Quelle parole non gli diedero gioia.
Gli diedero paura.
Significavano che doveva tornare.
Prima di partire, il maestro gli consegnò una piccola scatola di legno.
Dentro c’era una medaglietta rotonda, senza simboli.
«Che cosa significa?» domandò Michele.
«Niente.»
«Allora perché me la dai?»
«Per ricordarti che gli uomini rovinano la propria vita cercando significati complicati. A volte una cosa è soltanto una cosa.»
Michele sorrise per la prima volta dopo anni.
«E se qualcuno mi costringesse a combattere?»
Il maestro Liang lo fissò a lungo.
«La forza non sta nella violenza. Ma quando la violenza diventa l’unica lingua che qualcuno comprende, parla con precisione. E smetti appena torna il silenzio.»
Michele era rientrato in Italia con una valigia piccola e una promessa.
Avrebbe vissuto in pace.
Non aveva mantenuto i contatti con Teresa.
Con Luca, ancora meno.
Aveva riaperto la bottega, affittato un monolocale e ricominciato da zero.
Pensava che il passato avesse finalmente smesso di cercarlo.
Poi, una sera di dicembre, cinque uomini erano rimasti a terra e la chiave di suo padre era tornata nelle sue mani.
Michele rientrò nel monolocale poco dopo mezzanotte.
Accese la lampada sopra il tavolo e posò la chiave sotto la luce.
A. S. S.
Armando Serra, San Giusto.
Suo padre incideva quelle lettere su tutto: attrezzi, cassette, serrature, persino sul manico della zappa.
«Così, quando muoio, sapete a chi appartenevano», scherzava.
Michele prendeva in giro quella mania.
Adesso avrebbe dato qualsiasi cosa per sentirlo ripetere la stessa battuta.
Prese il telefono.
Il numero di Teresa era ancora memorizzato, anche se non lo chiamava da quasi nove anni.
Premette il tasto.
Lei rispose dopo sei squilli.
«Pronto?»
Michele aprì la bocca, ma non uscì niente.
«Pronto? Chi è?»
«Sono io.»
Dall’altra parte cadde il silenzio.
«Io chi?»
«Michele.»
Teresa non disse nulla per diversi secondi.
Poi rise, ma senza allegria.
«Pensavo fossi morto.»
«No.»
«Per noi era quasi la stessa cosa.»
Michele strinse la chiave nel pugno.
«Devo chiederti una cosa. Qualcuno è entrato nella casa di papà?»
Il respiro di Teresa cambiò.
«Come fai a saperlo?»
Michele chiuse gli occhi.
«È successo?»
«Tre settimane fa. Hanno rovesciato i mobili, aperto gli armadi, spaccato due cassetti. Non hanno preso soldi. Cercavano qualcosa.»
«Che cosa?»
«Una chiave, credo.»
Michele guardò l’ottone sul tavolo.
«Teresa, domattina torno a San Giusto.»
«Dopo nove anni?»
«Sì.»
«Non tornare per me.»
«Non torno per te.»
«Allora per chi? Per papà? Sei un po’ in ritardo.»
La frase gli entrò nello stomaco come un pugno.
Tu arrivi sempre dopo.
Michele avrebbe potuto chiudere la telefonata.
Il vecchio Michele lo avrebbe fatto.
Quello che aveva imparato a restare fermo rimase in silenzio.
«Hai ragione», disse. «Sono in ritardo. Ma stavolta arrivo.»
La mattina seguente chiuse la bottega e appese un foglio scritto a mano:
“Riapro appena sistemo una cosa di famiglia.”
Il viaggio verso l’Abruzzo durò quasi tutta la giornata.
Mentre il treno lasciava la pianura e si avvicinava alle montagne, Michele guardava dal finestrino i campi spogli, le case basse, i campanili.
Gli tornarono in mente le estati da ragazzo.
Le cassette di pomodori nel cortile.
La voce di sua madre che chiamava tutti a tavola.
Il padre con la canottiera bianca, piegato sulla bicicletta di un vicino.
