Un sabato mattina il telefono squillò.
Sul display comparve il numero dell’ambulatorio.
Nino dormiva contro il mio polpaccio emettendo quel rumore da vecchio motorino che chiamava fusa.
Risposi.
«Buongiorno, signor Roberto.»
La voce della ragazza era strana.
«È successo qualcosa a Nino?»
«No, no. Lui sta bene.»
Silenzio.
Quando qualcuno comincia con “lui sta bene”, sai già che il resto non ti piacerà.
«Allora cosa c’è?»
«È venuta la sua precedente proprietaria.»
Mi alzai lentamente.
Nino aprì un occhio.
«Lucia?»
«Sì.»
Qualche giorno prima l’ambulatorio aveva pubblicato, senza indicare cognomi né indirizzi, una fotografia di Nino disteso al sole.
Io avevo dato il permesso.
Pensavo potesse servire a far capire che un animale anziano non è necessariamente un animale finito.
La foto aveva iniziato a girare nei gruppi della zona.
Qualcuno l’aveva condivisa.
Poi qualcun altro.
Finché era arrivata alla figlia di Lucia.
«Sua figlia ha riconosciuto Nino», spiegò la ragazza. «Ha mandato la fotografia alla madre.»
Sentii qualcosa indurirsi dentro di me.
«E quindi?»
La ragazza fece un lungo respiro.
«Lucia dice di aver sbagliato.»
Non risposi.
«Vorrebbe riaverlo.»
Mi venne freddo.
Guardai Nino.
Dormiva di nuovo.
Una zampa penzolava dalla coperta.
Settimane.
Erano bastate poche settimane perché imparasse a non correre verso la porta.
Settimane perché smettesse di irrigidirsi vedendomi con le chiavi in mano.
Settimane perché credesse finalmente che quella casa fosse davvero casa sua.
Adesso lei tornava perché aveva visto una fotografia.
«Le avete detto che è stato adottato?»
«Certo. Legalmente è tutto regolare. Nessuno può obbligarla a restituirlo. Però Lucia è qui da stamattina. Piange. Dice che vorrebbe almeno parlarle.»
La risposta che avevo in testa era semplice.
No.
No, non si restituisce un animale quando ci si stanca e poi lo si reclama quando la nostalgia diventa più forte della fatica.
No, l’amore non funziona come un cappotto lasciato dal sarto.
No.
Poi guardai Nino.
A sessantadue anni avevo imparato un’altra cosa.
Quando sei arrabbiato, tutto sembra semplice.
Quasi mai lo è.
«Arrivo.»
L’ambulatorio era identico alla prima volta.
Stesso odore di disinfettante.
Stesso pavimento chiaro.
Stesso corridoio.
E Lucia mi aspettava proprio nella stanza dove aveva lasciato Nino.
Sembrava diversa.
Non più elegante.
Non più brutta.
Semplicemente più vecchia.
Le spalle erano curve.
I capelli avevano una ricrescita grigia che evidentemente non aveva avuto voglia di coprire.
Quando entrai, si alzò.
«Lei è Roberto?»
Annuii.
«Come sta?»
Quella domanda mi irritò più di quanto avrebbe dovuto.
«Sta bene. Mangia. Dorme. Ha conquistato il mio divano e metà del letto. Alle tre vuole il suo pezzo di sole.»
La bocca di Lucia tremò.
«Ha sempre amato il caldo.»
Quella frase mi fermò.
Perché chi non ha mai amato un animale non sa queste cose.
Non sa a che ora arriva il sole sul tappeto.
Non sa quale angolo della casa preferisce.
Non sa che rumore fa quando sogna.
Lucia sapeva.
Questo rendeva tutto più difficile.
«Perché l’ha lasciato?»
Lei abbassò gli occhi.
«Mio marito, Franco, è morto l’anno scorso.»
Aspettai.
«Nino era il suo gatto più di quanto fosse il mio. Ogni domenica, dopo pranzo, Franco si metteva sul divano con la televisione accesa. Nino gli dormiva sul petto.»
Inspirò piano.
«Dopo il funerale è cambiato. Nino lo cercava. Miagolava davanti alla camera. Di notte piangeva.»
Lucia si torse le mani.
«Anch’io lo cercavo.»
Non dissi nulla.
«All’inizio tutti venivano a trovarmi. Mia figlia. Mia cognata. Le vicine. Mi portavano lasagne, torte, pentole di brodo. Poi la vita degli altri è ricominciata.»
Fece un sorriso senza gioia.
«La mia no.»
I soldi erano diventati meno.
L’appartamento troppo grande.
Le medicine di Nino aumentavano.
La pulizia.
Le notti interrotte.
Gli incidenti fuori dalla lettiera.
«Ero stanca.»
Alzò finalmente gli occhi verso di me.
«Non stanca da sonno. Stanca della vita.»
Quella frase la capii.
Forse troppo bene.
Ma capire una cosa non significa giustificarla.
«Perché ha detto che non era più il suo gatto?»
Lucia chiuse gli occhi.
«Perché avevo vergogna.»
«Di cosa?»
«Di dire che non ce la facevo.»
E lì venne fuori la parte più italiana di tutta quella storia.
Quella che conoscevo.
Quella della bella figura.
Lucia mi raccontò che per mesi aveva risposto a tutti nello stesso modo.
Sto bene.
Me la cavo.
Non ho bisogno di niente.
La pensione basta.
La casa è a posto.
Nino sta bene.
Io sto bene.
Sempre bene.
Perché in un paese dove tutti conoscono tutti, ammettere che non riesci più a tenere insieme la casa, il lutto, i soldi e un gatto anziano sembra quasi una colpa.
«Non volevo che mia figlia pensasse che fossi diventata incapace.»
La guardai.
«E quindi ha preferito lasciare lui.»
Lucia abbassò la testa.
«Sì.»
La parola rimase fra noi.
Nuda.
Scomoda.
«Quando ho visto la fotografia», continuò, «era al sole. Aveva quella faccia che faceva con Franco.»
Le lacrime cominciarono a scenderle.
«Mia figlia mi ha chiesto: “Mamma, ma questo è Nino?”»
Lucia si asciugò una guancia.
«Poi mi ha chiesto cosa avevo fatto.»
«E cosa ha risposto?»
«Niente.»
Ci fu un lungo silenzio.
Poi disse:
«Vorrei riaverlo.»
«No.»
La parola mi uscì prima ancora che potessi pensarci.
Lucia chiuse la bocca.
«Mi dispiace per quello che ha passato», continuai. «Ma Nino non è un mobile che ha portato in cantina in un momento di confusione.»
Lei annuì lentamente.
«Per giorni ha controllato ogni porta. Quando prendevo le chiavi smetteva di respirare. Se uscivo sul pianerottolo, mi aspettava seduto davanti all’ingresso.»
Lucia si coprì la bocca.
«Lui ha pagato il prezzo della sua vergogna.»
Lei iniziò a piangere.
Una parte di me provò soddisfazione.
Me ne vergognai subito.
Non volevo vendetta.
Volevo proteggere Nino.
Sono due cose diverse, anche se a volte si assomigliano.
Dopo qualche minuto Lucia disse:
«Posso vederlo?»
La fissai.
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