Arianna cercò suo marito tra la folla.
Riccardo stava osservando tutto.
I loro occhi si incontrarono.
«Riccardo, diglielo.»
Lui abbassò il bicchiere.
Per un attimo sul suo volto passò qualcosa.
Vergogna.
Paura.
Forse perfino amore.
Poi scomparve.
«Beatrice gestisce l’organizzazione questa sera.»
La sua voce era piatta.
«Non facciamo scenate. Ne parleremo a casa.»
Arianna venne accompagnata a un tavolino vicino alla porta delle cucine.
Quattro sedie.
Tutte vuote.
Nessuno voleva rischiare di essere visto accanto alla donna che Beatrice aveva dichiarato socialmente intoccabile.
Arianna si sedette.
Posò entrambe le mani sul ventre.
La bambina scalciò.
«Almeno tu sei ancora con me», pensò.
Poi vide Giulia.
La sua migliore amica da quindici anni.
La donna che aveva dormito sul pavimento accanto al suo letto quando era morto suo padre.
La persona che conosceva ogni paura, ogni sogno e ogni fragilità.
Giulia sedeva al tavolo di Beatrice.
Rideva.
Arianna si alzò e attraversò la sala.
«Giulia, che cosa ci fai qui?»
L’amica strinse il tovagliolo tra le dita.
«Mi ha offerto trecentomila euro per la mia associazione.»
«Sai cosa sta facendo alla mia vita.»
«Ho dodici dipendenti, Arianna.»
«E quindi io quanto valgo?»
Giulia non rispose.
Quella fu la risposta.
«Mi dispiace», sussurrò.
Ma non si alzò.
Rimase seduta accanto a Beatrice.
Alle nove cominciò l’asta.
Beatrice salì sul palco come una regina dopo una vittoria.
Ringraziò sei persone.
Amministratori.
Finanziatori.
Amici di golf di Riccardo.
Non pronunciò mai il nome di Arianna.
Tre anni di lavoro vennero cancellati in otto minuti.
Arianna sentì qualcosa cambiare dentro di sé.
La paura diventò durezza.
Il bisogno di essere accettata diventò stanchezza.
Si alzò.
I tacchi batterono sul marmo mentre camminava verso il palco.
Beatrice la vide arrivare.
«Sicurezza. Abbiamo un’ospite non autorizzata.»
«Non sono un’ospite.»
Arianna continuò ad avanzare.
«Sono la moglie di Riccardo e questo è il mio progetto.»
Beatrice scese dal palco.
«Ti stai rendendo ridicola.»
«No. Sto smettendo di farmi cancellare.»
«Credi che basti sposare un uomo ricco per appartenere a questo mondo?»
Beatrice indicò i lampadari e i tavoli imbanditi.
«Tu non appartieni qui. Non sei mai appartenuta qui.»
Arianna non abbassò lo sguardo.
«Non decidi tu dove appartengo.»
Beatrice si portò una mano sul ventre.
Fu un gesto lento, studiato.
Lo stesso gesto protettivo che Arianna compiva decine di volte al giorno.
«Invece dovresti andartene.»
Alzò la voce.
«Riccardo e io aspettiamo un bambino. Un vero erede dei Valenti.»
Il silenzio divenne pesante.
«Non un figlio che costringa la famiglia a spiegare ogni volta da dove viene.»
Non servivano altre parole.
Tutti avevano capito.
Arianna guardò Riccardo.
«È vero?»
Lui non rispose.
«Riccardo, guardami.»
L’uomo che aveva promesso di proteggerla fissò il fondo del bicchiere.
Beatrice le mise le mani sulle spalle.
«Adesso vattene.»
La spinse.
Arianna perse l’equilibrio.
Il tacco di Beatrice la colpì di lato, all’altezza del ventre, e Arianna cadde sul marmo.
Il vestito si strappò.
Le mani corsero subito a proteggere la bambina.
Duecento persone videro tutto.
Molte avevano il telefono in mano.
