Sei uomini lo circondarono in una strada buia, ma ignoravano chi fosse davvero quel riparatore silenzioso

Michele tirò fuori la chiave.

Teresa impallidì.

«Quella era nella tasca di papà il giorno del funerale.»

«Ne sei sicura?»

«L’ho vista. Poi è sparita.»

«Qualcuno l’ha presa.»

«Chi?»

Michele pensò all’uomo con la cicatrice.

«Qualcuno che adesso la rivuole.»

Quella notte dormì nella sua vecchia camera.

Sul muro c’era ancora il segno lasciato da un poster strappato.

Nel cassetto trovò una biglia, due figurine e il coltellino senza lama che suo padre gli aveva regalato a dieci anni.

A sessantadue anni, Michele si sedette sul bordo del letto e pianse come non aveva pianto neppure al funerale di Anna.

Pianse per il padre.

Per sua moglie.

Per il figlio lasciato solo.

Per tutte le volte in cui aveva chiamato fuga ciò che in realtà era paura.

La mattina seguente, Teresa preparò il pranzo della domenica come se la loro madre potesse comparire da un momento all’altro per controllare il sugo.

A mezzogiorno bussarono.

Luca entrò con la moglie Elisa e una bambina di sette anni, Sofia.

Michele non aveva mai incontrato sua nipote.

La bambina lo fissò con curiosità.

«Tu sei il nonno che vive in montagna?»

Luca si irrigidì.

Michele si inginocchiò lentamente.

«Ci ho vissuto per un po’. Adesso aggiusto cose rotte.»

Sofia gli mostrò una bambola senza un braccio.

«Anche questa?»

«Posso provarci.»

Luca appoggiò il cappotto sulla sedia.

Aveva trentotto anni e lo stesso modo di stringere la mascella di sua madre.

«Le bambole sono facili», disse. «Le famiglie un po’ meno.»

Teresa arrivò con il piatto della pasta.

«Sedetevi. Le guerre si fanno dopo il primo.»

Nessuno rise.

Il pranzo iniziò in un silenzio pesante.

Sofia mangiava con appetito.

Elisa cercava di parlare del viaggio.

Teresa riempiva i piatti anche quando erano ancora pieni.

Alla fine Luca posò la forchetta.

«Perché sei tornato?»

Michele guardò il figlio.

Aveva immaginato quel momento per anni.

Nella sua testa aveva preparato spiegazioni, giustificazioni e discorsi perfetti.

Adesso gli sembravano tutti inutili.

«Perché hanno cercato di rubare una cosa di tuo nonno.»

«Non ti ho chiesto che cosa è successo. Ti ho chiesto perché sei tornato.»

Michele inspirò.

«Perché sono stato un vigliacco.»

Teresa smise di servire.

Luca non si mosse.

«Quando tua madre stava male», continuò Michele, «mi sono nascosto nel lavoro. Dicevo che lo facevo per pagare le cure. Era vero, ma non era tutta la verità. Avevo paura di guardarla soffrire.»

Luca abbassò gli occhi.

«E dopo il funerale?»

«Avevo paura di guardare te.»

«Così sei sparito.»

«Sì.»

«Sei anni in un monastero.»

«Sei anni a imparare una cosa che avrei dovuto capire qui.»

«Quale?»

Michele guardò il tavolo attorno al quale aveva mangiato da ragazzo.

«Che il dolore non scompare quando te ne vai. Cambia soltanto indirizzo.»

Nella cucina calò il silenzio.

Sofia, senza capire, prese la mano del padre.

Luca la strinse.

«Non basta chiedere scusa», disse.

«Lo so.»

«Non recuperi nove anni con un pranzo.»

«Lo so.»

«E allora che cosa vuoi?»

Michele sentì il vecchio impulso di difendersi.

Lo lasciò passare.

«Voglio smettere di arrivare dopo.»

Teresa si voltò verso il fornello per nascondere gli occhi lucidi.

Luca non lo perdonò quel giorno.

Ma rimase a tavola.

Per Michele fu abbastanza.

