Ne scese un agente sulla cinquantina, capelli brizzolati e passo prudente. Guardò le motociclette, gli uomini sul marciapiede, la catena tagliata e Matteo inginocchiato nel cortile.
Per un istante, il quartiere trattenne il fiato.
Matteo conosceva quello sguardo.
Prima il gilet.
Poi i tatuaggi.
Poi la tronchese.
Soltanto alla fine, forse, il cane.
L’agente appoggiò una mano alla cintura.
«Che cosa è successo?»
Matteo parlò senza alzarsi.
«L’ho trovato incatenato. Non c’era acqua. La casa è vuota.»
L’agente indicò la catena.
«L’ha tagliata lei?»
«Sì.»
«Sa che è entrato in una proprietà privata?»
«Sì.»
«E lo rifarebbe?»
Matteo guardò il cane.
«Sì.»
Dalla strada arrivò un mormorio.
L’agente si avvicinò.
Si chinò accanto all’animale e osservò le gengive, la respirazione, le ferite sul collo.
Poi il suo tono cambiò.
«Avete fatto bene a chiamare.»
Matteo lo fissò, sorpreso.
«Il cane sta male. Molto male.»
L’agente prese la radio e chiese un intervento urgente.
La signora Teresa era rimasta vicino al cancello.
Aveva gli occhi lucidi.
«Io gli lanciavo del pane,» disse piano.
Matteo non rispose.
«Quando avanzava,» aggiunse lei. «Non tutti i giorni. Ma qualche volta sì.»
«Il pane non basta.»
«Lo so.»
Teresa si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
«Lo so adesso.»
Un furgone arrivò venti minuti dopo.
Non aveva sirene. Soltanto una scritta generica sulle portiere e una luce arancione sul tetto.
Ne scesero due operatori e una volontaria di nome Chiara, una donna sui quarant’anni con i jeans sporchi di fango e i capelli raccolti male.
Si avvicinò al cane lentamente.
«Ciao, tesoro.»
Quando allungò le mani, l’animale ebbe un sussulto.
Matteo lo sentì irrigidirsi.
«Aspetta,» disse.
Chiara si fermò.
«Devo controllarlo.»
«Lo so. Ma non portarmelo via di colpo.»
La volontaria studiò il volto di Matteo.
Vide la paura dietro la barba, dietro i tatuaggi, dietro quella voce che cercava di restare ferma.
«Può salire con noi.»
Matteo annuì.
Sandro gli prese il casco.
«Alla moto penso io.»
Matteo sollevò il cane.
L’animale era più leggero di quanto avrebbe dovuto.
Durante il tragitto verso la clinica, rimase seduto sul pavimento del furgone con il cane tra le braccia.
Ogni buca faceva tremare entrambi.
Chiara preparò una flebo mentre uno degli operatori telefonava al veterinario di turno.
«Come si chiama?» domandò.
Matteo accarezzò il muso del cane.
«Non lo so.»
«Dobbiamo scrivere qualcosa sulla scheda.»
Matteo guardò fuori dal finestrino.
Le villette scorrevano una dopo l’altra. Cancelli chiusi, balconi ordinati, gerani alle finestre.
Case perfette da vedere.
Persone abituate a non vedere.
«Scriva Cane senza nome.»
Chiara esitò.
Poi annotò.
La clinica era luminosa e fredda.
Il veterinario uscì appena sentì arrivare il furgone.
Il cane venne appoggiato su un tavolo. Mani rapide gli rasarono una piccola zona della zampa, inserirono un ago, controllarono il battito e la temperatura.
Matteo rimase accanto alla porta.
Il veterinario gli chiese di arretrare.
Lui obbedì.
Ogni passo indietro gli costò fatica.
Il cane cercò Matteo con gli occhi.
«Sono qui,» disse.
L’animale smise di agitarsi.
Il veterinario alzò lo sguardo.
«Continui a parlargli.»
Matteo non sapeva che cosa dire.
Così raccontò al cane della sua officina.
Delle domeniche in cui suo padre preparava il ragù alle sei del mattino.
Di sua madre che si arrabbiava se qualcuno arrivava a tavola senza essersi lavato le mani.
Di Luca, che rubava le croste della lasagna prima che venisse servita.
Raccontò cose che non raccontava da quindici anni.
Il cane respirava a fatica.
Ma ascoltava.
Quando lo portarono nella zona di terapia intensiva, Matteo fu costretto a lasciarlo.
Si sedette in sala d’attesa con le mani ancora sporche di terra.
Le pareti erano color crema. Su un tavolino c’erano riviste vecchie e un vaso di plastica con fiori finti.
Una signora anziana sedeva di fronte a lui con un trasportino ai piedi.
Aveva una gatta malata e lavorava a maglia per non pensare.
Dopo quasi un’ora gli disse:
«È suo?»
Matteo scosse la testa.
«Non ancora.»
La donna osservò le sue mani.
«Però lui pensa di sì.»
Matteo abbassò gli occhi.
«Non so se ce la farà.»
«Neanche noi sappiamo se ce la facciamo,» rispose la signora. «Eppure qualcuno resta seduto accanto a noi lo stesso.»
Passarono tre ore.
Fuori era diventato buio.
Gli amici di Matteo arrivarono con una busta di panini e una bottiglia d’acqua. Lui non toccò niente.
Arrivò anche la signora Teresa.
Aveva cambiato vestito e portava una vecchia coperta di lana.
«È di mio marito,» spiegò. «La usava quando andava a pescare. Tiene caldo.»
Matteo la prese senza commentare.
Teresa si sedette accanto a lui.
«Avevo paura di sbagliarmi,» confessò.
«Su cosa?»
«Pensavo che qualcuno venisse a occuparsi del cane. Poi i giorni passavano. Ogni volta mi dicevo che avrei telefonato il giorno dopo.»
Matteo rimase in silenzio.
«Una volta non eravamo così,» continuò Teresa. «Quando ero ragazza, nei cortili si sapeva tutto. Se un anziano non apriva le persiane, qualcuno bussava. Se un bambino piangeva, uscivano tre madri. Se un cane non mangiava, il macellaio portava gli avanzi.»
«Una volta la gente si faceva anche troppo gli affari degli altri.»
Teresa sorrise senza allegria.
«Forse. Ma almeno si accorgeva se qualcuno era ancora vivo.»
Il veterinario uscì poco dopo mezzanotte.
Aveva gli occhi stanchi.
«È stabile.»
Matteo si alzò troppo in fretta.
«Stabile vuol dire che è salvo?»
«Vuol dire che ha superato le prime ore. È gravemente disidratato. I reni sono sotto stress. Ha un’infezione cutanea, una vecchia lesione alla zampa e probabilmente non mangia correttamente da settimane.»
«Ma vuole vivere?»
Il veterinario sospirò.
«Sì. Questo cane vuole vivere.»
Matteo si passò una mano sul viso.
«Posso vederlo?»
«Per pochi minuti.»
Il cane sembrava ancora più piccolo sul tavolo imbottito.
Aveva la flebo fissata alla zampa e una coperta leggera sul corpo.
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