Un cane vegliava nell’auto sepolta dalle foglie: ciò che indicò nel bosco lasciò tutti senza parole

Per tre mesi nessuno trovò Roberto: poi, sotto le foglie, apparve il muso del suo cane dentro un’auto dimenticata nel bosco

Vidi prima l’auto.

Solo dopo mi accorsi degli occhi di Argo dietro il parabrezza.

La vecchia station wagon verde era quasi sparita sotto uno strato di foglie di castagno, felci e rami. Una gomma anteriore era completamente a terra e il muschio stava già risalendo lungo la portiera.

Erano passati novantatré giorni dalla scomparsa di Roberto Bianchi.

Sessantotto anni, professore di storia in pensione, vedovo, padre di una sola figlia.

Di lui non si sapeva più nulla.

Avevano controllato sentieri, rifugi, pronto soccorso, strade secondarie, case abbandonate e perfino vecchi casolari dell’Appennino.

Il suo telefono aveva agganciato per l’ultima volta una cella telefonica nella zona dei boschi, ma lì significava cercare un uomo in migliaia di ettari di montagne.

E soprattutto mancava una cosa.

La macchina.

Nessuno aveva trovato la macchina di Roberto.

La spiegazione arrivò soltanto quel mattino.

Il giorno successivo alla sua scomparsa, un temporale aveva fatto cadere un grosso albero lungo una vecchia strada forestale ormai quasi inutilizzata.

Chi lavorava nella zona aveva pensato che dietro quel tronco non ci fosse nulla.

La strada era stata lasciata così.

Passarono agosto, settembre, ottobre.

Le foglie fecero il resto.

Poi, all’inizio di novembre, un tecnico che controllava alcuni danni nel bosco vide qualcosa brillare tra i rami.

Un rettangolo di vetro.

Camminò per una trentina di metri.

E trovò l’auto.

Quando arrivammo, la prima cosa che pensai fu che fosse vuota.

Poi due occhi si mossero dietro il parabrezza.

Sul sedile del guidatore c’era Argo.

Un incrocio di pastore tedesco, nove anni, orecchio sinistro piegato e una piccola macchia bianca sotto il mento.

Era così magro che attraverso il pelo si distinguevano le costole.

Non abbaiò.

Non ringhiò.

Non cercò nemmeno di alzarsi.

Aveva appoggiato il muso accanto al freno a mano, proprio dove sarebbe normalmente caduta la mano destra di Roberto.

Sembrava aspettarla.

Aprii lentamente la portiera.

Argo sollevò appena gli occhi.

Quell’auto non era chiusa.

Un finestrino posteriore era rotto e il cane aveva potuto entrare e uscire liberamente per settimane.

Fuori trovammo le sue tracce.

Una portava sotto una sporgenza di roccia dove l’acqua piovana si raccoglieva in una conca.

Un’altra raggiungeva dei cespugli di more.

Una terza arrivava fino ai resti di una vecchia area da picnic, dove Argo aveva probabilmente trovato insetti, briciole e qualunque cosa potesse essere mangiata.

Avrebbe potuto andarsene.

Avrebbe potuto seguire la strada.

Avrebbe potuto cercare persone.

Non lo fece.

Ogni volta tornava alla macchina.

E ogni volta saliva sul sedile di Roberto.

Dentro l’abitacolo c’erano peli, impronte sporche di terra e segni sul tessuto.

La parte centrale del sedile era consumata.

Argo ci aveva dormito sopra notte dopo notte.

Un addetto gli mise davanti dell’acqua.

Bevve lentamente.

Gli offrirono del cibo morbido.

Lo annusò e girò la testa.

Allora qualcuno appoggiò la ciotola direttamente sul sedile del guidatore.

Argo mangiò tre bocconi.

Soltanto tre.

Ma bastarono per capire.

Quello non era più semplicemente il posto dove si sedeva Roberto.

Per il cane, era casa.

Quando provarono a portarlo verso il mezzo di soccorso, Argo fece qualcosa che nessuno si aspettava.

Si tirò indietro.

Guardò verso gli alberi.

Poi provò ad alzarsi.

Le zampe posteriori cedettero quasi subito.

Rimase fermo alcuni secondi, respirando forte.

Quindi riprovò.

Questa volta rimase in piedi.

Girò davanti alla macchina.

E prese un sentiero che quasi non si vedeva sotto le foglie.

Ci guardammo tutti.

Il cane avanzò per una decina di metri.

Poi si fermò.

Si voltò.

E aspettò.

Fu in quel momento che capimmo che la storia della scomparsa di Roberto non era ancora finita.

Argo sapeva qualcosa.


Elena arrivò poco più tardi.

Aveva quarantadue anni e gli stessi occhi grigio-verdi di suo padre.

Da tre mesi distribuiva fotografie di Roberto ovunque potesse.

Ne aveva lasciate al bar del paese, in farmacia, al forno, nelle bacheche delle frazioni e persino nelle cassette della posta di persone che non conosceva.

Ogni mattina si svegliava pensando la stessa cosa.

“Oggi qualcuno telefonerà.”

Ogni sera metteva il cellulare sul comodino con il volume al massimo.

Nessuno telefonava.

Quando vide Argo dentro l’auto, Elena si portò entrambe le mani davanti alla bocca.

Non pianse subito.

Forse perché dopo tre mesi anche piangere diventa una fatica.

Si avvicinò lentamente.

«Argo.»

Il cane la guardò.

Elena si accovacciò davanti alla portiera.

Poi pronunciò una frase.

Una frase banalissima.

Una di quelle che in una famiglia diventano importanti senza che nessuno se ne renda conto.

«Andiamo a casa?»

Era quello che Roberto diceva al cane alla fine di ogni passeggiata.

Sempre.

“Argo, andiamo a casa?”

L’orecchio piegato del cane si sollevò.

Provò ad alzarsi.

Elena aprì le braccia.

Per un attimo pensammo tutti che Argo sarebbe andato verso di lei.

Invece scese.

Le passò accanto.

E tornò verso il bosco.

Dopo una decina di metri si fermò di nuovo.

Guardò Elena.

Aspettò.

«Vuole che lo seguiamo», disse lei.

Nessuno ebbe il coraggio di contraddirla.


Roberto Bianchi era scomparso l’8 agosto.

Quella mattina aveva lasciato il piccolo appartamento che affittava da quando era rimasto vedovo.

Sul tavolo erano rimaste alcune bollette.

Nel frigorifero c’era una teglia di parmigiana che Elena gli aveva portato il giorno prima.

Fuori dalla porta venne trovata una busta della spesa consegnata nel pomeriggio e mai ritirata.

Non c’erano movimenti strani sul conto.

Nessun biglietto.

Nessun litigio.

Nessuna valigia preparata.

Roberto non aveva deciso di sparire.

Era semplicemente uscito.

Con Argo.

Come faceva spesso.

Da quando sua moglie Lucia era morta, due anni prima, camminare era diventato il suo modo di non restare troppo tempo in silenzio.

Roberto e Lucia erano stati sposati quarantuno anni.

Non erano una di quelle coppie da fotografia perfetta.

Litigavano.

Eccome se litigavano.

Lucia sosteneva che Roberto riempisse la cucina di vecchie cartine stradali inutili.

Lui diceva che Lucia piantava il basilico ovunque, persino nei vasi dove avrebbe dovuto crescere altro.

Ogni domenica, però, la casa si riempiva.

Pasta al forno.

Coniglio.

Patate.

Tovaglia buona.

Elena arrivava con il marito e, quando ancora vivevano vicino, anche alcuni parenti si fermavano per il caffè.

Lucia aveva una regola.

«La domenica non si mangia con il telefono in mano.»

Roberto rispondeva sempre:

«Agli ordini, generale.»

Dopo la morte di Lucia, quella tavola diventò troppo grande.

Roberto resistette quasi un anno nella casa.

Poi una sera Elena lo trovò seduto in cucina davanti a due piatti.

Ne aveva apparecchiato uno anche per Lucia.

Non perché fosse confuso.

Sapeva benissimo che sua moglie non sarebbe tornata.

Aveva semplicemente dimenticato, per un secondo, come si vive da soli dopo quarantuno anni in due.

Vendette la casa pochi mesi dopo.

Ten­ne alcuni mobili, una scatola di fotografie, le mappe e la vecchia station wagon verde.

E Argo.

Soprattutto Argo.


Il cane era arrivato nella loro famiglia sette anni prima.

Roberto lo aveva visto in un piccolo rifugio della provincia.

Lucia non voleva animali grandi.

«Abbiamo già una figlia adulta che arriva la domenica e svuota il frigorifero. Basta bocche da sfamare.»

Roberto tornò a casa con Argo nel bagagliaio.

Lucia lo guardò per dieci secondi.

Poi disse:

«Almeno potevi prenderne uno con tutte e due le orecchie dritte.»

Quella sera Argo dormì ai piedi del suo letto.

Da lì non si spostò quasi più.

Quando Lucia si ammalò, il cane aveva imparato a riconoscere i giorni difficili.

Si metteva sotto la sua sedia.

Non chiedeva nulla.

Restava lì.

Dopo il funerale, Roberto rimase seduto sul divano per ore senza togliersi la giacca scura.

Argo gli appoggiò la testa sul ginocchio.

Roberto raccontò più tardi a Elena:

«Tutti mi dicevano di farmi forza. Lui è stato l’unico che non mi ha chiesto niente.»

Da allora partirono insieme.

Piccoli viaggi.

Passeggiate.

Boschi.

Paesi.

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