Se il piccolo si muoveva, lei si calmava.
Una mattina Grillo ebbe la febbre.
Le gengive erano pallide.
Il veterinario disse che probabilmente del latte era finito nei polmoni.
La sera stessa fu deciso il trasferimento.
Paola lo avvolse nell’asciugamano azzurro.
Il trasportino venne appoggiato per qualche minuto nel box diciotto, lungo il percorso verso l’uscita di servizio.
Luna era dietro due porte.
Non vide nulla.
Ma l’impianto di ventilazione portava l’aria dell’ambulatorio direttamente verso l’area maternità.
Quando il trasportino passò, Luna sollevò il naso.
Grillo tossì.
Un colpetto leggerissimo.
Luna corse verso la porta.
Tac.
Tac.
Aspettò.
Tac.
Tac.
Da quel momento cominciò l’attesa.
Gli altri sei cuccioli guarirono.
Divennero rotondi.
Rumorosi.
Bellissimi.
Le richieste di adozione arrivarono subito.
Una coppia prese il maschio più grande.
Una signora portò a casa la femmina con due zampette bianche.
Due sorelle adottarono altri due cuccioli.
Nel giro di poche settimane se ne andarono tutti.
Le persone guardavano Luna solo dopo aver visto i suoi piccoli.
«Ma crescerà ancora?»
«È aggressiva?»
«Perché ha quell’orecchio così?»
«Con i nipoti può stare?»
Le domande erano legittime.
Erano le facce dopo le risposte a far male.
Luna era adulta.
Il ventre era rilassato dopo l’allattamento.
Il pelo sulla coda era ancora sottile per lo stress.
Nelle fotografie l’orecchio storto le dava un’aria più dura di quella che aveva davvero.
Con gli adulti era tranquilla.
Con i cani equilibrati non aveva problemi.
Durante le visite veterinarie cercava di spostarsi dagli aghi ma non aveva mai tentato di mordere.
Eppure nessuno chiedeva di lei.
Quando l’ultimo cucciolo sano lasciò il rifugio, Luna entrò nella stanza ormai vuota.
Annusò tutte le coperte.
Controllò la ciotola.
Guardò dietro la pedana.
Poi si fermò alla porta.
Tac.
Tac.
Pausa.
Tac.
Tac.
Era ancora Grillo.
La produzione di latte diminuì.
L’istinto materno, secondo noi, avrebbe dovuto attenuarsi.
L’attesa invece rimase.
Ogni mattina Luna cercava il corridoio dell’ambulatorio.
E ogni volta raggiungeva il box diciotto.
Finché non arrivò Anna.
Aveva trascorso trentuno anni lavorando con pazienti che non respiravano bene.
Era andata in pensione poco dopo la malattia di suo marito, Carlo.
Lui non aveva fatto in tempo a godersi con lei quella nuova fase della vita.
Era morto durante l’inverno.
Dopo quarantadue anni di matrimonio.
Anna non diceva di sentirsi sola.
Usava parole più concrete.
«Continuo a mettere due tazzine vicino alla moka.»
«Lascio accesa la luce dell’ingresso perché lui rincasava tardi.»
«Le sue scarpe sono ancora sotto la panca.»
«Ogni domenica preparo troppo ragù.»
Quelle frasi dicevano più della parola solitudine.
I figli vivevano lontano.
Telefonavano.
Venivano la domenica quando potevano.
Ma una casa abituata a due persone non si riempie con una telefonata.
Quando Anna arrivò al rifugio, non cercava un cucciolo.
«Alla mia età non devo dimostrare niente a nessuno», disse.
«Posso gestire medicine, sveglie di notte, visite. Non mi serve il cane facile. Mi serve quello giusto.»
Le presentai tre animali.
Luna fu la quarta.
Nel salottino degli incontri, Luna annusò le scarpe di Anna e andò verso la porta.
Anna non la chiamò.
Non schioccò le dita.
Non la riempì di biscotti.
Rimase seduta.
Dopo cinque minuti, Luna tornò.
Anna appoggiò una mano sul ginocchio.
Palmo aperto.
Luna annusò le dita.
Poi infilò l’orecchio storto sotto quella mano.
Rimasero così per quasi un minuto.
Un carrello passò nel corridoio.
Il chiavistello del box diciotto vibrò.
Luna alzò la testa.
Andò alla porta del salottino.
Due tocchi.
Anna mi guardò.
«Che cosa sta contando?»
Le raccontai dei sette cuccioli.
Le dissi che sei erano stati adottati.
«E il settimo?»
«È stato trasferito.»
«È tornato?»
«Non lo sappiamo.»
Anna guardò Luna.
«Lei invece lo sa che voi non lo sapete.»
Tornò il giorno dopo.
E quello dopo ancora.
Per nove giorni.
Imparò che Luna preferiva l’erba vicino al cancello est.
Che non sopportava i giocattoli rumorosi.
Che mangiava il pollo solo se qualcuno rimaneva seduto accanto a lei.
Luna imparò il rumore delle chiavi di Anna.
Alle dieci cominciava ad aspettarla.
Il loro legame non nacque da una scena da film.
Nacque dalla ripetizione.
Anna arrivava.
Luna controllava.
Anna tornava.
Luna si fidava un po’ di più.
Il decimo giorno firmarono l’adozione.
Anna mise il collare rosso a Luna.
«Ti porto in un posto tranquillo», le sussurrò.
«Lì non devi occuparti di nessuno.»
Luna la seguì.
Fino all’uscita.
Poi arrivò quel sibilo dell’ossigeno.
Il collare scivolò.
E Luna tornò al numero diciotto.
Fu soltanto il primo tentativo.
Il secondo giorno Anna arrivò con la colazione e la coperta gialla.
Entrò nel box vuoto con Luna.
Si sedette sul cemento e lesse un vecchio romanzo mentre la cagna mangiava.
Dopo un’ora tentarono di nuovo.
Le porte automatiche si aprirono.
Un apparecchio nell’ambulatorio emise un sibilo.
Luna tornò indietro.
Terzo tentativo.
Provammo l’uscita del personale.
Luna arrivò al parcheggio.
Salì con le zampe anteriori nell’auto di Anna.
Sembrava fatta.
Poi Paola attraversò il cortile con la divisa azzurra.
Luna scese.
Corse da lei.
Annusò le tasche.
Vuote.
Tornò verso il rifugio.
Quarto tentativo.
Aspettammo la chiusura.
Anna fece con Luna un breve giro in macchina.
Quando tornarono davanti all’edificio, la cagna scese e batté due volte contro la porta di vetro.
La facemmo entrare.
Numero diciotto.
Quinto tentativo.
Anna prese in prestito un furgoncino più basso.
Luna rimase tranquilla per quasi venti minuti.
Quando tornarono nel parcheggio del rifugio, però, impazzì di agitazione.
Appena si aprì lo sportello andò a sedersi davanti all’ingresso dell’ambulatorio.
Cominciammo a discutere seriamente di annullare l’adozione.
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