Una pensionata adottò la pitbull che nessuno voleva, ma davanti all’uscita la cagna scappò verso una gabbia vuota: stava aspettando qualcuno.
«Non tirarla. Se vuole fermarsi, lasciamola fermare.»
Anna Ferri teneva il guinzaglio rosso con due dita, senza stringere.
Aveva sessantasette anni, i capelli grigi raccolti dietro la nuca e quel modo di parlare piano che hanno certe persone dopo una vita trascorsa accanto a chi fa fatica a respirare.
Per più di trent’anni aveva lavorato come terapista respiratoria in ospedale.
Da otto mesi era in pensione.
Da nove era vedova.
Luna, una pitbull tigrata di circa quattro anni, camminava alla sua sinistra.
Il fianco della cagna sfiorava i jeans di Anna a ogni passo.
Avevano appena firmato i documenti.
Era fatta.
Dopo settimane in canile, Luna aveva finalmente una casa.
Nel parcheggio, sotto un vecchio tiglio, aspettava la piccola utilitaria di Anna.
Sul sedile posteriore c’era una coperta gialla.
A terra, dentro una scatola di cartone, due ciotole d’acciaio.
Anna aveva persino sistemato una vecchia camicia del marito sulla coperta.
«Così magari sentirà odore di casa», ci aveva detto.
Arrivarono a pochi passi dall’uscita.
Luna si fermò.
Guardò la porta aperta.
Poi girò lentamente la testa verso il lungo corridoio del canile.
L’orecchio destro si sollevò.
Quello sinistro, segnato da una vecchia cicatrice, rimase piegato verso l’interno.
Era proprio quel difetto a darle l’espressione che nelle fotografie aveva spaventato tanti aspiranti adottanti.
Anna non la strattonò.
«Prenditi il tuo tempo.»
Luna avanzò di un passo.
Da qualche parte dietro di noi, un carrello urtò una parete.
Due ciotole di metallo sbatterono tra loro.
Subito dopo si sentì il leggero sibilo di un apparecchio per l’ossigeno provenire dall’ambulatorio veterinario.
Luna si voltò di scatto.
Accadde tutto in meno di due secondi.
Il collare le scivolò dalla testa.
Anna cercò di afferrarlo.
Troppo tardi.
La cagna partì.
Pensai che avrebbe corso verso l’uscita o cercato rifugio sotto il bancone della reception.
Invece superò una fila di gabbie occupate senza degnare gli altri cani di uno sguardo.
Prima una.
Poi tre.
Poi sette.
Poi undici.
Sapeva esattamente dove andare.
Si fermò davanti al box numero diciotto, in fondo al corridoio più vecchio.
Era vuoto.
Pulito.
Sulla grata non c’era neppure il cartellino con il nome di un animale.
Luna alzò una zampa.
Toccò due volte il bordo inferiore della porta.
Tac.
Tac.
Aspettò.
Poi ancora.
Tac.
Tac.
Infine si sdraiò davanti alla gabbia.
Anna arrivò senza fiato.
«Era qui che dormiva?»
«No.»
Mi guardò.
«Ne sei sicura?»
«Sicurissima. Il suo box era vicino alla lavanderia.»
Anna indicò la porta vuota.
«E allora perché è venuta qui?»
Non sapevo rispondere.
Mi chiamo Beatrice Conti e all’epoca avevo cinquantadue anni. Lavoravo da dodici anni nel rifugio comunale di una cittadina dell’Emilia.
Conoscevo quel posto come casa mia.
Sapevo riconoscere il cigolio del carrello del cibo.
Sapevo quali cani abbaiavano prima di un temporale.
Sapevo distinguere un animale che graffiava per paura da uno che cercava attenzioni.
Ma Luna non stava cercando di aprire quella gabbia.
Sembrava chiamare qualcuno dall’altra parte.
Due colpi.
Una pausa.
Due colpi.
Anna si sedette direttamente sul pavimento.
Non le importò dei jeans.
Luna aveva partorito da poco.
Il latte ormai stava diminuendo, ma il ventre portava ancora i segni dell’allattamento.
Sul petto aveva una macchia bianca curva, simile a una virgola.
Anna l’aveva scelta proprio quella mattina.
Era passata davanti all’area dei cuccioli senza neppure entrare.
«I piccoli troveranno tutti una famiglia», mi aveva detto.
«Quella lì invece rischia di passare l’estate dietro una grata.»
Non aveva scelto il cane più bello.
Non aveva scelto il più giovane.
Aveva scelto quello che nessuno chiedeva.
Avevamo provato a convincere Luna ad allontanarsi dal box diciotto con dei pezzetti di pollo.
Li prendeva delicatamente dalla mano.
Poi tornava alla porta.
Una volta posò persino un pezzo di carne sotto la grata.
Come se lo stesse offrendo a qualcuno.
Aprii il box.
Luna entrò.
Annusò con attenzione l’angolo in fondo a sinistra.
Poi uscì.
Provammo un secondo corridoio.
Fece nove passi.
Quando una porta si chiuse alle sue spalle, si bloccò.
Anna mollò immediatamente il guinzaglio.
Luna tornò al box diciotto.
