Mi voltai.
Gino si asciugò la faccia.
«Polvere.»
Guardai l’erba ancora umida.
«Certo.»
«Fatti gli affari tuoi, Grizzly.»
Quella prima notte dormii sul pavimento del soggiorno.
Verso le tre Rambo si alzò improvvisamente.
Tremava.
Non so cosa avesse sognato.
Non so quale rumore avesse sentito.
Non lo toccai.
Mi sdraiai di nuovo e lasciai una mano aperta vicino alla sua cuccia.
«Non devi stare in piedi», gli dissi.
Rimase fermo.
Passò un minuto.
Poi due.
Poi cinque.
Al sesto minuto si abbassò.
Quella fu la nostra vera educazione.
Non “seduto”.
Non “zampa”.
Non “riporta la pallina”.
Imparavamo il riposo.
Ogni giorno Rambo scopriva qualcosa.
Che chiudere gli occhi non significava essere dimenticato.
Che una persona poteva uscire da una stanza e poi tornare.
Che una ciotola piena restava lì anche se non beveva tutto subito.
Che nessuno gli avrebbe portato via il letto.
Che il guinzaglio serviva per camminare insieme e non per tenerlo fermo.
E io imparavo qualcosa da lui.
Per tutta la vita avevo creduto che essere forte significasse andare avanti.
Sempre.
Lavorare con il mal di schiena.
Guidare stanco.
Non chiedere aiuto.
Non fermarsi.
Mio padre era così.
Muratore.
Sveglia prima dell’alba.
Pranzo nella gavetta di metallo.
Quarant’anni di cantiere.
Quando gli chiedevi come stava rispondeva:
«Finché mi reggo in piedi, va bene.»
Noi uomini della sua generazione eravamo cresciuti con quella frase.
Finché mi reggo in piedi.
Come se stare in piedi fosse sempre una vittoria.
Poi arrivò Rambo.
Un cane a cui avevano tolto proprio la possibilità di sedersi, di sdraiarsi, di dire basta.
E cominciai a domandarmi quante volte avessi confuso la sofferenza con la forza.
Intanto il quartiere aveva adottato Rambo molto prima che potessi farlo ufficialmente io.
Ada arrivava con pezzi di pollo.
Il fruttivendolo del paese conservava le mele ammaccate che potevano essere usate come piccoli premi.
Il pensionato della casa all’angolo costruì una seconda pedana per il cortile.
Una maestra portò alcune vecchie coperte raccolte dalle famiglie dei suoi alunni.
Persino il ragazzo che consegnava il pane al mattino aveva imparato a fermarsi cinque minuti davanti al cancello.
Rambo non diventò famoso per noi.
Diventò parte del quartiere.
E quella cosa mi colpiva.
Passiamo metà della vita lamentandoci che oggi nessuno guarda più nessuno.
Che una volta le porte erano aperte.
Che se ti mancava lo zucchero bussavi accanto.
Che i bambini giocavano per strada e ogni mamma controllava anche quelli degli altri.
Forse non era tutto vero.
La memoria addolcisce.
Ma qualcosa si è perso davvero.
Eppure bastò un cane sdraiato nell’erba perché riapparisse.
Un vicino portava una coperta.
Uno costruiva una rampa.
Uno metteva cinque euro in una busta.
Una signora arrivava con il pollo lesso.
Nessuno avrebbe cambiato il mondo.
Ma tutti cambiavano un pezzetto del mondo di Rambo.
Quando finalmente arrivò il momento in cui potei adottarlo ufficialmente, andai a firmare i documenti con una camicia che Ada mi aveva obbligato a stirare.
«Almeno una volta sembri una persona seria», disse.
«Mi offendi.»
Quando tornai a casa con Rambo, trovai il cancello aperto.
Pensai a un problema.
Poi vidi il cortile.
C’erano sedie.
Tavoli.
Teglie.
Pane.
Pasta al forno.
Polpette.
Una crostata.
Tutto il vicinato sembrava essersi dato appuntamento.
Sergio aveva appeso un cartello fatto a mano.
BENVENUTO A CASA, RAMBO.
«Ve l’ho detto che non volevo feste.»
Ada mi mise in mano un piatto.
«Mangia e taci.»
Rambo camminò tra le persone.
Annusò scarpe.
Accettò carezze soltanto da chi aspettava.
Poi raggiunse la sua pedana.
Si sdraiò.
E si addormentò nel mezzo della festa.
Nessuno lo disturbò.
Forse quella fu la cosa più bella.
Tutti erano venuti per lui.
E tutti gli permisero di dormire.
Dopo qualche mese gli feci preparare un nuovo collare.
Morbido.
Largo.
Semplice.
Una piccola targhetta riportava il suo nome.
Sul retro feci incidere:
LIBERO DI RIPOSARE.
Quando glielo misi, Rambo non si ritrasse.
Mi tremarono le mani.
Ada se ne accorse.
Ovviamente.
«Hai gli occhi rossi.»
«Allergia.»
«A cosa?»
«Alle vecchie impiccione.»
Mi diede una sberla sul braccio.
Un anno dopo, Rambo riusciva perfino a trotterellare.
Poco.
In modo sgraziato.
Ma correva abbastanza da farci esultare come se avessimo vinto una finale.
Il gonfiore era diminuito.
Aveva recuperato muscoli.
Il pelo era lucido.
E finalmente aveva espressioni da cane normale.
Diffidenza quando mangiavo senza condividere.
Entusiasmo quando arrivava Ada.
Fastidio per la pioggia.
Una devozione quasi religiosa per le uova strapazzate.
Ma soprattutto amava ancora sdraiarsi.
Quando entrava in un posto nuovo, la prima cosa che faceva era cercare una superficie adatta.
Un tappeto.
Un angolo d’erba.
Una coperta.
Un pavimento fresco.
Solo dopo aver verificato di poter riposare cominciava a esplorare.
Così inventammo una domanda.
Ogni volta che volevamo portarlo da qualche parte chiedevamo:
«Rambo può sdraiarsi lì?»
Se la risposta era no, non andavamo.
Una volta mi resi conto che quella domanda valeva anche per noi.
Possiamo riposare qui?
Possiamo smettere di fingere per cinque minuti?
Possiamo sederci senza sentirci inutili?
Possiamo ammettere che siamo stanchi?
Per molti della mia generazione non è facile.
Siamo cresciuti con genitori che avevano conosciuto sacrifici veri.
Case pagate una rata alla volta.
Vestiti passati da un fratello all’altro.
Ferie poche.
Risparmi nascosti nei cassetti.
La domenica era il giorno in cui ci si sedeva finalmente tutti a tavola.
Mio padre tagliava il pane.
Mia madre portava la pentola.
E per qualche ora persino gli uomini che durante la settimana non raccontavano niente si concedevano il lusso di stare seduti.
Forse era quello il significato che avevamo dimenticato.
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