Nessuna si mosse.
Un cameriere lasciò cadere un vassoio.
Il rumore dei bicchieri infranti fu l’unico suono nel salone.
Arianna sentì la bambina muoversi.
Un calcio piccolo.
Vivo.
Riccardo si avvicinò.
Per un istante Arianna credette che l’avrebbe sollevata.
«Torna a casa», disse lui.
«Parleremo quando sarai più calma.»
Due camerieri aiutarono Arianna ad alzarsi.
Un ragazzo delle cucine raccolse la sua borsa.
Persone pagate poco mostrarono più umanità di tutti i milionari presenti.
Fuori dal palazzo Arianna si appoggiò a una colonna.
Respirava male.
Una donna alta, con i capelli raccolti e uno sguardo severo, la raggiunse.
«Sono Elena Ferri, commissaria di polizia. Ero invitata alla serata.»
«Ha visto?»
«Sì.»
«E perché non ha fatto niente?»
Elena abbassò gli occhi.
«Ho esitato. Non volevo creare una situazione pubblica.»
Arianna la fissò.
«La situazione era già pubblica. Solo il coraggio era privato.»
La commissaria incassò quelle parole.
«Ha ragione. Non ho scuse. Ma ora deve andare in ospedale.»
L’ecografia mostrò un battito forte.
Nessun danno visibile alla bambina.
La dottoressa raccomandò riposo assoluto e nessun altro stress.
Un’ora dopo Riccardo entrò nella stanza.
Non chiese della figlia.
Posò una cartella sul letto.
«Firma.»
Dentro c’erano i documenti per una separazione consensuale, una rinuncia alla fondazione e un accordo di riservatezza.
«Quattrocentomila euro», disse.
«È una cifra generosa.»
Arianna lo guardò come si guarda un estraneo.
«Tua figlia è appena stata controllata dopo che la tua amante mi ha aggredita.»
«Non rendere tutto più difficile.»
«Per chi?»
Riccardo serrò la mascella.
«Mia madre vuole proteggere la reputazione della famiglia.»
«E tu che cosa vuoi proteggere?»
Non rispose.
La mattina seguente le carte comuni risultavano bloccate.
Il suo accesso alla fondazione era stato revocato.
Sui giornali online comparvero articoli che la descrivevano come instabile, gelosa e inadatta agli ambienti della famiglia Valenti.
Beatrice veniva presentata come la nuova direttrice del progetto.
Tre anni di lavoro spariti in una notte.
Arianna controllò il conto personale.
Ottantaquattro euro.
Sette mesi di gravidanza.
Nessuna casa in cui tornare.
Giulia non rispondeva.
Sua madre viveva con una pensione minima e già aiutava una sorella malata.
Arianna scorse i contatti del telefono.
Marco.
Luca.
Andrea.
I suoi tre fratelli.
Gli uomini che, dopo la morte del padre, avevano rinunciato a vacanze, automobili e perfino a studi più semplici pur di permetterle di laurearsi.
Lei li aveva allontanati dopo il matrimonio.
Voleva dimostrare di non aver bisogno di nessuno.
Chiamò Marco.
Rispose una segretaria.
«Il dottor Bellini è in riunione d’emergenza. La società sta affrontando una causa miliardaria.»
Arianna provò con Luca.
Segreteria telefonica.
Il numero di Andrea risultava irraggiungibile.
Accese il televisore.
La società logistica dei fratelli era al centro di una presunta crisi finanziaria.
Perfino loro stavano crollando.
Arianna posò una mano sulla pancia.
«Siamo io e te, Alba. E dovrà bastare.»
Alle tre del pomeriggio arrivò Ludovica Valenti.
Sessantotto anni.
Tailleur color avorio.
Capelli immobili.
Un mazzo di rose in mano e lo sguardo di chi entra in una stanza già convinta di aver vinto.
«Arianna, cara. Che terribile malinteso.»
«Non è stato un malinteso.»
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