Trovò un cane con tre zampe in una discarica, ma quel vecchio motociclista scoprì una verità che cambiò entrambi

Un giorno un bambino di sette anni mi chiese:

«Il cane ha le ruote perché si è fatto male?»

«Sì.»

«E tu hai quella gamba perché ti sei fatto male?»

«Sì.»

Ci pensò.

«Allora chi corre più forte?»

Guardai Tito.

Tito guardò me.

«Siamo due pensionati della velocità.»

Il bambino scosse la testa.

«Potete fare camminata veloce.»

Da quel giorno la chiamammo così.

Camminata veloce.

Ma ciò che cambiò davvero non fu Tito.

Fu il quartiere.

All’inizio vedevano ciò che mancava.

La mia gamba.

La sua zampa.

Le ruote.

Il mio passo strano.

Poi iniziarono a vedere il movimento.

Un cane felice.

Un uomo che camminava.

Due esseri che non chiedevano pietà.

Un pomeriggio mi fermò la signora Elena.

Aveva quasi settant’anni e da mesi usava un bastone per un problema all’anca.

«Devo prendere il deambulatore,» mi confessò.

«E perché non lo prende?»

«Mi vergogno.»

Guardò Tito.

«Lui non sembra vergognarsi.»

Sorrisi.

«All’inizio sì.»

«E tu?»

Quella domanda mi colpì.

Guardai la mia gamba.

«Anch’io.»

La settimana seguente Elena comparve con un deambulatore nuovo.

«Se qualcuno ride, gli passo sopra i piedi.»

Tito lo annusò.

Poi camminò accanto a lei per mezzo isolato.

Da quel giorno iniziarono ad accadere cose strane.

Un vicino costruì una rampa per il cane anziano della signora del piano terra.

Il falegname della strada regalò assi di legno a una famiglia che aveva bisogno di facilitare l’ingresso al padre dopo un intervento.

Rosa mise un barattolo sul bancone per raccogliere soldi destinati agli animali con problemi di mobilità.

Nessuno aveva organizzato niente.

Nessuna riunione.

Nessun discorso.

Era semplicemente iniziato.

Forse perché la solidarietà, nei quartieri veri, funziona così.

Uno vede qualcuno fare qualcosa.

Il giorno dopo lo fa anche lui.

A casa Tito diventò finalmente cane.

Rubava calzini.

Dormiva a pancia all’aria.

Russava.

Odiava il bagno.

Amava essere asciugato con l’asciugamano.

Imparò a salire sul divano con una rampetta e naturalmente scelse il cuscino centrale.

La parte legale del suo abbandono andò avanti per mesi.

Il vecchio proprietario negò.

Disse che Tito era scappato.

Poi che qualcuno lo aveva rubato.

Poi che lo aveva cercato.

I documenti raccontavano altro.

Alla fine ci fu un procedimento per abbandono e incuria.

Tito divenne legalmente mio.

Pensavo che quella storia fosse chiusa.

Mi sbagliavo.

Un pomeriggio un uomo entrò nel piazzale dell’officina.

Quarantacinque anni circa.

Giacca aperta.

Occhiali scuri.

Sguardo teso.

Tito era steso sopra un tappeto.

Il carrellino era appoggiato vicino al muro.

«È quello il cane?»

Non dovetti chiedere chi fosse.

«Dipende.»

«Sono Stefano.»

Tito alzò la testa.

Non scodinzolò.

Non fece un passo.

Semplicemente si irrigidì.

Mi misi davanti a lui.

Stefano guardò il carrellino.

Rise col naso.

«Gli hai comprato pure le ruote.»

«Sì.»

«Soldi buttati.»

Non risposi.

Poi aggiunse:

«Quel cane è mezzo inutile.»

La mia protesi fece un rumore sul pavimento.

Tac.

Stefano abbassò gli occhi.

Vide la mia gamba.

Per una frazione di secondo cambiò espressione.

«Non farlo,» dissi.

«Cosa?»

«Quello che stavi per fare.»

Lui serrò la mandibola.

«Io ho pagato l’operazione. Sai quanto costava?»

«Hai pagato perché sopravvivesse.»

«Era diventato ingestibile.»

«Io l’ho trovato a mangiare immondizia.»

Stefano guardò altrove.

«Non sarebbe mai tornato normale.»

Quella frase mi entrò sotto pelle.

Per un attimo tornai in ospedale.

Alle visite imbarazzate.

Alle persone che smettevano di telefonare.

Alla donna che non riusciva più a immaginare una vita con me.

Guardai Stefano.

«No. Nemmeno io sono tornato normale.»

Silenzio.

Dietro di me sentii Tito muoversi.

Senza carrellino.

Un passo.

Pausa.

Un altro.

Arrivò vicino alla mia gamba destra.

Quella vera.

Ci si appoggiò.

Poi guardò Stefano.

Non abbaiò.

Non tremò.

Sembrava semplicemente avere chiuso una porta.

Stefano se ne andò.

Quella sera smontai il carrellino.

Pulii ogni vite.

Ogni ruota.

Ogni cinghia.

Tito mi osservava dalla cuccia.

Quando lo rimontai, lui venne avanti e appoggiò una zampa su una ruota.

La mattina dopo era davanti alla porta prima ancora che io mettessi la scarpa.

Pronto.

Gli anni passarono.

Sette.

Il muso di Tito diventò bianco.

Cambiammo due volte le ruote del carrellino perché riusciva a consumarle.

I bambini del quartiere crebbero.

Alcuni partivano per l’università.

Altri iniziavano a lavorare.

Quando tornavano, chiedevano ancora:

«Come sta Tito?»

La passeggiata delle sette e dieci restò una tradizione.

Io diventai più lento.

Lui anche.

Ma continuavamo.

Tac.

Rotola.

Tac.

Rotola.

Carla un giorno organizzò una raccolta fondi nel cortile del centro civico del paese.

Voleva comprare carrellini, imbracature e rampe per animali anziani o disabili recuperati dalla strada.

Mi chiese di parlare.

«No.»

«Marco.»

«No.»

«Ci sarà Tito.»

«Questo è ricatto.»

«Funziona?»

Funzionò.

Quando arrivammo, Tito aveva una bandana nuova.

Si comportò come una celebrità.

Accettava carezze.

Posava per le fotografie.

Ignorava completamente me.

Quando mi misero davanti a una trentina di persone, avevo un foglio in mano.

Lo infilai in tasca.

«Ho trovato Tito mentre mangiava dalla spazzatura.»

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