Quaranta motociclisti arrivarono prima dell’alba al canile in chiusura: ciò che portavano nei sidecar commosse tutto il paese

E fu Sergio a fare la proposta più folle.

«Non possiamo andarli a prendere in macchina.»

Marisa lo guardò.

«E cosa vuoi fare?»

«I sidecar.»

Lo fissai.

«Quaranta sidecar entro venerdì?»

«Se dobbiamo portarli via da quel posto, almeno facciamoli vedere.»

Aveva ragione.

Non per esibirci.

Non per farci fotografare.

Ma perché il quartiere aveva ignorato il canile per anni.

Tutti sapevano che esisteva.

Quasi nessuno ci pensava.

Ci ricordiamo delle cose quando diventano visibili davanti ai nostri occhi.

Quella notte partì una catena di telefonate.

Vecchi motociclisti.

Amici.

Meccanici.

Collezionisti.

Gente che aveva un sidecar in garage da quindici anni.

Ne trovammo abbastanza.

Li controllammo uno per uno.

Cinture.

Pettorine.

Coperte.

Trasportini.

Percorso lento.

Soste.

Acqua.

Supporto veterinario.

Un furgone di assistenza dietro al gruppo.

Non sarebbe stata una sfilata.

Sarebbe stato un trasloco di vite.

Il venerdì mattina entrammo nel rifugio prima del sorgere del sole.

L’odore era quello che ricordavo.

Disinfettante.

Pelo bagnato.

Caffè.

Paura.

Marta ci aspettava davanti all’ingresso.

«Pronti?»

«No.»

Mi guardò.

«Però siamo qui.»

Cominciammo dai più anziani.

Franco entrò nel box di Nerone.

Il cane aveva tredici anni e le zampe posteriori rigide.

Il proprietario era morto sei mesi prima.

Da allora nessuno l’aveva scelto.

Franco si abbassò lentamente.

Le sue ginocchia fecero più rumore del cane.

Allungò una mano.

«Siamo vecchi tutti e due, compare.»

Nerone lo annusò.

Poi appoggiò il muso grigio sul suo palmo.

Franco rimase immobile.

Io feci finta di non vedere che aveva gli occhi lucidi.

Marisa si sedette per terra davanti a Stella.

Non cercò di toccarla.

Le parlò.

Basta.

La cagnolina era rannicchiata in fondo al box.

Dopo dieci minuti avanzò.

Prima una zampa.

Poi l’altra.

Alla fine appoggiò il muso sulla scarpa di Marisa.

Sergio trovò Ettore.

Un cane enorme, tigrato, con un orecchio segnato e uno sguardo tristissimo.

Sul foglio c’era scritto: “Aspetto imponente. Richiede inserimento graduale.”

Sergio lesse.

«Anch’io ho l’aspetto imponente.»

Ettore scodinzolò una volta.

«Vedi? Ci siamo capiti.»

Uno dopo l’altro uscirono tutti.

Luna, una beagle con tre zampe e un ululato da sirena.

Bruno, nero e grosso.

Mimì, anziana e sorda.

Gigio, cento chili di cane terrorizzato dai giochi che fischiavano.

Rocco, Teresa, Pepe, Olivia, Nando, Ruby, Lola, Artù, Pina, Lea.

Quaranta nomi.

Quaranta vite precise.

Non “quaranta cani”.

Questo lo imparai quella mattina.

Quando un animale è in un box, da fuori sembra uno dei tanti.

Poi qualcuno ti dice che dorme solo con la ciotola vicino al muro.

Che ha paura dei cappelli.

Che ama il pollo.

Che non sopporta i temporali.

Che prima di fidarsi vuole vederti seduto.

Che russa.

Che nasconde il cibo.

Allora smette di essere un numero.

Diventa qualcuno.

Gli operatori del rifugio accompagnavano ogni cane fino all’uscita.

Consegnavano medicine e coperte.

Ripetevano raccomandazioni come nonne alla stazione.

«Mandami una foto.»

«Mi raccomando, piano con le scale.»

