Il cane con tre zampe trascinava un sacchetto tra i rifiuti, poi sentì la mia protesi: da quel momento il quartiere cambiò per sempre
Il sacchetto si strappò davanti ai miei occhi.
Avanzi di pane duro, una vaschetta sporca di sugo e pezzi di qualcosa che non riuscii nemmeno a riconoscere finirono sulla ghiaia.
Il cane abbassò immediatamente il muso.
Mangiava in fretta.
Con quella fretta che non è fame soltanto.
È paura che qualcuno arrivi e ti porti via perfino quello.
Feci un passo.
La mia gamba sinistra terminava in una protesi nera e metallica.
Sul terreno duro fece il solito rumore.
Tac.
Il cane alzò la testa.
Aveva tre zampe.
Per qualche secondo restammo immobili a guardarci, in mezzo a una discarica abusiva alla periferia di un piccolo paese dell’Emilia.
Materassi sfondati.
Pneumatici lisci.
Una vecchia cucina arrugginita.
Sacchi neri aperti dagli animali.
Vestiti fradici.
Un frigorifero senza sportello.
Tutte quelle cose che la gente butta lontano da casa per non doverle più vedere.
Forse anche quel cane era finito lì per lo stesso motivo.
Mi chiamo Marco Bellini.
Allora avevo cinquantotto anni.
Sono alto, grosso, barba quasi tutta grigia, braccia tatuate e una faccia che spesso convince gli sconosciuti a cambiare marciapiede prima ancora che io apra bocca.
Da molti anni lavoravo in una piccola officina di motociclette insieme a due amici.
Il sabato pomeriggio, quando potevo, prendevo la moto e andavo a fare un giro senza una destinazione precisa.
Quel giorno mi ero fermato perché un telone azzurro era finito sulla strada e si era aggrovigliato alla rete.
Avevo appena tagliato il lembo che svolazzava quando avevo sentito quel rumore.
Raschio.
Pausa.
Raschio.
Non era un gatto.
Non era una volpe.
Era qualcosa che faceva fatica.
Poi era comparso lui.
Un meticcio nero e marrone, forse quattro anni, forse cinque.
La fame gli aveva scavato il corpo.
Le costole si vedevano sotto il pelo opaco.
Le orecchie erano basse.
Le zampe coperte di polvere.
E quella posteriore sinistra non c’era più.
La mutilazione era vecchia, cicatrizzata male, ma abbastanza guarita da capire che non si trattava di un incidente recente.
Il cane cercava di bilanciarsi sopra vetri rotti, sassi e plastica.
Lo osservai.
Lui osservò me.
Poi guardò in basso.
Alla mia protesi.
Dodici anni prima un automobilista ubriaco aveva invaso la mia corsia mentre tornavo a casa da una cena.
Quando mi svegliai in ospedale, la gamba sinistra non c’era più.
Tutti mi dicevano:
«Sei stato fortunato.»
Avevano ragione.
Ma chi non ha mai perso una parte del proprio corpo non sa quanto possa essere pesante sentirsi continuamente ricordare che almeno sei vivo.
Come se essere vivo cancellasse automaticamente tutto il resto.
Estrassi dalla borsa della moto un pezzo di carne secca.
Ne spezzai un boccone e lo appoggiai sopra un cartone.
Poi indietreggiai.
Il cane non si mosse.
«Tranquillo.»
Le mie parole non significavano nulla per lui.
La distanza sì.
Dopo quasi un minuto avanzò.
Un salto.
Una pausa.
Un altro salto.
Prese il cibo e tornò indietro.
Fu allora che vidi il collare.
Azzurro.
Consumato.
Senza medaglietta.
Troppo largo ormai.
Quello non era un cane nato per strada.
Quel cane aveva avuto una casa.
Forse un divano.
Forse una ciotola con il suo nome.
Forse qualcuno che un tempo gli aveva accarezzato la testa chiamandolo bravo.
Presi il telefono e chiamai Carla.
Carla aveva sessantadue anni e gestiva una piccola associazione locale che recuperava animali abbandonati.
Mi conosceva abbastanza bene da prendermi in giro senza pietà.
