Niente vacanze costose.
Roberto riempiva un thermos di caffè, infilava pane, pecorino e due mele in una borsa e caricava Argo.
Qualche volta dormivano persino nella macchina.
Aveva sistemato il retro con un materassino e una coperta.
Elena scherzava.
«Papà, hai venduto casa per trasferirti in un’automobile.»
Roberto rideva.
«Qui almeno nessuno mi dice dove lasciare le scarpe.»
Ma c’era una cosa che non cambiava mai.
Ogni escursione iniziava dal sedile del guidatore.
Roberto apriva una cartina di carta, anche se Elena gli aveva spiegato cento volte come usare il telefono.
Argo lo osservava.
Poi partivano.
Ore dopo tornavano.
Roberto saliva al posto di guida.
Argo accanto.
«Andiamo a casa?»
Motore acceso.
Fine della giornata.
Per sette anni, il mondo aveva funzionato così.
Finché un pomeriggio Roberto non tornò.
Seguire Argo quel giorno fu lento.
Il cane non aveva più forze.
Aveva perso quasi un terzo del suo peso.
Dopo pochi passi doveva fermarsi.
La veterinaria che lo assisteva gli mise un’imbracatura morbida per sostenerlo senza tirarlo.
Elena camminava dietro di lui.
Nessuno parlava.
Il sentiero scendeva tra castagni, rocce umide e vecchi cespugli.
Le foglie coprivano tutto.
Eppure Argo sapeva esattamente dove andare.
Girò vicino a un tronco spezzato.
Attraversò un piccolo ruscello nel punto meno profondo.
Evitò una zona franata passando sulla sinistra.
Non stava vagando.
Quella strada l’aveva già percorsa.
Molte volte.
Dopo circa quattrocento metri, Argo crollò.
Elena si sedette accanto a lui.
Non lo accarezzò subito.
Gli mise semplicemente una mano vicino alla zampa.
«Portami da papà.»
Argo alzò la testa.
Bevve qualche sorso.
Poi si rimise in piedi.
Ancora cento metri.
Forse poco più.
Fu allora che vedemmo lo zaino.
Era vicino al bordo di un canalone.
Una tracolla era rimasta impigliata sotto una radice.
Sopra c’erano ancora le iniziali cucite da Lucia anni prima.
R.B.
Argo raggiunse lo zaino.
Si sdraiò.
Non volle andare oltre.
Elena capì prima di tutti noi.
«È qui.»
Più in basso trovarono Roberto.
Non permettemmo a Elena di avvicinarsi.
Ci sono momenti in cui una figlia non ha bisogno di vedere tutto per sapere.
Le spiegammo che suo padre probabilmente era caduto nei primi giorni della scomparsa.
Una gamba si era spezzata.
Il trauma alla testa era stato grave.
Forse era rimasto cosciente per qualche ora.
Forse un giorno.
Nessuno avrebbe potuto raggiungerlo senza conoscere quel punto preciso.
Argo lo conosceva.
Sotto una sporgenza di roccia, protette dalla pioggia, rimasero visibili alcune vecchie impronte.
C’erano segni vicino allo zaino.
Graffi sulla terra.
Tracce del cane che aveva dormito accanto a Roberto.
Per giorni.
Probabilmente Argo aveva aspettato che si alzasse.
Poi aveva avuto sete.
Aveva avuto fame.
Ed era tornato verso la macchina.
Ma non aveva abbandonato Roberto.
Tra il canalone e l’automobile esisteva un percorso quasi invisibile.
Vecchie impronte, lasciate in momenti diversi, dimostrarono che Argo aveva fatto avanti e indietro.
Bosco.
Macchina.
Bosco.
Macchina.
Per settimane.
Finché il corpo non gli aveva più permesso di farlo.
Allora aveva scelto l’unico posto in cui, per tutta la sua vita, Roberto era sempre ricomparso.
Il sedile del guidatore.
E aveva aspettato.
Agosto.
Settembre.
Ottobre.
Novembre.
Ogni rumore doveva sembrare quello giusto.
Un ramo spezzato.
Una portiera lontana.
Passi sulla ghiaia.
Forse Argo si alzava.
Guardava.
Annusava.
Poi tornava a rannicchiarsi nel posto di Roberto.
Non possiamo sapere cosa pensasse un cane.
Ma sappiamo cosa fece.
Rimase.
Il giorno successivo Elena tornò alla macchina per recuperare gli effetti personali del padre.
Le chiavi erano nel portaoggetti centrale.
Nel bagagliaio c’erano una coperta, una tazza di metallo, scarponi di ricambio e una scatola di plastica con un fornellino da campeggio.
Sotto il sedile del guidatore trovarono una cartellina.
Elena la aprì.
Dentro c’erano sette lettere.
Tutte indirizzate a lei.
Nessuna spedita.
Roberto aveva iniziato a scriverle mesi prima.
Probabilmente pensava di consegnargliele insieme per il suo compleanno.
La prima parlava di Lucia.
La seconda della casa venduta.
La terza di una lite avuta anni prima con Elena, quando lei gli aveva detto che avrebbe dovuto smettere di vivere nei ricordi.
Roberto aveva scritto:
“Tu avevi ragione, ma avevo ragione anch’io. A sessant’anni passati si scopre che i ricordi non sono una stanza da cui uscire. Sono i mobili della stanza in cui continui a vivere.”
Elena lesse quella frase tre volte.
Poi arrivò alla lettera su Argo.
Roberto raccontava di una passeggiata durante la quale il cane continuava a voltarsi per controllare che lui fosse dietro.
Aveva scritto:
“Argo guarda sempre indietro. Credo che nella sua testa abbia un solo mestiere: assicurarsi che nessuno venga lasciato solo nel bosco.”
Elena smise di leggere.
Guardò verso la macchina.
Per tre mesi quel cane aveva fatto esattamente questo.
Aveva provato a non lasciare Roberto nel bosco.
Quando non aveva più avuto la forza di raggiungerlo, aveva aspettato qualcuno che potesse farlo al posto suo.
La lettera era stata scritta prima dell’incidente.
Molto prima.
Eppure Elena raccontò in seguito che, quando lesse quella frase, provò una sensazione difficile da spiegare.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





