Anna ascoltò senza offendersi.
Poi disse:
«L’avete mai portata a casa mia?»
Il giorno dopo organizzammo una prova.
Luna entrò nella cucina di Anna.
Annusò il tavolo.
Le sedie.
La panca.
Poi trovò le vecchie scarpe di Carlo.
Rimase lì qualche secondo.
Proseguì lungo il corridoio.
Anna aveva preparato una stanza con una cuccia nuova.
La coperta gialla era vicino alla porta.
Luna entrò.
Fece un giro.
Si sdraiò.
Dormì per trentaquattro minuti.
Pensai che finalmente fosse finita.
Poi aprì gli occhi.
Si alzò.
Andò alla porta di casa.
Tac.
Tac.
Anna la riportò al rifugio.
Il sesto tentativo finì esattamente come il primo.
Luna distesa davanti al numero diciotto.
Quella sera il responsabile decise che sarebbe stato meglio interrompere l’adozione e cercare una famiglia affidataria esperta.
Anna aveva in mano il modulo di rinuncia.
Non lo firmò.
«Non prenderò un altro cane.»
«Anna, non è colpa sua.»
«Lo so.»
Piegò il foglio.
«E non è nemmeno colpa mia.»
Prese dalla borsa una vecchia camicia da lavoro di Carlo e la appoggiò accanto a Luna.
La cagna la annusò.
Poi si sdraiò con una zampa sopra la stoffa.
Anna rimase fino alla chiusura.
La mattina seguente, poco dopo le otto, squillò il telefono.
Era la clinica veterinaria.
«Avete ancora la madre tigrata chiamata Luna?»
Mi alzai così in fretta che la sedia urtò il muro.
«Sì.»
«Abbiamo ancora il suo cucciolo.»
Sentii la gola chiudersi.
«Grillo?»
«È vivo.»
Paola si portò una mano alla bocca.
La persona al telefono continuò.
«La famiglia affidataria che doveva occuparsene ha avuto un problema. Dalla documentazione risultava che la pratica della madre fosse stata chiusa.»
Mi voltai verso il corridoio.
Luna era già in piedi.
Non poteva sentire la telefonata.
Ma poteva sentire qualcosa che noi non avevamo ancora notato.
Un mezzo era appena arrivato fuori dall’ambulatorio.
Si udì il rumore di un trasportino appoggiato sul pavimento.
Poi due colpi di tosse.
Deboli.
Luna corse al numero diciotto.
Tac.
Tac.
Grillo era tornato.
Aveva nove settimane.
Era grande meno della metà dei fratelli.
Sdraiato nel trasportino azzurro sembrava ancora più piccolo.
Una zampetta aveva una macchia bianca.
Quando aprì gli occhi, Luna era dall’altra parte della porta.
Il veterinario ci avvertì.
Grillo aveva superato la polmonite.
Ma continuava ad avere difficoltà a deglutire.
Avrebbe avuto bisogno di pasti piccoli.
Doveva mangiare in posizione rialzata.
Dopo il cibo sarebbe dovuto restare verticale per almeno venti minuti.
Bisognava controllare tosse e respirazione.
Forse sarebbe migliorato.
Forse avrebbe avuto bisogno di attenzioni per tutta la vita.
Anna ascoltava ogni parola.
Luna non aveva ancora visto il piccolo.
Ma tutto il suo corpo puntava verso l’ambulatorio.
Aprii la porta.
Lei non corse.
Fece un passo.
Poi un altro.
Raggiunse il trasportino.
Annusò i fori laterali.
Uno per uno.
Poi toccò la plastica.
Tac.
Tac.
Grillo alzò la testa.
Aprì la bocca.
Fece quel suono sottile che non sentivamo da settimane.
Luna si abbassò sulle zampe anteriori.
Avvicinò il petto alla porta del trasportino.
Grillo provò a trascinarsi verso di lei.
Paola aprì il gancio.
Nessuno parlava.
Il cucciolo uscì malfermo.
Arrivò contro il corpo della madre.
Luna annusò la testa.
Poi le spalle.
La schiena.
Il ventre.
Le zampe.
Tornò alla testa.
Sette controlli.
Grillo tossì.
Luna gli diede due piccoli colpi sul fianco.
Tac.
Tac.
Il cucciolo tossì ancora.
Sollevò la testa.
Luna si rilassò.
Fu allora che capimmo.
Non stava contando semplicemente sette cuccioli.
Aveva creato una sequenza.
Grillo veniva controllato per ultimo perché era quello il cui respiro poteva cambiare più rapidamente.
Il numero diciotto non era la sua gabbia.
Era l’ultimo posto dove aveva sentito l’odore del suo piccolo.
Le divise azzurre non erano persone qualunque.
Una divisa azzurra lo aveva portato via.
Il sibilo dell’ossigeno non era un rumore fastidioso.
Era il suono della stanza dalla quale Grillo poteva tornare.
I due colpi non erano ansia.
Erano il gesto che Luna usava quando il piccolo smetteva di reagire.
Noi avevamo chiamato tutto quello “fissazione”.
Perché la cosa che Luna ricordava non era più davanti ai nostri occhi.
Lei lo chiamava aspettare.
Grillo dormì contro la madre per ventitré minuti.
Quando si svegliò, provò a camminare.
Dopo pochi passi le zampe posteriori cedettero.
Luna tornò indietro.
Si abbassò accanto a lui.
Rimase ferma finché Paola non lo prese in braccio.
Anna guardò entrambi.
«Rimettete in corso la mia adozione.»
Sorrisi.
«Quella di Luna?»
Anna scosse la testa.
Indicò la madre.
Poi il cucciolo.
«La loro.»
Non potevamo dire sì subito.
Grillo richiedeva sei piccoli pasti al giorno.
Controlli frequenti.
Una sedia speciale per mangiare.
Attenzione a ogni variazione del respiro.
Il veterinario spiegò tutto ad Anna.
Lei fece domande precise.
«Quanto deve restare in posizione verticale?»
«Venti minuti.»
«Quanti respiri a riposo vi preoccupano?»
«Sopra i trentacinque al minuto, soprattutto se sono faticosi.»
«Tossisce anche con l’acqua?»
«Sì, se non viene preparata nel modo adatto.»
Il veterinario la fissò.
«Lei che lavoro faceva?»
Anna sorrise appena.
«Terapia respiratoria. Trentuno anni.»
Non disse che curare persone e cani fosse la stessa cosa.
Sapeva perfettamente che non lo era.
Ma conosceva le routine.
Sapeva contare i respiri senza svegliare qualcuno.
Sapeva compilare un quaderno alle tre di notte.
Sapeva che non tutte le tossi hanno lo stesso suono.
E soprattutto sapeva mantenere la calma quando qualcosa cambiava.
Quella sera trasformò la stanza degli ospiti.
Il vecchio banco da lavoro di Carlo divenne una postazione per preparare i pasti.
Anna coprì gli spigoli.
Comprò una bilancia.
Appese alla parete una lavagnetta per segnare orari, peso, acqua, tosse e respirazione.
Accanto sistemò il letto di Luna.
Sotto la coperta gialla mise la camicia di Carlo.
La sera ci mostrò tutto in videochiamata.
«Avevo organizzato la casa per un cane», disse.
«Si può sempre riorganizzare.»
Facemmo tre prove.
Alla prima Luna rimase accanto a Grillo per tutto il tempo.
Alla seconda Anna gli diede da mangiare lentamente, mentre Luna osservava la gola del cucciolo.
Alla terza li portammo entrambi a casa.
Luna entrò per prima.
Controllò la cucina.
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