Dodici motociclisti si fermarono sotto il diluvio per una scatola nel fosso: dentro, solo la più piccola respirava ancora
All’inizio pensai fosse immondizia.
Un cartone mezzo sfondato, zuppo d’acqua, incastrato nel fosso lungo una provinciale della bassa emiliana.
Poi vidi qualcosa muoversi.
Alzai il pugno.
Dietro di me, uno dopo l’altro, gli altri motociclisti rallentarono. I motori passarono dal rombo al borbottio, poi al silenzio.
Restò soltanto il rumore della pioggia sui caschi.
Eravamo in dodici.
Tornavamo da una colazione di beneficenza organizzata per raccogliere coperte e mangime destinati al piccolo rifugio per animali della zona.
Io mi chiamo Bruno Ferretti.
All’epoca avevo cinquantotto anni, quasi centoventi chili, capelli grigi legati dietro la nuca, barba lunga, mani grandi e tatuate e quel genere di giubbotto di pelle che fa cambiare marciapiede a certe persone prima ancora che tu abbia aperto bocca.
Mi era successo mille volte.
Al bar le mamme tiravano a sé i bambini.
Ai semafori qualcuno chiudeva la sicura della macchina.
Una volta una signora aveva stretto la borsa al petto soltanto perché mi ero messo in fila dietro di lei all’ufficio postale.
Quella mattina, però, servivano proprio uomini che la gente avrebbe preferito non incontrare in un vicolo.
Scendemmo dalle moto.
Sandro, che tutti chiamavamo Roccia, aveva sessant’anni, testa rasata, barba bianca e due braccia grosse come prosciutti.
Teresa, cinquantuno anni, lavorava in una mensa scolastica e nel gruppo era quella che ricordava a tutti compleanni, medicine, scadenze e appuntamenti dal veterinario.
Aldo aveva sessantatré anni, un naso rotto da giovane, una vecchia officina in paese e quel silenzio tipico degli uomini della sua generazione, quelli cresciuti con l’idea che piangere fosse qualcosa da fare solo dietro una porta chiusa.
Mi inginocchiai nel fango.
Il cartone era così impregnato d’acqua che quasi si scioglieva sotto le dita.
Sollevai il lembo.
Dentro c’erano cinque cuccioli.
Quattro non si muovevano.
Per un attimo nessuno disse niente.
Non serviva.
Teresa si portò una mano alla bocca.
Roccia girò il viso.
Aldo rimase immobile con gli occhi bassi.
Poi, nell’angolo più lontano, vidi una zampetta.
Si mosse appena.
Era una femmina piccolissima, forse sei settimane, pelo tigrato e bianco, muso scuro, orecchie piegate e una macchia chiara sul petto.
Tremava così forte che sembrava impossibile potesse resistere ancora.
La presi con entrambe le mani.
Pesava meno di una pagnotta.
Non abbaiò.
Non cercò di mordere.
Appoggiò soltanto il naso gelido contro il mio pollice e fece un verso sottile.
Quasi niente.
Ma per noi fu sufficiente.
Era come se stesse dicendo:
Sono ancora qui.
Aldo si aprì il giubbotto.
«Dammi qua.»
La voce gli si spezzò.
Teresa prese un asciugamano asciutto dalla borsa laterale della moto. Avvolgemmo la cucciola e la sistemammo contro il petto di Aldo, sotto il giubbotto.
Lui la coprì con tutto il corpo.
Dodici motociclisti rimasero sotto l’acqua, sporchi di fango, con gli stivali fradici e gli occhi lucidi.
Qualcuno aveva lasciato quella scatola convinto che nessuno si sarebbe fermato.
Aveva sbagliato strada.
Chiamammo subito la clinica veterinaria di turno.
Roccia corse a prendere il suo vecchio furgone, l’unico mezzo con il riscaldamento abbastanza potente.
Prima di salire, Aldo guardò quella testolina minuscola.
«Fortuna.»
«Che hai detto?» gli chiesi.
«La chiamo Fortuna. Almeno finché non arriviamo.»
La zampa della cucciola si mosse contro la sua camicia.
Quel nome, in quel momento, non era ancora un nome.
Era una preghiera.
La clinica distava poco più di venti minuti.
Sembrarono due ore.
Roccia guidava.
Teresa era davanti al telefono con la veterinaria.
Aldo sedeva dietro, stringendo Fortuna al petto con una mano e controllandole il respiro con l’altra.
Noi seguivamo con le moto.
Dodici fari sulla provinciale grigia.
Una processione senza chiesa.
Più tardi qualcuno ci chiese perché non avessimo aspettato che arrivassero gli addetti del comune.
La risposta era semplice.
Il freddo non aspetta.
Una creatura di poche settimane non sa cosa sia una procedura.
Facemmo fotografie del luogo, comunicammo la posizione della scatola e lasciammo che chi di dovere si occupasse degli altri cuccioli.
Ma quella piccola respirava ancora.
E quando una vita ti resta in mano, non le chiedi di aspettare.
Corri.
Dentro il furgone, Aldo continuava a parlarle.
Roccia me lo raccontò dopo.
«Forza, piccola. Non fare scherzi. Hai dodici brutti zii che ti aspettano.»
Aldo aveva passato quarant’anni a riparare motori.
Aveva seppellito i genitori, due amici d’infanzia e una moglie portata via da una malattia troppo in fretta.
Non raccontava quasi mai niente.
La sua generazione era così.
Si lavorava.
Si portavano i soldi a casa.
Si stringevano i denti.
Il dolore lo si metteva in tasca insieme alle chiavi.
