Trovò un cane con tre zampe in una discarica, ma quel vecchio motociclista scoprì una verità che cambiò entrambi

Altri parlavano con me come se fossi diventato improvvisamente fragile anche di testa.

Una donna con cui avevo vissuto per quasi sei anni mi aveva lasciato dicendo:

«Non ce la faccio a vederti così per tutta la vita.»

Non l’ho mai odiata.

Ma certe frasi restano.

Troppo difficile.

Troppo complicato.

Non più come prima.

Rovinato.

Guardai Tito.

Specie diversa.

Stessa ferita.

«Lo porto io.»

Carla mi fissò.

«Cosa?»

«Se serve qualcuno che lo tenga temporaneamente, lo porto io.»

«Tu vivi sopra un’officina.»

«Ho un cortile.»

«Hai le scale.»

«Facciamo una rampa.»

«Marco, sei sicuro?»

No.

Non lo ero.

Ma ormai conoscevo troppo bene quella sensazione.

Essere guardato e vedere negli occhi dell’altro la domanda:

“Quanto lavoro mi costerai?”

Così Tito arrivò a casa mia.

La mia abitazione era sopra l’officina.

Pavimenti vecchi.

Finestre che d’inverno lasciavano passare aria.

Una cucina piccola.

Odore di caffè, pelle e olio da motore.

Carla portò tappeti antiscivolo, un’imbracatura, una cuccia ortopedica e una piccola rampa.

Tito entrò.

Vide il soggiorno.

Si infilò dietro il divano.

«Perfetto,» dissi. «Hai scelto l’angolo peggiore della casa.»

Restò lì tre ore.

Io mangiai seduto sul pavimento.

Non vicino.

Non cercando di toccarlo.

Semplicemente lì.

Verso mezzanotte mi addormentai sul divano.

Mi svegliò il rumore delle sue unghie.

Tito era nel corridoio.

Guardava la mia protesi appoggiata vicino al tavolino.

Quando dormivo, la toglievo.

Lui avanzò.

Annusò il metallo.

La parte imbottita.

Poi annusò la mia gamba.

Quella vera.

Quella che finiva prima del ginocchio.

Io non mi mossi.

Tito sollevò il muso.

«Sì,» sussurrai. «Anche la mia viene via.»

Si sedette male, aggiustando il peso come poteva.

Abbassai la mano lungo il bordo del divano.

Non lo toccai.

Fu lui ad avvicinarsi.

Mi sfiorò le dita con il naso.

Una volta sola.

Poi tornò dietro il divano.

Quella notte non diventammo amici.

Ma smettemmo di essere estranei.

Dopo tre settimane Tito aveva preso quasi due chili.

Il pelo iniziava a tornare lucido.

Mi seguiva da una stanza all’altra.

Non voleva ancora carezze dagli sconosciuti, ma aveva cominciato a dormire fuori dal suo nascondiglio.

La dottoressa Anna però era preoccupata.

«Sta scaricando troppo peso sulle zampe anteriori.»

La zampa posteriore rimasta tremava dopo pochi minuti.

Le spalle erano tese.

«Sul breve può camminare così. Ma per le passeggiate lunghe gli servirebbe un supporto.»

Una fisioterapista per animali, Lucia, lo visitò.

Era una donna sui sessantacinque anni, capelli corti e occhiali rossi.

Parlava con Tito come si parla a un vecchio amico testardo.

«Potremmo provare un carrellino.»

Guardai Tito.

Lui guardò me.

«Una specie di sedia a rotelle?»

«Più o meno.»

Tito non sembrò entusiasta.

Il primo modello aveva due piccole ruote posteriori, un telaio leggero e delle cinghie imbottite.

Appena glielo montarono, rimase immobile.

Undici minuti.

Lucia mise davanti a lui un pezzetto di pollo.

Tito fissò il pollo.

Poi le ruote.

Poi me.

Io picchiettai la protesi sul pavimento.

Tac.

«Un passo.»

Lui ne fece uno.

Le ruote girarono.

Tito si bloccò.

Niente era successo.

Un altro passo.

Poi un altro.

Alla terza traversata della stanza, la coda si mosse.

Una sola volta.

Piccola.

Rapida.

Mi voltai facendo finta di guardare una finestra.

Lucia non disse niente.

Aveva capito.

Il carrellino definitivo arrivò due settimane dopo.

Era azzurro.

«Hai scelto tu il colore?» chiesi a Carla.

«Forse.»

«Sei sentimentale.»

«Tu hai dato alla tua moto il soprannome di tua nonna.»

Non seppi replicare.

La prima vera passeggiata avvenne la mattina presto.

Uscimmo dall’officina.

Io a sinistra.

Tito a destra.

Lui esitò davanti al marciapiede.

Anch’io.

Poi partimmo.

Tac.

Rotola.

Tac.

Rotola.

La mia protesi.

Le sue ruote.

Il rumore sembrava assurdo.

Poi diventò un ritmo.

Arrivati in fondo alla strada, Tito alzò finalmente la testa.

Non guardava più il terreno.

Guardava avanti.

Fu allora che accelerò.

Non correva.

Ma sceglieva la velocità.

Fu la signora Rosa, dalla bottega all’angolo, la prima a vederci.

Aveva settantatré anni e apriva ogni mattina alle sei e mezza.

Uscì con la scopa in mano.

Ci fissò.

Poi si mise una mano sul petto.

«Madonna santa, guardate quei due.»

«Rosa, non iniziare.»

«Non sto dicendo niente.»

«Hai quella faccia.»

«Che faccia?»

«Quella da lacrima.»

Lei sbuffò.

Poi tirò fuori un pezzetto di biscotto senza zucchero.

Tito la adorò da quel momento.

La passeggiata del mattino diventò presto un appuntamento per tutto il quartiere.

Il barista lasciava una ciotola d’acqua fuori dalla porta.

Il barbiere salutava con il rasoio in mano.

Il fruttivendolo teneva da parte un pezzo di mela.

Il pensionato del terzo piano, che da mesi usciva pochissimo, cominciò ad aspettarci sulla panchina.

Tito aveva una guerra personale contro un gatto rosso che dormiva sopra una Panda vecchissima.

Non gli faceva nulla.

Abbaiava soltanto come se avesse trovato il nemico della sua vita.

I bambini erano quelli che capivano meglio.

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