«È lui.»
Marco annuì.
Matteo indicò Barnaba, seduto sotto il tavolo.
«Fa lo stesso rumore.»
«Sì.»
Il bambino si voltò verso il padre.
«Possiamo guardare ancora mamma domani?»
Marco sentì il petto fargli male.
«Sì.»
Da quella sera nacque un rito.
Un solo video.
Non due.
Non dieci.
Uno.
Prima di dormire.
A volte Chiara leggeva una favola.
A volte raccontava a Matteo di quando era nato.
A volte non diceva quasi nulla.
Accarezzava Barnaba e respirava.
Marco capì presto che quei video andavano usati come una medicina forte.
Poca.
Quando serviva.
Mai per fuggire dalla realtà.
Matteo iniziò a fare domande.
«Le faceva male?»
«Sì.»
«Tanto?»
Marco esitò.
«A volte tanto.»
«Perché non l’hanno guarita?»
Marco strinse le labbra.
«Non sempre si può.»
Matteo ci pensò.
«Dove sta adesso?»
Marco abbassò lo sguardo.
Era cresciuto in una famiglia in cui certe risposte venivano date automaticamente.
Ma quella sera capì che non voleva regalare a suo figlio una certezza che lui stesso non possedeva.
«Non lo so esattamente.»
Matteo parve sorpreso.
«Tu non lo sai?»
«No.»
Il bambino rimase in silenzio.
Marco continuò.
«So che non è più qui con il suo corpo.»
Matteo guardò lo schermo spento.
«Però c’è lì.»
«Sì.»
Indicò il proprio petto.
«E qui.»
Matteo si girò verso Barnaba.
«E anche dentro di lui.»
Marco sorrise tra le lacrime.
«Credo proprio di sì.»
Il lunedì successivo chiamarono dalla scuola dell’infanzia.
Matteo aveva spinto un altro bambino.
Marco arrivò con il cuore in gola.
La maestra lo fece accomodare su una sedia minuscola.
C’era anche una pedagogista.
«Matteo è molto agitato.»
Marco annuì.
«Lo so.»
La maestra parlò piano.
«Oggi un compagno gli ha detto una cosa sulla mamma.»
Marco sollevò gli occhi.
Matteo, seduto accanto a lui, fissava le scarpe.
«Che cosa?»
Il bambino rispose.
«Ha detto che se mamma dorme per sempre vuol dire che non vuole svegliarsi per me.»
Marco chiuse gli occhi.
La maestra abbassò la testa.
«Mi dispiace.»
Marco appoggiò una mano sulla spalla del figlio.
«Non è vero.»
Matteo iniziò a piangere.
«Lo so.»
La pedagogista intervenne.
«C’è anche un’altra cosa.»
Marco la guardò.
«La prossima settimana c’è la festa della mamma.»
Il silenzio riempì la stanza.
«Facciamo un piccolo laboratorio. Biglietti. Disegni.»
Marco strinse la mano di Matteo.
La maestra continuò.
«Possiamo trovare una soluzione.»
Marco chiese:
«Quale?»
«Potrebbe fare un biglietto per una persona importante.»
Matteo alzò gli occhi.
«Io voglio farlo per mamma.»
La maestra rimase immobile.
Marco guardò suo figlio.
«Allora lo fai per mamma.»
La pedagogista annuì.
«Certo.»
La maestra esitò.
«Alcune famiglie tengono molto alla tradizione.»
Marco sentì la rabbia salire.
Non urlò.
«Capisco.»
Poi indicò suo figlio.
«Ma lui non dovrebbe soffrire di più perché gli adulti hanno paura di cambiare un cartoncino.»
Nessuno rispose.
Matteo gli afferrò la mano.
Marco si abbassò all’altezza del bambino.
«Tu non sei cattivo perché stai male.»
Matteo piangeva.
«Non volevo spingerlo.»
«Lo so.»
«Le mie mani l’hanno fatto.»
Marco annuì.
«Impareremo a fermare le mani.»
Lo abbracciò.
«Ma nessuno ti punirà per essere triste.»
Quella sera, tornando a casa, trovarono davanti alla porta un sacchetto.
Dentro c’erano pane fresco, arance e una pentola di minestrone.
Nessun biglietto.
Marco guardò verso la porta della signora Teresa.
Era chiusa.
Sorrise.
Il quartiere funzionava così.
Qualcuno giudicava.
Qualcuno sparlava.
Qualcuno aiutava senza farsi vedere.
Il giorno della festa della mamma, Matteo entrò a scuola con un cartoncino piegato nello zaino.
Aveva disegnato tre figure.
Sua madre con i capelli lunghissimi.
Se stesso.
E Barnaba, enorme, grande quasi quanto una casa.
La coda del gatto girava intorno a tutti.
Sotto, con lettere incerte, aveva scritto:
MAMMA TI VOGLIO BENE ANCHE SE NON SEI QUI.
Marco lo accompagnò fino alla porta.
«Papà.»
«Dimmi.»
«Se ridono?»
Marco sentì lo stomaco stringersi.
«Io sono qui.»
Matteo annuì.
Entrò.
Marco rimase nel corridoio.
Sentiva voci.
Sedie.
Carta.
Poi udì suo figlio.
«La mia mamma è morta.»
Silenzio.
Marco appoggiò la schiena al muro.
Matteo continuò.
«Però mi ha lasciato dei video.»
Una vocina chiese:
«La puoi vedere?»
«Sì.»
Un altro bambino disse:
«Anche mio nonno è morto.»
Un’altra voce:
«Mia mamma piange sempre quando pensa alla nonna.»
La maestra parlò.
«Possiamo voler bene anche a chi non possiamo più abbracciare.»
Marco si coprì la bocca.
Capì una cosa semplice.
I bambini non avevano bisogno che qualcuno fingesse.
Avevano bisogno di parole che non facessero paura.
Quella domenica arrivarono tutti a pranzo.
Luciana.
La sorella di Chiara.
Due zii.
Una cugina.
Era il primo pranzo di famiglia senza Chiara.
La tavola era apparecchiata con il servizio buono.
Luciana aveva preparato le lasagne.
Come sempre.
Da trent’anni.
Lo stesso profumo.
Le stesse tovaglie.
Le stesse discussioni sui posti a tavola.
Ma una sedia era vuota.
Quella di Chiara.
Nessuno la nominò.
Per quasi un’ora parlarono di tutto tranne che di lei.
Del traffico.
Della scuola.
Del prezzo della spesa.
Di un vicino che aveva venduto casa.
Marco guardava Matteo.
Il bambino mangiava poco.
Barnaba dormiva sotto la sedia.
Poi Luciana disse:
«Bisogna andare avanti.»
Marco posò la forchetta.
Nessuno respirò.
Luciana continuò.
«Per il bambino.»
Matteo abbassò gli occhi.
Marco parlò piano.
«Stiamo andando avanti.»
«Non mi sembra.»
«Perché guardiamo i video?»
Luciana serrò la bocca.
La sorella di Chiara intervenne.
«Marco, forse mamma vuole dire che…»
«Lo so cosa vuole dire.»
Luciana si raddrizzò.
«Non puoi crescere Matteo parlando continuamente della morte.»
Marco guardò suo figlio.
«No.»
Poi guardò Luciana.
«Ma nemmeno fingendo che Chiara non sia mai esistita.»
La stanza diventò gelida.
Luciana impallidì.
«Io non sto fingendo.»
Marco indicò la sedia vuota.
«È un’ora che siamo qui e nessuno ha pronunciato il suo nome.»
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