Quaranta motociclisti arrivarono all’alba davanti al canile che stava chiudendo: nei sidecar aspettavano quaranta cani senza più tempo
All’alba, davanti al vecchio canile comunale, c’erano quaranta moto con il sidecar.
Dentro ogni carrozzino tremava un cane.
E accanto a ogni cane c’era una mano guantata, ferma, vicina, quasi fosse una promessa fatta senza bisogno di parole.
Le prime auto rallentarono ancora prima di arrivare all’incrocio.
Una signora che stava entrando dal fornaio rimase con la mano sulla porta. Due ragazzi tirarono fuori il telefono, poi smisero perfino di ridere. Il furgoncino che consegnava il pane si fermò in doppia fila e l’autista abbassò il finestrino.
Nel nostro quartiere eravamo conosciuti.
Non sempre per ragioni rassicuranti.
Eravamo quelli delle moto rumorose, dei giubbotti neri, delle barbe lunghe e dei tatuaggi che facevano abbassare lo sguardo a qualcuno quando entravamo al bar.
Quella mattina, però, nessuno guardava davvero noi.
Guardavano loro.
Quaranta cani che, secondo un foglio bianco attaccato alla porta del rifugio, entro sera avrebbero dovuto essere “ricollocati”.
Una bella parola.
Pulita.
Da ufficio.
Una di quelle parole che servono a non dire ad alta voce cosa succede quando non esiste più un posto dove mettere un animale.
Io mi chiamo Raimondo Bellini.
Allora avevo cinquantotto anni, centodieci chili, una barba grigia che mia sorella definiva “da brigante”, capelli lunghi legati sulla nuca e due mani da meccanico che non erano mai riuscite a sembrare gentili, nemmeno quando lo erano.
Ero il presidente dei Lupi del Porto, un gruppo di motociclisti nato tanti anni prima tra un’officina, una birreria e troppe domeniche passate ad aggiustare moto invece di stare in famiglia.
Non eravamo ragazzi.
Quasi nessuno di noi lo era più.
C’erano ex camionisti, muratori, saldatori, infermieri, pensionati, vedovi, nonni con il colesterolo alto e ginocchia da operare.
C’era anche qualche donna, e alcune facevano più paura di tutti noi messi insieme.
In paese dicevano che quando arrivavamo noi si sentiva prima il rumore e poi si vedeva la gente.
Quella mattina arrivò prima il silenzio.
Perché in ogni sidecar c’era un cane che fino a tre giorni prima non aveva nessuna casa ad aspettarlo.
Accanto a Franco sedeva Nerone, un vecchio meticcio nero di tredici anni, muso ormai quasi bianco e occhi velati.
Vicino a Marisa c’era Stella, una cagnolina bianca e marrone che tremava così tanto che Marisa continuava a parlarle sottovoce come si fa con un bambino spaventato.
Sergio, che in officina chiamavamo “l’Armadio”, aveva preso Ettore, un bestione tigrato che occupava praticamente tutto il carrozzino.
Poi c’erano una cagnetta sorda, un segugio con le orecchie troppo lunghe, una beagle con tre zampe e una voce capace di svegliare mezzo quartiere.
E nel mio sidecar c’era Biscotto.
Sì.
Biscotto.
Un omone con barba, tatuaggi e giubbotto di pelle che andava in giro con un cane di nome Biscotto.
I miei amici non smisero mai di ricordarmelo.
Era piccolo, marrone e bianco, probabilmente otto anni.
Aveva un orecchio piegato, il muso già ingrigito e quello sguardo stanco che certi animali hanno quando hanno smesso di aspettarsi qualcosa di buono.
Il rifugio gli aveva dato una coperta rossa.
Ogni volta che tirava vento, tremava.
Continuava a guardare me e poi la porta del canile.
Come se da un momento all’altro qualcuno dovesse uscire e dire:
“Ci siamo sbagliati. Riportatelo dentro.”
Tenni una mano vicino alla sua schiena.
«Tranquillo, piccolo. Lì dentro non ci torni.»
Dietro di noi, il foglio attaccato alla porta sbatteva leggermente.
CHIUSURA DEFINITIVA VENERDÌ. TUTTI GLI ANIMALI DOVRANNO ESSERE TRASFERITI.
La responsabile del canile, Marta Rinaldi, mi aveva spiegato tre sere prima che cosa significava davvero.
Quaranta box ancora occupati.
Quaranta cani.
Nessuna struttura disponibile.
Nessun giorno in più.
E una soluzione finale che nessuno di noi voleva pronunciare.
Fu allora che capii una cosa.
Per anni il paese aveva pensato che quelli pericolosi fossimo noi.
Quella mattina forse servivano proprio quaranta uomini e donne dall’aria poco rassicurante per mettersi tra quei cani e la fine.
Tre sere prima ero nella mia officina.
Avevo quasi finito di chiudere quando squillò il telefono.
Marta non disse nemmeno buongiorno.
«Raimondo, ho bisogno di aiuto.»
Conoscevo Marta da almeno vent’anni.
Sessantadue anni, capelli corti ormai quasi bianchi, una vita intera passata a raccogliere animali che gli altri non volevano più.
