Appoggiava il fianco contro di me.
Io le mettevo una mano sulla schiena.
Il mondo rallentava.
Durante quell’evento una donna sulla quarantina si avvicinò con il figlio adolescente.
Avevano perso il loro vecchio cane pochi mesi prima.
Il ragazzo non ne voleva più sapere.
«Non voglio affezionarmi per poi stare male di nuovo.»
Poi aveva visto Fortuna.
Aveva ascoltato la sua storia.
Quel pomeriggio adottarono un cagnolino nero.
Lo chiamarono Ombra.
Qualche mese dopo arrivò una fotografia.
Ombra dormiva accanto al ragazzo sul divano.
Dietro la foto c’era scritto:
Fortuna gli ha insegnato che voler bene un’altra volta non significa dimenticare.
Quella fotografia rimase sulla nostra bacheca per anni.
Le iniziative aumentarono.
Per animali anziani.
Per cucciolate da allattare.
Per cani trovati dopo le alluvioni.
Per gatti feriti.
Per animali che nessuno aveva programmato di accogliere.
Fortuna era stata una di loro.
Al terzo anno aveva una cuccia in ogni furgone.
Una coperta al ritrovo.
Una ciotola dietro il bancone del bar vicino all’officina.
Una sedia preferita: quella di Aldo.
Naturalmente.
Una volta una bambina mi chiese:
«Fortuna è famosa?»
Guardai il cane.
In quel momento stava tentando di rubare un pezzo di pollo dalla mano di Teresa.
«Non proprio.»
Teresa mi sentì.
«Bruno, non dire che è utile.»
«Non l’ho detto.»
«Lo stavi pensando.»
Mi indicò Fortuna.
«Lei è amata. L’utile è quello che facciamo noi perché l’abbiamo amata.»
Aveva ragione.
Al quinto anniversario di quella mattina di pioggia, avevamo aiutato trecentododici animali.
Teresa dipinse il numero su uno striscione.
Ci mise tutti sotto per una fotografia.
Fortuna, ormai adulta, era davanti a noi con una bandana azzurra e un orecchio piegato al contrario.
Dietro, venticinque adulti stavano cercando disperatamente di non piangere.
Trecentododici non significava trecentododici finali felici.
Questo lo imparammo presto.
Alcuni animali arrivavano troppo tardi.
Alcune adozioni non funzionavano.
Alcune cure erano più lunghe del previsto.
Alcune persone promettevano e poi sparivano.
La solidarietà non trasforma il mondo in una favola.
Lo rende soltanto un po’ meno freddo.
A quella festa parlò anche Aldo.
Lui, che odiava i microfoni.
Salì davanti a tutti con le ginocchia rigide e i capelli ormai completamente bianchi.
Fortuna era seduta vicino ai miei stivali.
Aldo guardò la gente.
«Io l’ho tenuta qui.»
Si toccò il petto.
«Durante il viaggio verso la clinica.»
Si fermò.
«Pensavo che sarebbe morta sotto il mio giubbotto. Continuavo a ripetermi: se deve andarsene, almeno se ne va al caldo.»
Silenzio.
«Invece è rimasta.»
Guardò Fortuna.
«E allora penso che da quel giorno stiamo pagando gli interessi di quella fortuna.»
Qualcuno rise con gli occhi bagnati.
Aldo indicò il cane.
«Era la più piccola.»
Fortuna mosse la coda.
«Pare avesse il lavoro più grande.»
Quello stesso pomeriggio arrivarono tre cuccioli trovati sotto un portico abbandonato.
Niente telecamere.
Niente giornalisti.
Nessuna storia drammatica da raccontare.
Solo tre esseri piccoli che avevano bisogno di qualcuno.
Teresa mi guardò.
Io guardai Roccia.
Roccia sospirò.
«Eccoci.»
In mezz’ora avevano sistemazioni temporanee, visita veterinaria e tutto il necessario.
Quello era diventato il vero miracolo.
Non Fortuna.
Noi.
O meglio, ciò che quella cucciola aveva tirato fuori da persone normali.
Il quartiere aveva ricominciato ad assomigliare a quello della nostra infanzia.
Non uguale.
Non voglio idealizzare.
Anche allora c’erano egoismi, pettegolezzi, porte chiuse e famiglie che si facevano la guerra.
Ma ricordo che mia madre poteva bussare alla signora del piano di sotto per chiedere due uova.
Ricordo mio padre che aiutava un vicino a cambiare una gomma senza domandargli cosa avrebbe ricevuto in cambio.
Ricordo sedie fuori dalle porte nelle sere d’estate.
Fortuna ci ricordò che quella gente non era sparita.
Era soltanto diventata più stanca.
Più diffidente.
Più sola.
Serviva qualcosa che ci facesse uscire di nuovo di casa.
Negli anni successivi il muso di Fortuna cominciò a schiarirsi.
Le nostre barbe pure.
Le ginocchia peggiorarono.
Le moto sembravano diventare più pesanti ogni primavera.
Lei smise lentamente di partecipare alle uscite più lunghe.
La dottoressa Elena fu categorica.
«Le articolazioni vengono prima della nostalgia.»
Roccia costruì allora un piccolo carrello imbottito per portarla agli eventi locali senza stancarla.
Sembrava una regina.
E si comportava come tale.
I nuovi motociclisti dovevano superare quello che Teresa chiamava «l’esame Fortuna».
Se il cane non si fidava, Teresa li teneva d’occhio.
Roccia diceva:
«Lei sa cos’è la vera durezza. Non fate scena.»
A dodici anni, il fondo aveva superato settecento animali aiutati.
A tredici, eravamo vicini ai novecento.
A un certo punto smettemmo di mettere il numero al centro.
Non era una gara.
Cominciammo invece a conservare i nomi.
Le fotografie.
Le ricevute.
Le lettere.
I messaggi delle famiglie.
Un cane anziano operato anni prima tornò a trovarci con il muso bianco.
Un gatto che avevamo aiutato era diventato, secondo il proprietario, «il sindaco del condominio».
E un giorno tornò Ombra.
Il cucciolo nero adottato dal ragazzo che non voleva più affezionarsi.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