«Non tirarlo per il collare.»

«Con gli uomini ci mette un po’.»

«Lei adora dormire vicino ai piedi.»

Piangevano.

Non perché stavano perdendo quei cani.

Perché finalmente potevano perderli nel modo giusto.

Biscotto fu quasi l’ultimo.

Era arrotolato sulla sua coperta rossa.

Sentì accendersi una moto fuori.

Alzò la testa.

«Eccolo,» disse Marta.

Mi accovacciai.

«Biscotto.»

Mi guardò.

Barba.

Giubbotto nero.

Stivali.

Mani grandi.

Pensai che sarebbe scappato in fondo al box.

Invece si avvicinò alle sbarre.

Appoggiò il naso tra due ferri.

Marta si portò una mano alla bocca.

«Cosa c’è?»

«Non si avvicina così a nessuno da quasi due settimane.»

Aprì il box.

Mi sedetti sul pavimento.

Biscotto uscì lentamente.

Annusò la manica del mio giubbotto.

Poi, senza chiedere permesso, mi mise due zampe sulla coscia e si accoccolò contro il mio fianco.

Guardai il soffitto.

Era meglio.

Franco comparve dietro.

«Raimondo.»

«Che vuoi?»

«Stai piangendo?»

«No.»

«Sembri una guarnizione del motore che perde.»

Biscotto scodinzolò.

Maledetto cane.

Alle sette e mezza erano pronti tutti.

Ogni animale aveva pettorina, coperta e sistemazione sicura.

Alcuni viaggiavano dentro trasportini fissati nei sidecar.

Altri con sistemi di sicurezza adatti alla loro taglia.

Avevamo personale esperto davanti e un mezzo di assistenza dietro.

Le autorità locali avevano organizzato il passaggio lento lungo le vie principali.

Marta rimase davanti alla porta del rifugio.

Dietro di lei, il cartello bianco.

Davanti, quaranta moto.

Quaranta cani.

Quaranta persone che avevano detto sì.

Marta guardò tutti.

Poi disse:

«Portateli a casa.»

Accendemmo i motori.

Fu uno dei rumori più forti che avessi mai sentito.

Eppure, per qualche ragione, mi sembrò dolce.

Quando arrivammo sulla via principale, la gente uscì dai negozi.

Prima per il rumore.

Poi per i cani.

Il barista rimase sulla porta con lo strofinaccio in mano.

Il fruttivendolo attraversò il marciapiede.

Una signora appoggiò la borsa della spesa per terra.

Qualcuno applaudì.

Nerone sedeva accanto a Franco con il muso verso l’aria.

Stella era avvolta in una coperta rosa.

Ettore occupava mezzo sidecar e osservava tutto come se finalmente il mondo fosse diventato abbastanza grande per lui.

Luna abbaiò.

Altri quattro risposero.

Biscotto stava sotto la sua coperta rossa.

All’inizio tremava.

Poi sempre meno.

Passammo davanti alla panetteria.

Alla farmacia.

Alla piazza.

Alla chiesa.

Al piccolo mercato dove ogni sabato mattina tutti sapevano tutto di tutti.

Quello era il cuore del nostro paese.

Un posto dove il vicino ti presta una scala e la settimana dopo racconta al bar che hai ridipinto male il balcone.

Dove ci si critica.

Ci si misura.

Si commenta chi compra una macchina nuova e chi torna a vivere dai genitori.

Ma quando qualcuno sta veramente male, una teglia di lasagne compare davanti alla porta senza firma.

Quella mattina successe qualcosa del genere.

Solo in strada.

La diffidenza verso di noi cambiò faccia.

Prima paura.

Poi curiosità.

Poi sorrisi.

Poi occhi lucidi.

Un uomo gridò dal marciapiede:

«Sono quelli del canile?»

Sergio rispose:

«Erano quelli del canile!»

Partì un applauso.

Ettore abbaiò.

Biscotto tirò fuori il naso.

Una bambina con uno zaino viola gli fece ciao con la mano.

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