Verso l’una arrivò Paola, la nostra assistente veterinaria.
Aveva ancora la divisa azzurra.
Appena Luna la vide, si alzò.
Le annusò prima una tasca.
Poi l’altra.
Paola impallidì.
«Lo faceva anche prima del trasferimento.»
Anna la guardò.
«Quale trasferimento?»
Paola guardò me.
Ed entrambe capimmo che non potevamo più rimandare.
Diciannove giorni prima, uno dei sette cuccioli di Luna era stato portato in una clinica veterinaria specializzata.
Gli altri sei si erano ripresi da una brutta infezione intestinale.
Il settimo no.
Era il più piccolo della cucciolata.
Pesava meno della metà dei fratelli.
Aveva difficoltà a deglutire e, dopo ogni poppata, il suo respiro diventava corto e irregolare.
Nel nostro ambulatorio potevamo tenerlo sotto ossigeno di giorno.
Ma serviva assistenza continua.
Una clinica fuori città aveva accettato il trasferimento.
Quel giorno Luna era stata chiusa in un’altra stanza.
Pensavamo che non vedere il piccolo partire le avrebbe evitato uno stress inutile.
Il cucciolo era rimasto proprio nel box diciotto durante le ultime ore prima del trasporto.
Paola lo aveva portato via avvolto in un asciugamano azzurro.
Anna fissò la porta.
«È morto?»
Paola scosse la testa.
«Non ci hanno mai comunicato che fosse morto.»
«E allora dov’è?»
Quella era la domanda che ci vergognavamo di non sapere.
La pratica del cucciolo era finita in mezzo a trasferimenti, volontari, affidi temporanei e telefonate senza risposta.
Avevamo ricevuto due aggiornamenti.
Polmonite da aspirazione.
Problemi di deglutizione.
Poi più nulla.
Nessun certificato di morte.
Nessun documento di dimissione.
Nessun ritorno.
Per noi era diventato una pratica sospesa.
Per Luna no.
Luna toccò nuovamente la porta.
Tac.
Tac.
Anna rimase seduta accanto a lei per quasi un’ora.
Poi disse una frase che ancora oggi ricordo.
«Io questa cagna non la restituisco.»
Si tolse gli occhiali e li pulì con l’orlo della maglietta.
«Però non la porto via finché non capiamo chi sta aspettando.»
Il mattino dopo arrivò una telefonata.
Il cucciolo era vivo.
E non aveva più una famiglia affidataria.
Tutto, però, era cominciato quasi un mese prima.
Quella notte aveva piovuto tanto che nei campi fuori città i fossi non riuscivano più a contenere l’acqua.
Poco dopo le undici, un uomo che controllava un vecchio capannone abbandonato sentì raschiare sotto una pavimentazione crollata.
Chiamò il servizio veterinario.
Quando l’operatore arrivò, trovò Luna in una specie di cunicolo di manutenzione.
L’acqua le arrivava quasi al petto.
Avrebbe potuto arrampicarsi fuori.
I segni delle zampe sul muro dimostravano che ci aveva provato.
Eppure continuava a tornare dentro.
Il motivo erano sette cuccioli.
Li aveva sistemati sopra una striscia di materiale isolante rimasta asciutta.
Sei pigolavano.
Il settimo non emetteva quasi alcun suono.
Luna lo teneva sotto il collo, nel punto più alto.
Ogni volta che il piccolo scivolava verso l’acqua, lei lo spingeva indietro con il muso.
Il soccorritore prese i primi sei.
Quando provò a sollevare l’ultimo, Luna gli appoggiò una zampa sul polso.
Non ringhiò.
Non morse.
Lo trattenne.
L’uomo capì.
Sollevò il cucciolo insieme al pezzo di materiale sul quale era sdraiato.
Solo allora Luna si lasciò condurre fuori.
Arrivarono al rifugio dopo l’una di notte.
Luna era magra.
Fradicia.
Tra il pelo tigrato si vedevano le costole.
L’orecchio sinistro portava una vecchia lacerazione ormai guarita.
Il cucciolo più piccolo pesava meno di un chilo.
Lo chiamammo Grillo perché il primo suono che emise sotto la coperta termica assomigliava al verso sottile di un grillo.
Quando lo sentì, Luna alzò immediatamente la testa.
Nei giorni seguenti cominciammo a notare qualcosa di particolare.
Luna contava i suoi piccoli.
Non nel modo in cui avremmo contato noi.
Li annusava.
Prima la testa.
Poi il corpo.
Uno dopo l’altro.
Sempre nello stesso ordine.
Arrivata a Grillo si fermava più a lungo.
Solo dopo aver controllato lui si sdraiava.
Sette controlli.
E riposava.
Se portavamo via un cucciolo per visitarlo, al ritorno Luna ricominciava da capo.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Grillo.
Allora respirava profondamente e chiudeva gli occhi.
Con il senno di poi, il segnale era evidente.
Ma certe cose diventano chiare soltanto dopo.
Grillo aveva difficoltà dopo ogni poppata.
A volte il latte gli usciva da una narice.
Il respiro si interrompeva per qualche secondo.
Luna lo spingeva sul fianco.
Due tocchi.
Una pausa.
Altri due.
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