Enrico camminava accanto a lui.
«Piano. Le anatre non scappano.»
Arrivò alla panchina alle 16:19.
Ma non guardò il lago.
Annusò il terreno sotto il lato destro.
Poi posò l’anatra verde sul sedile vuoto.
Enrico si immobilizzò.
Sul legno c’erano due iniziali incise dentro un cuore storto.
E + E.
Enrico ed Elena.
Il vecchio si sedette a sinistra.
Arturo restò vicino al lato destro.
Enrico tirò fuori il thermos.
Versò il caffè in una tazza.
Poi ne appoggiò una seconda sul posto vuoto.
Arturo non guardava l’acqua.
Guardava il sentiero.
Alle 16:38 raccolse l’anatra.
Enrico strinse la tazza tra le mani.
«Non è in ritardo.»
Arturo continuò a guardare.
«Non viene più.»
Il cane non si mosse.
Enrico toccò il nastro giallo.
«Lo so. Nemmeno io sono venuto.»
Due giorni dopo una donna entrò nel rifugio con una busta chiusa e alcune fotografie.
Era Laura, la figlia di Margherita.
«Ho visto il video del lago. Devo parlare con il signor Bellini.»
Enrico arrivò mezz’ora dopo.
Laura posò una busta sul tavolo.
C’era scritto il suo nome.
La calligrafia era di Margherita.
Poi tirò fuori una fotografia.
Due donne sedevano vicino alla settima panchina.
Una era Margherita.
L’altra era Elena, la moglie di Enrico.
Tra loro c’era Arturo.
Dietro compariva la stessa carrozzina.
Non modificata.
Ancora con i sedili da bambini.
Era piena di coperte, libri, una canna da passeggio e il thermos rosso.
Al manico c’era il nastro giallo.
Laura guardò Enrico.
«Lei conosceva Arturo.»
Lui annuì.
Lo conosceva da sei anni.
Elena e Margherita si erano incontrate per caso al lago.
Erano entrambe vedove di molte piccole cose prima ancora di perdere davvero qualcuno.
Margherita aveva già perso il marito.
Elena stava perdendo lentamente sicurezza nelle gambe, autonomia, fiducia nel proprio corpo.
Le mani le tremavano.
Odiava passeggiare nel quartiere perché non sopportava gli sguardi.
Al lago, invece, c’era Arturo.
Il primo pomeriggio aveva posato l’anatra verde ai piedi di Elena.
Lei l’aveva lanciata.
Arturo l’aveva riportata a Margherita.
Dopo tre settimane si incontravano ogni giorno.
Alle 16:12.
Enrico accompagnava Elena dopo aver finito il suo turno in officina.
Portava il caffè.
Scaricava la vecchia carrozzina.
Elena si appoggiava al manico quando le gambe tremavano.
Arturo camminava sempre alla sua destra.
Se Elena si fermava, lui si fermava.
Se il ginocchio cedeva, Arturo si premeva contro la sua gamba.
Nessuno glielo aveva insegnato.
Il nastro giallo era stato legato sul lato destro perché Elena potesse riconoscere subito il punto dove mettere la mano quando la vista le si appannava.
Enrico controllava le ruote ogni domenica.
Due colpetti sul telaio significavano che i freni erano bloccati.
Tac.
Tac.
Per questo Arturo aspettava quei due colpi prima di salire.
Elena era morta dieci mesi prima che Arturo arrivasse al rifugio.
Il giorno dopo il funerale, Enrico aveva smesso di andare al lago.
Margherita no.
Ogni pomeriggio continuava a portare Arturo alla settima panchina.
Alle 16:12.
Il cane appoggiava l’anatra sul lato di Elena.
Poi guardava il sentiero aspettando Enrico e la carrozzina.
Ma non arrivavano.
Margherita gli aveva scritto tre lettere.
Enrico non le aveva aperte.
Le aveva chiuse in un cassetto.
«Pensavo che se avessi smesso di andare in quei posti, il tempo sarebbe passato più in fretta.»
Laura spinse la busta verso di lui.
«Questa non è mai arrivata.»
Enrico la aprì.
Lesse due volte.
Poi ce la mostrò.
Margherita aveva scritto:
“Se me ne andrò prima di Arturo, non lasciare che perda anche il lago. Le sue anche stanno cedendo. Elena diceva sempre che tu potevi far trasportare qualunque cosa a quella vecchia carrozzina. Credo che abbia ancora un passeggero da portare.”
Sotto c’era un’ultima frase.
“Lui tiene ancora libero il posto di Elena. Forse ha tenuto libero anche il tuo.”
Enrico piegò il foglio.
E improvvisamente tutto ebbe senso.
Arturo non stava aspettando la macchina di Margherita.
Il lago si trovava a ovest.
Per questo aspettava davanti alla porta occidentale del rifugio.
Le 16:12 non erano casuali.
Era l’orario dell’appuntamento.
Le 16:38 era l’ora in cui tornavano a casa.
L’anatra verde non era un giocattolo qualunque.
Era il modo con cui quei pomeriggi cominciavano.
Il clic della ruota.
Il nastro giallo.
I due colpi sul telaio.
Il thermos rosso.
La tazza vuota.
La panchina.
Arturo non capiva la morte.
Non capiva i certificati, i funerali, le lettere chiuse nei cassetti.
Capiva la sequenza.
E ogni giorno cercava disperatamente di rimetterla al suo posto.
Enrico raccontò allora un’altra cosa.
Quella carrozzina era stata comprata quando erano nate le sue due figlie gemelle.
Una era tornata a casa dall’ospedale prima dell’altra.
Elena aveva rifiutato di montarla finché non fossero state entrambe insieme.
Enrico l’aveva assemblata nel parcheggio dell’ospedale il giorno in cui anche la seconda bambina era stata dimessa.
Il primo oggetto che aveva messo dentro non era una figlia.
Era il thermos rosso.
Negli anni la carrozzina aveva trasportato bambine, libri, spesa, coperte, borse da mare, palloni, pic-nic.
Ogni volta che Enrico proponeva di buttarla, Elena rispondeva:
«Finché cammina, serve.»
Dopo la morte della moglie, Enrico l’aveva portata sul marciapiede due volte.
Entrambe le volte l’aveva rimessa in garage prima che passassero a ritirare i rifiuti.
Poi aveva visto la fotografia di Arturo sul nostro volantino.
Dietro il cane c’era un foglio.
“Alle 16:12 aspetta sempre davanti alla porta.”
Quella notte Enrico aveva finalmente aperto la prima lettera di Margherita.
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