A casa Serra, la domenica non si poteva mancare.
Non importava se avevi litigato.
Non importava se lavoravi.
Non importava se eri stanco.
A mezzogiorno la pasta arrivava in tavola, e con lei arrivavano anche i rancori, le battute, le discussioni e gli abbracci.
Michele aveva trascorso metà della vita cercando di fuggire da quella confusione.
Ora Milano gli sembrava troppo silenziosa.
San Giusto del Sangro apparve al tramonto, con le case di pietra strette attorno al campanile e il profilo delle montagne già scuro.
La stazione degli autobus era poco più di una pensilina scolorita.
Teresa lo aspettava con le braccia incrociate.
Aveva sessantotto anni, i capelli corti e grigi e lo stesso sguardo severo della loro madre.
«Sei dimagrito», disse.
«Tu no.»
Lei lo fulminò.
Michele abbassò la testa.
«Scusa. Era una battuta stupida.»
Teresa prese la sua valigia.
«Almeno questo non è cambiato.»
Attraversarono il paese a piedi.
Dalle finestre usciva odore di soffritto e legna bruciata.
Davanti al bar, quattro anziani smisero di giocare a carte quando lo videro.
Uno si tolse gli occhiali.
«Quello è Michele Serra?»
«Pare lui.»
«È tornato dalla Cina?»
«Ma quale Cina? Secondo me stava in galera.»
Michele continuò a camminare.
Teresa gli lanciò un’occhiata.
«Benvenuto al paese. Qui sanno tutto, soprattutto quello che non è mai successo.»
La casa di famiglia si trovava alla fine di una salita.
Il portone verde era scolorito.
Sul balcone resistevano ancora i vasi di terracotta di loro madre, vuoti e crepati.
Quando Teresa aprì, Michele sentì l’odore dell’umidità, del legno vecchio e delle mele conservate in cantina.
Gli tremarono le gambe.
Nel corridoio c’era ancora il cappello di suo padre appeso a un chiodo.
Michele lo sfiorò con due dita.
«Non l’hai mai tolto.»
«Non ci riuscivo.»
La cucina era quasi uguale a come la ricordava.
Il tavolo grande.
La credenza color panna.
Le sedie spaiate.
Solo il silenzio era nuovo.
Teresa mise sul fuoco una pentola.
«Domani vengono Luca e sua moglie.»
Michele si voltò di scatto.
«Luca?»
«È tuo figlio. Ti ricordi?»
«Perché viene?»
«Perché gliel’ho detto.»
«Non dovevi.»
Teresa sbatté il mestolo sul tavolo.
«Tu sei sparito per nove anni. Non cominciare a dirmi che cosa devo o non devo fare.»
Michele abbassò lo sguardo.
«Hai ragione.»
La sorella lo osservò, quasi infastidita.
«Da quando dai ragione agli altri?»
«Da quando ho capito quanto costa avere sempre ragione.»
Mangiarono una minestra semplice.
Per alcuni minuti si sentì soltanto il rumore dei cucchiai.
Poi Teresa gli raccontò ciò che stava accadendo.
Un gruppo immobiliare voleva acquistare una parte della collina sopra il paese.
Prometteva appartamenti, un albergo, posti di lavoro e una strada nuova.
Molti abitanti avevano accettato di vendere piccoli terreni ormai abbandonati.
Altri non volevano.
Tra le proprietà più importanti c’era il vecchio frantoio dei Serra, chiuso da trent’anni.
«Non vale niente», disse Michele.
«Vale l’accesso alla sorgente.»
Michele alzò la testa.
Da bambino andava spesso alla sorgente con il padre.
L’acqua passava sotto il frantoio e alimentava gli orti di mezza contrada.
«Credevo fosse comunale.»
«Lo credono tutti. Ma i documenti sono confusi. Tuo padre diceva di avere una carta che dimostrava che l’acqua doveva restare a disposizione del paese, qualunque cosa accadesse al terreno.»
«Dov’è questa carta?»
«Non lo so. Prima di morire parlava di una cassa. Diceva che tu avresti capito.»
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