Non era una donna che chiedeva facilmente.
Prima telefonava a dieci associazioni.
Poi a venti famiglie.
Poi bussava alle porte.
Poi si arrangiava.
Se chiamava me, significava che aveva già finito tutte le alternative sensate.
«Che succede?»
Mi raccontò che il vecchio rifugio aveva problemi strutturali.
Tubature rotte.
Una parte del tetto infiltrata.
Muffa dietro una fila di box.
Il contratto di gestione non sarebbe stato rinnovato e l’edificio doveva essere sgomberato entro venerdì.
Gran parte degli animali aveva trovato una sistemazione.
I cuccioli erano stati adottati quasi subito.
Anche i cani piccoli e giovani.
Alcune famiglie avevano accettato affidi temporanei.
Ma ne rimanevano quaranta.
Naturalmente gli ultimi erano quelli che nessuno sceglieva mai per primo.
I vecchi.
Quelli neri che nelle fotografie passavano inosservati.
Quelli troppo grandi.
Quelli che abbaiavano quando avevano paura.
Quelli con medicine da prendere.
Quelli che non potevano vivere con gatti.
Quelli che avevano bisogno di tempo.
Quelli con un occhio solo, una zampa in meno o troppi anni sulle spalle.
Marta aveva telefonato a rifugi di tre regioni.
Tutto pieno.
Aveva scritto a famiglie affidatarie.
Tutto pieno.
Aveva chiesto una proroga.
Negata.
«Non voglio dire quella parola, Raimondo.»
Non serviva.
La sentivo comunque.
Mi appoggiai al banco da lavoro.
Di fronte a me c’era una fotografia vecchia.
Il mio primo cane, Tito.
Un grosso meticcio tigrato trovato dodici anni prima vicino a una provinciale.
Tito faceva paura a tutti.
Poi ti conosceva e si appoggiava contro le gambe come un sacco di patate.
Era morto l’anno precedente, a quattordici anni, sul piccolo terrazzo dietro casa.
Testa sopra il mio stivale.
Da allora avevo detto a tutti che non avrei più preso cani.
Alla mia età non volevo ricominciare.
Non volevo affezionarmi.
Non volevo rivedere una ciotola vuota.
Le persone sopra i cinquant’anni diventano brave a raccontarsi certe bugie.
Le chiamiamo prudenza.
Spesso è solo paura di soffrire ancora.
Marta rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi disse:
«Ce n’è uno piccolo. Si chiama Biscotto. Ogni volta che sente passare una moto corre davanti alle sbarre.»
Guardai la fotografia di Tito.
«Quanti hai detto che sono?»
«Quaranta.»
«Quaranta esatti?»
«Quaranta.»
Mi venne quasi da ridere.
Perché il numero era assurdo.
Il nostro gruppo aveva esattamente quaranta soci attivi.
Non simpatizzanti.
Non quelli che venivano una volta l’anno.
Quaranta persone che si presentavano quando qualcuno aveva bisogno.
Quelli che montavano una cucina a casa di una vedova senza chiedere soldi.
Quelli che accompagnavano un amico alle visite mediche.
Quelli che litigavano per ore e poi alle tre di notte arrivavano con i cavi della batteria.
«Dammi fino a domani mattina.»
«Raimondo, non voglio mettervi pressione.»
«Troppo tardi.»
Chiusi la chiamata.
Il primo che telefonai fu Franco Bassi.
Sessantun anni.
Ex muratore.
Una schiena ridotta male e il carattere di uno che considerava la gentilezza una faccenda privata.
Rispose:
«Chi è morto?»
«Ancora nessuno.»
Ci fu silenzio.
Gli spiegai tutto.
Franco disse soltanto:
«Io prendo il più vecchio.»
La seconda fu Marisa Conti.
Quarantanove anni, carro attrezzi durante la settimana, moto nei fine settimana, tre nipoti e una capacità impressionante di capire gli animali spaventati.
«Se ce n’è uno che ha bisogno di medicine, dammelo.»
Poi chiamai Sergio.
Cinquantasei anni, grosso come un armadio, tatuaggi fino ai polsi e una moglie che da mesi voleva adottare un cane.
«Segnami.»
«Quale vuoi?»
«Quello che non vuole nessuno.»
A mezzanotte il nostro piccolo circolo dietro l’officina era pieno.
Fuori pioveva.
Dentro c’erano giubbotti bagnati, caffè cattivo e quaranta fotografie sparse sul tavolo.
Marta arrivò con cartelle cliniche, note sul comportamento e moduli.
Parlò chiaramente.
Nessuno doveva prendere un cane per entusiasmo e riportarlo indietro una settimana dopo.
Alcuni richiedevano cure.
Altri educazione.
Altri pazienza.
Alcuni erano talmente anziani che forse sarebbero rimasti con noi soltanto mesi.
Franco alzò una mano.
«Marta, con rispetto… nemmeno noi siamo facili da gestire.»
Qualcuno rise.
Marta no.
Marta si mise a piangere.
Non disperata.
Era la prima volta che vedevo speranza sul suo volto.
Alle due del mattino, accanto a ognuno dei quaranta nomi c’era una persona.
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