«Distrarre da cosa? Dalla verità?»
«Dal punto centrale.»
«Loro sono il punto centrale.»
Matteo perse la pazienza.
«No, mamma!»
Silenzio.
«Non sono il punto centrale della mia vita.»
Quelle parole mi colpirono.
Lui continuò.
«Io ho studiato. Io ho preso i voti. Io ho passato notti sui libri. Io sono più di quello che è successo a papà.»
Respirò.
«Sono stanco di dover entrare in ogni stanza attraverso la tragedia.»
Mi sedetti.
Aveva ragione.
E aveva torto.
Le due cose possono convivere.
«Volere una vita tua non significa cancellare chi ti ha aiutato a costruirla.»
Non rispose.
Durante le vacanze tornò a casa.
La domenica Orso invitò tutti nella sede dove si ritrovavano da anni.
Era il loro pranzo d’autunno.
Niente di elegante.
Tavoli pieghevoli.
Teglie di pasta al forno.
Salame.
Pane.
Bambini che correvano.
Bottiglie d’acqua e vino.
Caffè fatto in una moka enorme.
Quella era la nostra famiglia.
Non quella delle fotografie perfette.
Quella vera.
Con persone che litigavano.
Che parlavano troppo forte.
Che arrivavano in ritardo.
Che sapevano chi aveva bisogno di una mano prima ancora che lo chiedesse.
Matteo entrò.
Per la prima volta dopo mesi lo vidi rilassarsi.
Tank gli mise davanti un piatto.
«Mangia. All’università vi fanno studiare ma evidentemente non vi danno da mangiare.»
Matteo rise.
A fine pranzo Orso si alzò.
Aveva una busta in mano.
Mi si fermò il cuore.
Era la lettera di Stefano.
L’avevo affidata a Orso quella mattina.
Forse avevo capito che quel giorno poteva essere quello giusto.
«Questa appartiene a te.»
Matteo riconobbe subito la grafia del padre.
Si sedette.
Aprì la lettera.
Lesse in silenzio.
A metà pagina le labbra cominciarono a tremare.
Alla fine me la porse.
Stefano aveva scritto quelle parole prima dell’ultima missione.
Parlava dei compleanni che forse avrebbe perso.
Delle ginocchia sbucciate.
Delle domeniche.
Delle cose normali che fanno più male proprio perché sembrano piccole.
Poi arrivai alle ultime righe.
“Ti insegneranno a capire chi è una brava persona guardando come veste, come parla, dove abita. Non crederci troppo.
Le mani più pulite non sono sempre quelle che hanno fatto più bene.
Se uomini onesti si presenteranno per te quando farlo costa fatica, tempo o denaro, non vergognarti mai del modo in cui arrivano.
Resta vicino a chi resta vicino a te.”
Non riuscii a continuare.
Matteo uscì.
Lo trovai dietro l’edificio.
«È ingiusto», disse.
«Cosa?»
«Che papà abbia ragione pure da morto.»
Risi tra le lacrime.
Poi Matteo disse la cosa più importante.
«Non mi vergogno di loro.»
Aspettai.
«Mi vergogno del fatto che una parte di me vorrebbe renderli più presentabili.»
Finalmente.
Era quella la verità.
Non rifiutava loro.
Voleva evitare il giudizio degli altri.
Era la vecchia malattia italiana della bella figura.
Cambiare la tovaglia invece di parlare del problema.
Nascondere lo zio scomodo.
Non raccontare il debito.
Sorridere davanti ai vicini.
Tradurre persone vere in parole educate perché nessuno a tavola si senta disturbato.
«Non devi fare un discorso per ripagarli», gli dissi.
Mi guardò sorpreso.
«No?»
«No. L’amore non è una fattura.»
Indicai la lettera.
«Ma non devi nemmeno diventare più piccolo per tranquillizzare gente che non ti conosce.»
La cena dell’università arrivò a dicembre.
Matteo invitò soltanto me.
Accettai.
Indossai un vestito nero che non mettevo da anni.
La sala era bellissima.
Tavoli perfetti.
Bicchieri lucidi.
Centrotavola.
Persone educate.
Quel genere di posto dove tutti parlano di autenticità purché l’autenticità non alzi troppo la voce.
Quando presentarono Matteo dissero:
«Figlio di una madre rimasta sola, sostenuto negli anni da una comunità di veterani del territorio.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
Matteo raggiunse il leggio.
Aveva preparato un discorso.
Cominciò a leggerlo.
Poi guardò verso le grandi finestre della sala.
Si fermò.
Mi voltai.
Fuori, nel cortile, c’erano Orso, Tank, Romano, Michele e altri tre uomini.
Nessuna moto.
Nessun giubbotto di pelle.
Indossavano cappotti.
Erano rimasti fuori.
Matteo aveva chiesto loro di non entrare.
Avevano rispettato la richiesta.
Ma non avevano voluto lasciarlo solo.
Matteo abbassò i fogli.
Infilò una mano nella tasca.
Tirò fuori la targhetta di Argo.
«Il discorso che avevo preparato è molto più elegante di quello che sto per dire.»
La sala diventò immobile.
«Parla di resilienza. Di mia madre. Di mio padre. E di una comunità locale che mi ha aiutato.»
Si fermò.
«Non è falso.»
Guardò la targhetta.
«Ma non è nemmeno tutta la verità.»
Nessuno mangiava più.
«Mio padre morì prima che io nascessi. Il suo cane tornò a casa vivo, ma distrutto.»
Matteo indicò la finestra.
«Degli uomini che molti di voi, incontrandoli per strada, probabilmente avrebbero giudicato in pochi secondi decisero che mia madre non sarebbe rimasta sola.»
Respirò.
«Si sedettero per settimane sul pavimento di un garage per convincere un cane traumatizzato a mangiare.»
Mi coprii la bocca.
«Aspettarono fuori dall’ospedale quando nacqui.»
La voce gli tremò.
«Mi insegnarono ad andare in bicicletta. A fare i conti. A cambiare una ruota. A chiedere scusa.»
Qualcuno sorrise.
«Quando avevo cinque anni mi persi in un bosco durante una tempesta. Argo mi trovò. Uno degli uomini là fuori mi portò a casa.»
Orso abbassò la testa.
«I soldi con cui studio qui non sono arrivati magicamente.»
Matteo guardò i tavoli.
«Sono arrivati da piccoli risparmi. Lavori extra. Rinunce. Cene organizzate per raccogliere fondi. Venti euro alla volta.»
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