Dopo pranzo salirono tutti in soffitta.

La chiave non apriva né il baule della madre né l’armadio del padre.

Provarono vecchi cassetti, serrature arrugginite e una cassa di attrezzi.

Niente.

Sofia girava tra le scatole con la bambola sotto il braccio.

A un certo punto indicò una fotografia appesa alla parete.

Ritraeva Armando davanti al vecchio frantoio.

Dietro di lui si vedeva una ruota di pietra e, sulla parete, una piccola porta.

«Nonno», disse la bambina, «quella porta sembra una faccia triste.»

Michele prese la fotografia.

La porticina non conduceva a una stanza.

Lo ricordava bene.

Dietro c’era soltanto una nicchia murata.

Suo padre gli aveva sempre proibito di toccarla.

Mezz’ora dopo, Michele, Luca e Teresa percorrevano il sentiero verso il frantoio.

Il sole stava scendendo dietro le montagne.

L’edificio era in rovina, avvolto dall’edera.

La porta principale era stata forzata di recente.

All’interno, il pavimento era coperto di polvere e pezzi di intonaco.

Sulla parete in fondo c’era la piccola porta della fotografia.

La chiave entrò nella serratura.

Michele la girò.

Si udì uno scatto.

Dentro la nicchia trovarono una cassetta di ferro.

Conteneva documenti ingialliti, lettere e un quaderno rilegato con lo spago.

Teresa prese la prima lettera.

Era scritta dal padre.

“Se state leggendo, significa che non sono riuscito a spiegarvi tutto di persona.”

Michele dovette sedersi.

La lettera raccontava che la sorgente era stata acquistata molti decenni prima da dodici famiglie del paese.

I Serra custodivano i documenti originali perché il frantoio sorgeva sopra il canale principale.

Nessun proprietario poteva chiudere l’acqua o venderne l’uso esclusivo.

Senza quelle carte, però, sarebbe stato difficile dimostrarlo.

L’ultima pagina era indirizzata a Michele.

“Tu sei sempre stato quello che partiva. Non te ne ho mai fatto una colpa, anche quando fingevo il contrario. Ma un giorno capirai che una casa non è il posto che ti impedisce di andare via. È il posto che deve poter esistere quando decidi di tornare.”

Michele passò il pollice sulla firma del padre.

Fuori si udì il rumore di un motore.

Poi un secondo.

Luca si avvicinò alla finestra rotta.

«Abbiamo compagnia.»

Due automobili si fermarono davanti al frantoio.

Scesero sette uomini.

Tra loro c’era quello con la cicatrice.

Aveva il petto fasciato sotto la giacca e camminava rigido.

Accanto a lui avanzava un uomo elegante sui cinquant’anni, con scarpe troppo pulite per quel sentiero.

«Consegnate la cassetta», gridò. «Non vogliamo fare male a nessuno.»

Teresa afferrò il braccio del fratello.

«Sono loro?»

Michele annuì.

Luca lo guardò.

«Che cosa facciamo?»

«Voi uscite dalla porta dietro.»

«E tu?»

«Parlo con loro.»

Luca rise nervosamente.

«Sette contro uno?»

«Non ho detto che litigo. Ho detto che parlo.»

«Papà, non puoi—»

Era la prima volta che lo chiamava così da quando era arrivato.

Michele lo fissò.

«Porta via Teresa.»

Luca esitò.

Poi prese la cassetta e accompagnò la zia verso l’uscita posteriore.

Michele rimase al centro del vecchio frantoio.

I sette uomini entrarono.

Quello elegante si tolse i guanti.

«Signor Serra, lei sta creando problemi inutili.»

«Mandare sei uomini ad aggredirmi a Milano ti sembrava necessario?»

«Dovevano soltanto spaventarla.»

La cicatrice distolse lo sguardo.

Michele indicò la porta.

«Andatevene.»

L’uomo elegante sospirò.

«Lei è anziano. Dovrebbe pensare a godersi gli anni che le restano.»

«È proprio quello che sto facendo.»

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