Le passeggiate lunghe, però, finirono.
Elena non lo portò più nei sentieri difficili.
Facevano giri brevi.
Strade di campagna.
Il vialetto vicino al cimitero.
Due domeniche al mese Elena lo accompagnava sulla tomba di Roberto e Lucia.
Argo passava prima davanti al nome di Lucia.
Annusava.
Poi raggiungeva quello di Roberto.
Girava una volta.
Si sdraiava.
Elena si sedeva sulla panchina poco distante.
Non lo chiamava.
Non aveva fretta.
Dopo mezz’ora circa Argo si alzava da solo.
Era lui a decidere quando andare.
Un giorno, sistemando alcuni scatoloni appartenuti al padre, Elena trovò una vecchia fotografia.
Aveva almeno trent’anni.
Roberto e Lucia erano appoggiati proprio a una station wagon, molto più vecchia di quella che sarebbe diventata l’ultima casa di Argo.
Elena, bambina, stava in mezzo a loro.
Dietro la fotografia Lucia aveva scritto:
“Gli uomini della famiglia Bianchi hanno un difetto: pensano che ogni strada porti sempre a casa.”
Elena rimase immobile.
Un’altra frase.
Un’altra coincidenza.
Un altro pezzetto di passato che sembrava parlare con il presente.
La infilò nella cartellina insieme alle lettere.
Non raccontò subito a nessuno di averla trovata.
Ci sono cose che, dette ad alta voce, diventano più piccole.
Lei preferì conservarla.
Passò un anno.
Poi un altro.
La station wagon rimase sotto la tettoia.
Qualche vicino, all’inizio, trovava strano vedere quell’auto immobile.
In un paese le persone notano tutto.
«Ma non la usate mai?»
«No.»
«E perché la tenete?»
Elena sorrideva.
«Perché serve.»
Non spiegava altro.
Serviva ad Argo.
Ma serviva anche a lei.
Le sere difficili, quando sentiva la mancanza del padre con quella violenza improvvisa che il lutto sa avere anche anni dopo, Elena prendeva una lettera.
Andava in cortile.
Apriva la portiera del passeggero.
Argo era già lì.
Lei leggeva.
Roberto raccontava piccole cose.
Un barista incontrato durante un viaggio.
Una strada sbagliata.
Una notte trascorsa in macchina mentre fuori pioveva.
Una discussione avuta con Lucia nel 1997 perché lui aveva dimenticato il loro anniversario.
Non erano grandi confessioni.
Ed era proprio quello il bello.
A una certa età si capisce che le persone che abbiamo amato non ci mancano soltanto nei grandi momenti.
Ci manca come aprivano il frigorifero.
Come sbuffavano.
Come pronunciavano il nostro nome.
Come chiedevano se avevamo mangiato.
Come si sedevano sempre nello stesso posto.
Argo invecchiò.
Il muso diventò bianco.
Le zampe posteriori tornarono deboli.
Alcune sere arrivava fino alla station wagon e rimaneva davanti alla portiera senza riuscire a salire.
Elena gli metteva un braccio sotto il ventre.
«Piano, vecchietto.»
Lo aiutava.
Argo sistemava le zampe sul sedile.
Faceva il solito giro.
Poi appoggiava la testa nello stesso punto.
Il tessuto era ormai scolorito.
Ma conservava ancora la forma lasciata da anni di viaggi.
Elena si sedeva accanto.
A volte non leggeva.
Restavano semplicemente lì.
Fuori passavano le stagioni.
Il gelsomino cresceva vicino alla tettoia.
Le foglie cadevano.
Arrivava l’inverno.
Poi di nuovo la primavera.
L’auto non si muoveva.
Non ne aveva bisogno.
Sul fondo di un cassetto Elena conserva ancora il vecchio volantino della persona scomparsa.
La fotografia di Roberto.
L’età.
L’altezza.
La descrizione della macchina.
E una riga che allora sembrava soltanto un dettaglio:
“Possibile presenza di un cane di nome Argo.”
Per novantatré giorni quel foglio era stato l’unica speranza della famiglia.
In realtà, la strada verso Roberto non era stampata su nessuna mappa.
Aveva quattro zampe.
Un orecchio piegato.
E una fedeltà che nessuno aveva saputo misurare.
Argo era rimasto vicino a Roberto finché aveva potuto.
Poi era tornato alla macchina perché quello era il posto dove, per sette anni, ogni viaggio era terminato.
Roberto usciva dal bosco.
Apriva la portiera.
Si sedeva.
«Andiamo a casa?»
Questa volta non era tornato.
E Argo aveva continuato ad aspettare.
Fino al giorno in cui qualcuno aveva finalmente visto un riflesso dietro una montagna di foglie.
Fino al giorno in cui Elena aveva pronunciato quella frase.
Fino al giorno in cui il cane aveva trovato abbastanza forza per percorrere ancora una volta quel sentiero.
Roberto non tornò a casa.
Ma grazie ad Argo, la famiglia poté riportarlo accanto a Lucia.
E grazie alle lettere trovate sotto il sedile, Elena scoprì qualcosa che suo padre non aveva mai avuto il coraggio di dirle guardandola negli occhi.
Nell’ultima lettera c’era scritto:
“Se un giorno non saprai più dove cercarmi, non pensare al posto in cui sono finito. Pensa ai posti da cui sono sempre tornato.”
Elena lesse quelle parole mesi dopo.
Era seduta sul lato passeggero.
Argo dormiva al volante.
Lei guardò il vecchio cortile, la porta di casa aperta e la tavola della domenica apparecchiata dentro.
Poi mise una mano sul sedile consumato.
E finalmente capì.
Quel cane non aveva trascorso tre mesi aspettando davanti alla morte.
Aveva trascorso tre mesi aspettando il ritorno a casa.





