Andò nello scaffale degli animali e tornò con latte in polvere, un biberon, alcune salviette e una scatola di cartone.
«Non posso pagare.»
«Prima falla mangiare.»
«Ti sto dicendo che non ho soldi.»
«E io ti sto dicendo di farla mangiare.»
Mi portò nel retrobottega.
C’era una stufetta.
Speranza iniziò a tremare quando il corpo si scaldò.
Preparai il latte seguendo le istruzioni.
Provai la temperatura sul polso.
Giuseppe se ne accorse.
«Sai cosa stai facendo.»
«Una volta lavoravo nell’assistenza sanitaria.»
Quell’“una volta” mi fece più male di quanto avessi previsto.
Speranza bevve pochissimo.
Poi si addormentò.
Io rimasi seduta accanto alla stufa quasi due ore.
Prima di andare via lavai il biberon.
Ripiegai le salviette.
Pulii il pavimento dove avevo sporcato con le scarpe.
Giuseppe infilò nella borsa due barrette e il latte.
Ne tirai fuori una.
«Basta una.»
Lui la rimise dentro.
«Allora mangiala domani.»
La mattina successiva tornai prima dell’apertura.
Non volevo che pensasse che avessi venduto il latte.
Non volevo nemmeno che si chiedesse se Speranza fosse sopravvissuta.
Giuseppe alzò la serranda e mi vide.
«È ancora viva?»
Aprii il cappotto.
La testolina color miele sbucò fuori.
Lui sorrise.
Era la prima volta.
Il terzo giorno gli chiesi se potevo fare qualcosa in cambio.
Giuseppe mi diede una scopa.
Indicò alcuni chicchi di riso caduti vicino allo scaffale.
Pulii.
Poi sistemai scatoloni.
Separai le confezioni rovinate.
Controllai le scadenze.
Speranza dormiva nel retrobottega dentro una cassetta della verdura, vicino alla stufa.
Alle dieci Giuseppe mi diede venti euro.
Scossi la testa.
«Hai già pagato il latte.»
«Il latte era per lei.»
Indicò i venti euro.
«Questi sono per il lavoro.»
Quella distinzione mi rimase dentro.
Un regalo aveva salvato Speranza per una mattina.
Un lavoro mi dava una ragione per tornare il giorno dopo.
Tornai.
E il giorno dopo ancora.
Per undici mattine arrivai prima dell’apertura.
Giuseppe non mi trattò come una santa soltanto perché mi occupavo di un cane.
Mi osservò.
Controllò come lavoravo.
Mi fece contare la merce.
Mi chiese di mettere davanti i prodotti con la scadenza più vicina.
Un pomeriggio una cliente perse il portafoglio vicino ai surgelati.
Lo trovai.
Lo portai direttamente alla cassa.
Non lo aprii.
Giuseppe mi guardò.
«Non vuoi sapere quanti soldi ci sono?»
«No.»
«Perché?»
«Perché non sono miei.»
Sembrò quasi infastidito dalla semplicità della risposta.
Qualche giorno dopo mi chiese il nome della struttura dove avevo lavorato.
Telefonò, con il mio permesso.
Una mia ex responsabile confermò che non ero stata licenziata per furti, problemi o cattiva condotta.
Avevo semplicemente smesso di essere affidabile con gli orari mentre assistevo mia madre.
Il dodicesimo giorno Giuseppe mi mise davanti un grembiule pulito.
«Quattro ore ogni mattina.»
Lo fissai.
«Cosa?»
«Lavoro.»
«Per quanto?»
«Vediamo come va.»
La paga era modesta.
Quattro ore.
Uno sgabello nel retro quando le gambe facevano male.
Uso del bagno dei dipendenti.
A leggerlo su un foglio sembrava quasi niente.
Per me era enorme.
Da mesi le mie giornate erano un miscuglio di ore vuote da attraversare.
Da quel momento, alle sette e trenta, qualcuno si aspettava che fossi in un posto preciso.
Avevo di nuovo un orario.
Avevo di nuovo un motivo per mettere la sveglia.
Avevo di nuovo qualcosa da perdere.
Fu allora che il quartiere iniziò a fare una cosa che non avrei mai previsto.
Cominciò ad accorgersi di noi.
Non tutti.
Non trasformo questa storia in una favola.
C’era ancora chi cambiava marciapiede.
Chi controllava che non toccassi troppo la merce.
Chi faceva una smorfia quando sapeva che la cagnolina veniva da sotto il ponte.
Ma altre persone iniziarono a muoversi.
La signora Teresa, quella che vendeva pane da quarant’anni, mise da parte una vecchia coperta.
«Non è per te,» precisò. «È per la bestiola.»
La presi lo stesso.
Il barista della piazza preparava un bicchiere d’acqua calda quando mi vedeva arrivare.
La sarta del negozio accanto accorciò gratuitamente un grembiule troppo lungo.
Un pensionato che veniva ogni mattina a comprare il giornale portò una piccola borsa dell’acqua calda.
«Era di mia moglie,» disse. «Lei sarebbe stata contenta.»
Nessuno fece grandi gesti.
Nessuno finì sul giornale.
Nessuno si definì generoso.
Era il genere di solidarietà che esisteva molto nei quartieri di una volta.
Quella fatta senza fotografie.
Senza frasi importanti.
Un sacchetto appeso a una maniglia.
Una zuppa avanzata.
Una coperta piegata.
Un «passa domani».
Per chi ha superato una certa età, forse è facile ricordarla.
Quando il vicino sapeva se eri malato perché non vedeva le persiane aperte.
Quando il fruttivendolo segnava il conto su un quaderno perché lo stipendio arrivava venerdì.
Quando in molti palazzi la porta di casa si chiudeva, sì, ma non sempre a chiave.
Non era un mondo perfetto.
C’erano pettegolezzi, rancori, famiglie che non si parlavano.
Ma la solitudine aveva meno posti dove nascondersi.
In quel quartiere, lentamente, quella vecchia abitudine tornò fuori.
Per una cagnolina di undici etti.
Una settimana dopo, una volontaria di nome Elena riuscì a farmi ottenere un posto temporaneo in un dormitorio femminile.
Gli animali non erano normalmente ammessi.
Elena insistette.
Mostrò il biglietto di Arturo.
Mostrò l’appuntamento veterinario.
Garantì che avrei rispettato le regole.
L’eccezione aveva delle condizioni.
Speranza doveva essere visitata.
Io dovevo rifare i documenti.
Dovevo presentare una richiesta per un programma abitativo temporaneo.
Dovevo mantenere il lavoro.
Per molto tempo le condizioni erano sembrate muri.
Questa volta sembravano gradini.
Un veterinario del quartiere, il dottor Paolo Serra, visitò Speranza chiedendomi soltanto il costo dei farmaci principali.
Disse che era un incrocio di piccola taglia, probabilmente quattro o cinque settimane.
Doveva essere sverminata.
Vaccinata.
Alimentata con attenzione.
«È testarda,» disse dopo che lei provò a mordicchiargli un dito.
«Anche il suo primo padrone.»
Mi uscì senza pensarci.
Il veterinario mi guardò.
«Forse è per questo che è ancora qui.»
Dopo circa sei settimane ottenni una stanza in un alloggio temporaneo.
Un letto.
Una scrivania.
Un armadio.
Una finestra che dava su un muro di mattoni.
La prima cosa che notai fu la chiave.
Una chiave vera.
La tenni nel palmo per qualche secondo.
Può sembrare ridicolo.
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