Diceva sempre che aggiustavo motociclette rotte e raccoglievo animali feriti perché non volevo ammettere di essere uno di loro.
«Carla, ho trovato un cane con tre zampe.»
Silenzio.
«Dove?»
«Vicino alla vecchia cava.»
«Come sta?»
«Mangia dalla spazzatura.»
«Riesci ad avvicinarti?»
Guardai il cane.
Lui guardava la mia gamba.
«Se provo a rincorrerlo, no.»
«Allora non rincorrerlo. Siediti.»
«Qui puzza da morire.»
«Marco.»
«Va bene.»
Mi sedetti sulla ghiaia accanto alla moto.
Continuai a dividere il cibo in pezzetti.
Uno vicino a me.
Uno un po’ più avanti.
Uno ancora più vicino.
Passarono venti minuti.
Poi trenta.
Alla fine vidi bene i suoi occhi.
Marroni.
Stanchi.
Non cattivi.
Solo prudenti.
Quello sguardo lo conoscevo.
È lo sguardo di chi non domanda più:
“Mi farai del male?”
Domanda:
“Quanto male mi farai questa volta?”
Abbassai la voce.
«Senti, amico. A tutti e due manca qualcosa. Magari possiamo evitare le presentazioni lunghe.»
Il cane inclinò appena la testa.
Carla arrivò poco dopo con un vecchio furgone.
Non corse verso di lui.
Si sedette vicino a me.
«Bravo.»
«Per cosa?»
«Per non aver fatto l’eroe.»
«Non ci pensavo proprio.»
«Tu pensi sempre di fare l’eroe. È questo il problema.»
Aprì una scatoletta di cibo morbido.
L’odore fece quello che noi non eravamo riusciti a fare.
Il cane avanzò.
Mangió.
Aspettammo.
Carla appoggiò lentamente una corda morbida a terra.
Lui la annusò.
Indietreggiò.
Tornò avanti.
Solo dopo quasi mezz’ora lasciò che gli passasse intorno al collo.
Carla non tirò.
«Bravo.»
Il cane restò immobile.
Poi, qualcosa cambiò.
Non si rilassò davvero.
Ma smise di aspettarsi immediatamente il peggio.
Lo portammo in una clinica veterinaria della zona.
La dottoressa Anna gli passò un lettore vicino al collo.
Bip.
Microchip.
Il nome registrato era Tito.
Quando lo sentii, mi sembrò subito il nome giusto.
Il vecchio numero telefonico risultava disattivato.
C’era però un secondo contatto.
Una donna di nome Teresa.
Quando Anna la chiamò e descrisse il cane, dall’altra parte cadde un silenzio pesante.
Poi Teresa iniziò a piangere.
Tito era appartenuto a suo fratello Stefano.
Era stato investito quasi un anno prima.
La zampa posteriore era stata danneggiata troppo gravemente.
I veterinari avevano dovuto amputarla.
All’inizio Stefano aveva accettato tutto.
Tito, disse Teresa, lo seguiva ovunque da anni.
Poi erano arrivati i problemi.
Medicine.
Controlli.
Tappeti da mettere sul pavimento perché scivolava.
Bisogno di aiutarlo a uscire.
Più tempo.
Più pazienza.
Stefano aveva iniziato a dire che il cane era diventato “un peso”.
Poi aveva usato una parola che mi trafisse.
«Diceva che era rovinato.»
Abbassai gli occhi sulla mia protesi.
Teresa aveva provato a prenderlo con sé, ma viveva in un piccolo alloggio dove aveva già due animali anziani.
Stefano le aveva assicurato che avrebbe pensato lui a Tito.
Un mese dopo aveva raccontato che il cane era scappato.
Teresa aveva cercato ovunque.
Volantini.
Telefonate.
Rifugi.
Nulla.
Fino a quel giorno.
Tito dormiva sopra una coperta, con una flebo nella zampa anteriore.
Era finalmente sazio.
Io invece sentivo lo stomaco chiuso.
Dopo il mio incidente, alcune persone avevano smesso di venirmi a trovare.
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