Ma quella cucciola entrò dove nessuno riusciva più ad arrivare.
Alla clinica ci aspettavano la dottoressa Elena Marchetti e una giovane assistente, Chiara.
Appena videro l’asciugamano, non persero tempo.
«Subito dentro.»
Aldo esitò.
La dottoressa se ne accorse.
«Devo prenderla io, signore.»
Lui aprì lentamente il giubbotto.
Consegnò Fortuna come si consegna una candela accesa nel vento.
«Era l’unica che si muoveva.»
«Faremo tutto quello che possiamo.»
La situazione era seria.
Temperatura corporea troppo bassa.
Glicemia quasi a terra.
Gengive pallide.
Respiro debole.
Nessuna ferita evidente.
Il pericolo era più silenzioso.
Freddo.
Fame.
Abbandono.
Quelle sofferenze che non fanno rumore e proprio per questo, spesso, vengono viste troppo tardi.
Cominciarono a scaldarla lentamente.
Liquidi.
Glucosio.
Ossigeno.
Coperte tiepide.
Piccole quantità di alimento.
Noi aspettammo fuori.
Sei ore.
Chi seduto.
Chi in piedi.
Chi sotto la tettoia a bere un caffè terribile dal distributore.
Roccia rimase venti minuti nel furgone con le mani sul volante.
Teresa telefonò al rifugio.
Io trovai Aldo dietro l’edificio.
Aveva una sigaretta tra le dita ma non l’aveva accesa.
«Come stai?»
«Male.»
Mi appoggiai al muro accanto a lui.
Dopo un po’ disse:
«Era sotto gli altri, Bruno. Hai visto? Talmente piccola che quasi non si vedeva neanche lì dentro.»
Non seppi cosa rispondere.
A volte la vita ti mette davanti domande per cui non esistono frasi intelligenti.
Verso metà pomeriggio, Chiara uscì.
Sorrideva.
Era stanca, ma sorrideva.
«Ha alzato la testa.»
Teresa scoppiò a piangere.
Roccia guardò il soffitto.
Aldo si lasciò cadere su una sedia.
Io chiusi gli occhi.
«Brava, Fortuna.»
Fu la prima volta che pensai che quel nome forse non era più soltanto una preghiera.
Forse poteva diventare vero.
Fortuna rimase in clinica tre giorni.
In quei tre giorni diventammo probabilmente i clienti più insopportabili della provincia.
Telefonavamo troppo.
Portavamo asciugamani.
Facevamo domande.
Lasciavamo soldi prima ancora che ci presentassero il conto.
Riempiemmo la saletta del personale di panini, biscotti e termos di caffè.
A un certo punto la dottoressa Elena mi disse:
«Bruno, pesa poco più di un chilo. Non le serve un esercito.»
«Ce l’ha lo stesso.»
Ogni piccolo progresso diventava una festa.
La prima poppata completa.
La temperatura stabile.
Il primo tentativo di camminare.
La prima volta che cercò una mano calda.
Il primo movimento della coda mentre dormiva.
Chiara mandò a Teresa un breve video.
Fortuna era avvolta in una copertina gialla e sbadigliava.
Quella sera eravamo al nostro ritrovo, un’ex officina affittata alla periferia del paese.
Teresa mise il telefono sul tavolo.
Una ventina di uomini e donne con capelli grigi, cicatrici, pancette, ginocchia malandate e giubbotti di pelle si piegarono tutti contemporaneamente verso uno schermo di quindici centimetri.
Aldo chiese di rivederlo.
Tre volte.
Nessuno rise.
Nel nostro ritrovo la gente immaginava chissà cosa.
In realtà c’erano un tavolo di legno, attrezzi, un frigorifero vecchio, una macchinetta del caffè e un ripostiglio pieno di crocchette, coperte e trasportini destinati ai rifugi.
Molti di noi avevano superato i cinquanta.
Qualcuno aveva figli lontani.
Qualcuno era divorziato.
Qualcuno viveva solo.
Qualcuno era nonno e vedeva i nipoti meno di quanto avrebbe voluto.
Avevamo passato la vita a essere padri, mariti, lavoratori, quelli che «devono tenere duro».
Forse per questo gli animali ci fregavano così facilmente.
Non ti chiedono che lavoro fai.
Non guardano quanto guadagni.
Non sanno se hai fallito un matrimonio.
Non ricordano le sciocchezze che hai detto vent’anni prima durante un pranzo di Natale.
Sanno soltanto se la tua mano fa male o fa bene.
La fotografia di Fortuna finì sulla bacheca.
Sotto comparve un barattolo.
Teresa scrisse su un pezzo di nastro adesivo:
Fondo Fortuna.
Uno mise dieci euro.
Un altro venti.
Aldo infilò cento euro e minacciò chiunque volesse commentare.
Poi successe qualcosa che nessuno aveva programmato.
Cominciò a entrare gente del quartiere.
Il proprietario della ferramenta lasciò una busta.
La signora Mirella, settantaquattro anni, arrivò con due coperte lavorate a maglia.
«Sono brutte, ma tengono caldo.»
Il ragazzo del forno ci portò una scatola per raccogliere offerte.
Un pensionato che non guidava più da anni diede cinque euro.
«È poco.»
Teresa gli rispose:
«È abbastanza.»
Fu allora che capii che Fortuna non stava cambiando soltanto noi.
Stava tirando fuori dal quartiere qualcosa che credevamo perduto.
Quella solidarietà di una volta.
Quella per cui una vicina ti teneva il bambino mentre andavi dal medico.
Quella per cui il macellaio segnava il conto sul quaderno se in casa c’erano problemi.
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