarla. Lei ha provato tantissimo a restare con noi.»

Matteo iniziò a piangere.

«Ma non ce l’ha fatta.»

Il bambino colpì il petto del padre con entrambe le mani.

«Non voglio!»

Marco lo abbracciò.

«Nemmeno io.»

«Non voglio!»

«Nemmeno io.»

Barnaba si infilò tra loro.

Rrrrrrrr.

Quella sera, per la prima volta, Matteo dormì quasi quattro ore di fila.

Due giorni dopo arrivò nonna Luciana.

Madre di Chiara.

Settantadue anni.

Capelli sempre perfetti.

Rossetto anche per andare dal medico.

Era una donna cresciuta con una regola precisa: il dolore si lava, si sistema, si copre e non si mette in piazza.

Entrò in casa e guardò tutto.

Le tazze nel lavello.

Le lenzuola non cambiate.

Le scarpe di Matteo in mezzo al corridoio.

Il pelo di Barnaba sul divano.

«Marco.»

Lui sapeva già dal tono cosa sarebbe successo.

«Sì.»

Luciana indicò la cucina.

«Questa casa sembra abbandonata.»

Marco inspirò.

«È passata una settimana.»

«Appunto.»

Luciana guardò Matteo.

Il bambino era seduto sul pavimento con Barnaba accanto.

«Un bambino ha bisogno di ordine.»

Marco serrò la mascella.

«Ce l’ha.»

«Questo non è ordine.»

Indicò il gatto.

«E quello non è una soluzione.»

Matteo strinse Barnaba.

Marco rispose piano.

«Barnaba è famiglia.»

Luciana sbuffò.

«È un gatto.»

«È il gatto di Chiara.»

La donna si irrigidì.

«Chiara era troppo sentimentale.»

Marco sollevò gli occhi.

«Non cominciare.»

Luciana notò la videocamera sul tavolo.

«Cos’è quella?»

Marco non rispose.

Matteo balzò in piedi.

«Non toccarla!»

Luciana si fermò.

«Matteo.»

«È della mamma.»

La voce del bambino tremava.

Luciana guardò Marco.

«Che cosa c’è dentro?»

Lui deglutì.

«Video.»

«Che video?»

«Chiara li ha registrati per Matteo.»

Luciana impallidì.

«Prima di morire?»

Marco annuì.

La donna si portò una mano al petto.

«Non doveva farlo.»

«Perché?»

«Perché è…»

Cercò la parola.

«Macabro.»

Matteo emise un piccolo gemito.

Marco si alzò.

«Basta.»

Luciana spalancò gli occhi.

«Come?»

«Basta.»

Marco indicò la videocamera.

«Tua figlia sapeva che stava morendo e ha pensato a nostro figlio fino all’ultimo minuto.»

Luciana tremò.

«Non chiamarlo macabro.»

La donna strinse la borsa.

«E tu cosa credi di fare? Crescere Matteo dentro un museo di sua madre?»

«Sto cercando di farlo arrivare a domani.»

Luciana scosse la testa.

«Io posso portarlo da me per un po’.»

Matteo si strinse a Barnaba.

«No.»

La nonna si voltò.

«Tesoro, da nonna avresti una routine. Mangiamo alle sette. Si va a letto presto. Niente animali sul letto.»

«No.»

«Matteo.»

Il bambino indicò Barnaba.

«Lui viene.»

Luciana guardò Marco.

«Vedi? Questo è il problema.»

Marco fece un passo avanti.

«No.»

«Cosa?»

«Questo gatto è una delle poche cose che riescono a calmare mio figlio.»

Luciana abbassò la voce.

«Lo state usando come stampella.»

Marco rise senza allegria.

«Mia moglie è morta. Mio figlio ha cinque anni. Se una stampella lo aiuta a camminare, allora useremo una stampella.»

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Luciana guardò la videocamera.

«La gente parlerà.»

Eccola.

La frase.

Quella che in paese arrivava sempre.

La gente parlerà.

Come se la gente pagasse le bollette.

Come se la gente si alzasse alle tre di notte.

Come se la gente dovesse spiegare a un bambino perché sua madre non tornava.

Marco guardò la suocera.

«Parlerà comunque.»

Luciana abbassò gli occhi.

Per un attimo non sembrò più una donna severa.

Sembrò soltanto una madre che aveva seppellito sua figlia.

Poi si ricompose.

«Non trasformate Chiara in una storia.»

Marco sentì quelle parole come uno schiaffo.

Non rispose.

Ma quella sera, dopo che Luciana se ne fu andata, rimase seduto davanti alla videocamera per quasi un’ora.

Barnaba lo osservava.

Alla fine Marco la accese.

C’erano decine di file.

Chiara che parlava.

Chiara che leggeva.

Chiara che rideva.

Chiara che piangeva.

Marco ne aprì uno.

Apparve la cucina.

Chiara era seduta per terra.

Barnaba era sopra le sue gambe.

«Ciao Matteo.»

Marco smise di respirare.

«Se stai guardando questo video, probabilmente io non sono lì con te.»

Marco si coprì la bocca.

Chiara abbassò gli occhi sul gatto.

«Papà sembrerà triste.»

Una pausa.

«A volte sembrerà anche arrabbiato.»

Marco chiuse gli occhi.

«Non significa che non ti ama.»

Chiara inspirò.

«Significa solo che avrà tanto amore e non saprà più dove metterlo.»

Marco piegò la testa.

Le spalle cominciarono a tremare.

Poi dal video arrivò quel suono.

Rrrrrrrr.

Barnaba.

Chiara appoggiò il viso sul suo pelo.

Per tre secondi sembrò serena.

Marco scoppiò a piangere.

Non sentì Matteo arrivare.

«Papà?»

Marco chiuse il video di scatto.

«Vai a dormire.»

Matteo guardò lo schermo.

«Era mamma?»

Marco non rispose.

Il bambino fece un passo.

«Fammi vedere.»

«È tardi.»

«Fammi vedere.»

Marco esitò.

Poi riaprì il video.

Matteo vide il volto della madre.

Si fermò.

«Mamma.»

Salì sulle gambe del padre.

Guardò tutto.

Non parlò.

Quando sentì le fusa di Barnaba nel video, allungò lentamente la mano e toccò lo schermo.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto