Come se suo padre avesse lasciato una risposta dentro la macchina prima ancora che esistesse una domanda.
Non un miracolo.
Non qualcosa di soprannaturale.
Solo una di quelle coincidenze che, quando arrivano nel momento giusto, ti fanno sedere e restare in silenzio.
Argo trascorse dodici giorni in una clinica veterinaria.
I reni avevano sofferto.
I muscoli erano ridotti.
Il suo stomaco tollerava pochissimo cibo.
Elena andava a trovarlo ogni mattina.
Argo la riconosceva.
Ma dopo che entrava nella stanza, guardava sempre dietro di lei.
Aspettava qualcuno.
Il quarto giorno Elena portò una vecchia giacca di Roberto.
La appoggiò vicino al cane.
Argo affondò il muso nella manica.
Rimase così a lungo.
Poi mangiò.
Fu la prima volta che terminò tutta la piccola porzione.
Quando arrivò il giorno delle dimissioni, Elena sistemò una coperta sul sedile posteriore della propria auto.
Argo non volle salire.
Provò dal lato passeggero.
Niente.
Alla fine Elena, senza nemmeno sapere perché, aprì la portiera del guidatore.
Argo salì.
Si rannicchiò dietro il volante.
Elena rise e pianse nello stesso momento.
«Va bene, testone.»
Rimase con lui qualche minuto prima di spostarlo delicatamente.
Non era soltanto un’abitudine.
Era il posto in cui Argo continuava a cercare Roberto.
A casa di Elena prepararono tutto.
Una cuccia morbida in soggiorno.
Un’altra vicino alla cucina.
Un materassino in camera.
Suo marito costruì persino una piccola rampa perché Argo potesse evitare gli scalini.
Il cane ignorò quasi tutto.
La prima notte dormì in garage accanto alla macchina di Elena.
La seconda pure.
La vecchia station wagon di Roberto, intanto, rimase per settimane in un deposito finché tutte le verifiche non furono concluse.
Elena era convinta di venderla.
«Non voglio averla davanti agli occhi ogni giorno», disse al marito.
Lui non discusse.
Le persone che hanno condiviso molti anni insieme imparano che esistono decisioni che non si commentano subito.
Quando arrivò il momento di recuperare l’auto, Elena portò Argo.
Il cane la vide da lontano.
Si fermò.
Poi iniziò a tirare il guinzaglio.
Non correva ancora bene.
Le zampe posteriori erano deboli.
Ma accelerò.
Raggiunse la portiera del guidatore.
Aspettò.
Elena la aprì.
Argo salì.
Fece un giro su se stesso.
Si sdraiò.
Appoggiò il muso accanto al freno a mano.
Esattamente come il giorno del ritrovamento.
Ma questa volta accadde qualcosa di diverso.
Il suo corpo si rilassò.
Completamente.
Elena salì dal lato passeggero.
Rimasero seduti lì quaranta minuti.
Senza radio.
Senza parlare.
Una donna di quarantadue anni accanto a un vecchio cane, dentro una macchina che avrebbe dovuto essere soltanto un mucchio di metallo.
Alla fine Elena prese il telefono.
Chiamò suo marito.
«Non la vendo.»
Lui rispose soltanto:
«Lo immaginavo.»
Un meccanico sostituì la gomma, controllò l’auto e tolse la batteria.
Pulirono il retro.
Ripararono il finestrino.
Ma Elena diede un ordine preciso.
Il sedile del guidatore non doveva essere cambiato.
Niente nuovo rivestimento.
Niente profumo.
Niente trattamenti strani.
Quel tessuto consumato doveva restare com’era.
Portarono la station wagon nel cortile dietro casa e costruirono sopra una piccola tettoia.
L’auto non sarebbe più stata usata su strada.
Divenne il posto di Argo.
Quando arrivava un temporale, il cane chiedeva di uscire.
Attraversava il cortile.
Elena apriva la portiera.
Argo saliva al posto di Roberto.
Quando la casa si riempiva di parenti la domenica e troppe voci si sovrapponevano, faceva lo stesso.
Entrava nella macchina.
Si sdraiava.
Aspettava.
All’inizio alcuni parenti dicevano:
«Elena, così però il cane non supera il trauma.»
Lei non rispondeva.
Aveva imparato una cosa da suo padre.
Non tutto ciò che appartiene al passato impedisce di andare avanti.
Qualche volta è proprio quello che ti permette di farlo.
La domenica tornò ad avere un significato particolare.
Dopo la morte di Lucia, Roberto aveva quasi smesso di partecipare ai pranzi di famiglia.
Diceva che preferiva stare fuori.
Elena sapeva la verità.
Sedersi a tavola senza Lucia gli faceva troppo male.
Dopo il funerale di Roberto, invece, Elena riprese una vecchia abitudine della madre.
La tovaglia buona.
La pasta al forno.
Il pane tagliato prima che arrivassero tutti.
Niente telefoni sul tavolo.
La prima domenica, proprio mentre stavano per mangiare, Argo si alzò.
Andò verso la porta.
Elena lo seguì.
Il cane raggiunse la station wagon.
Salì.
Elena si sedette accanto a lui con una delle lettere di Roberto.
La aprì.
Lesse ad alta voce.
“Cara Elena, prima o poi scoprirai che noi genitori passiamo metà della vita a insegnarvi come andarvene e l’altra metà a sperare che torniate la domenica.”
Elena rise.
«Questa mamma non te l’avrebbe fatta passare.»
Argo mosse appena l’orecchio.
Dal portico, suo marito la chiamò.
«Si fredda tutto.»
Elena richiuse la lettera.
«Andiamo a casa?»
Argo scese dall’auto.
Quella volta la seguì.
Nei mesi successivi recuperò peso.
Prima cinque chili.
Poi otto.
Alla fine quasi undici.
Il pelo tornò folto.
Gli occhi cambiarono.
Non erano più quelli del cane che avevamo trovato dietro il parabrezza.
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