Un bambino disse che avrebbe fatto camminare Giulia, ma ciò che accadde tre giorni dopo sconvolse tutto il quartiere

Il bambino vestito di stracci disse che avrebbe fatto camminare Giulia: suo padre lo cacciò, ma tre giorni dopo accadde l’impossibile davanti a tutto il quartiere

—Stai lontano da mia figlia.

Marco afferrò il ragazzino per le spalle e lo spinse indietro.

Non fu un gesto abbastanza forte da farlo cadere, ma bastò a far voltare le persone sedute sulle panchine. Una signora con il sacchetto del pane si fermò. Due pensionati interruppero la partita a carte sul tavolino di pietra.

Il bambino barcollò, abbassò gli occhi sulle sue scarpe spaiate e poi rialzò il viso.

Non sembrava arrabbiato.

Sembrava soltanto stanco.

—Io non voglio farle del male —disse.

Marco si piazzò davanti alla sedia a rotelle.

—Allora vattene.

Dietro di lui, Giulia strinse le mani sui braccioli.

Aveva nove anni e un sorriso che faceva male a guardarlo. Un sorriso ostinato, luminoso, quasi fuori posto sul volto di una bambina che non muoveva le gambe da quando ne aveva sei.

—Papà, aspetta…

Marco non si voltò.

—Non abbiamo soldi —disse al ragazzino—. Se è questo che cerchi, hai sbagliato famiglia.

Il bambino scosse la testa.

Indossava una felpa troppo larga, con una manica scucita, e pantaloni sporchi sulle ginocchia. Una scarpa era legata con uno spago. L’altra aveva la suola aperta davanti, come una bocca.

—Non voglio soldi.

—E allora cosa vuoi?

Il ragazzino guardò Giulia.

Non guardò la coperta sulle sue gambe.

Non guardò le ruote.

La guardò negli occhi.

—Voglio aiutarla.

Marco rise, ma senza allegria.

Era la risata di un uomo che aveva già ascoltato troppe promesse.

—Aiutarla come?

Il bambino fece un piccolo passo avanti.

Marco sollevò una mano.

—Non avvicinarti.

Il ragazzino si fermò.

Poi pronunciò le parole che fecero calare il silenzio su quel pezzo di quartiere.

—Posso farle muovere di nuovo le gambe.

Giulia smise di respirare.

La signora col pane portò una mano alla bocca. I due pensionati posarono le carte. Persino il barista del chiosco alzò la testa dalla macchina del caffè.

Marco rimase immobile.

Per un attimo sembrò non aver capito.

Poi il volto gli si indurì.

—Cosa hai detto?

—Che può tornare a camminare.

Le lacrime riempirono gli occhi di Giulia senza che lei riuscisse a fermarle.

Marco le vide.

Fu quello a spezzare l’ultimo filo della sua pazienza.

Si chinò fino a trovarsi faccia a faccia con il ragazzino.

—Medici, chirurghi e fisioterapisti non hanno potuto prometterlo. Abbiamo girato ospedali da Bologna a Milano. Abbiamo venduto la macchina, consumato i risparmi di mia madre e passato notti intere in corridoi che puzzavano di disinfettante. E tu arrivi qui e dici che puoi farla camminare?

Il bambino annuì.

—Sì.

Una parola sola.

Pronunciata senza arroganza.

Senza paura.

Marco sentì la rabbia salire dal petto fino alla gola.

—Tu non sai niente di lei.

—So che a volte sente formicolare i piedi.

Giulia spalancò gli occhi.

Marco si voltò di scatto verso la figlia.

—Te l’ha detto qualcuno?

—No.

Il ragazzino continuò:

—Soprattutto di notte. Come piccoli aghi. E quando ha freddo sente una specie di peso alle caviglie.

Giulia impallidì.

—Come fai a saperlo?

Il bambino si strinse nelle spalle.

—Perché le sue gambe non sono morte. Sono diventate silenziose.

Marco afferrò le maniglie della sedia a rotelle.

—Basta. Andiamo a casa.

—Papà, no!

Marco girò la carrozzina verso il vialetto.

Era domenica pomeriggio e il piccolo parco di San Lazzaro era pieno di famiglie. Bambini in bicicletta, nonni col cappello, coppie che passeggiavano dopo il pranzo.

Quella era la loro abitudine.

Ogni domenica, dopo le lasagne di nonna Teresa, Marco portava Giulia al parco.

Lei guardava gli altri bambini correre.

Lui fingeva che non gli facesse male.

—Aspettate! —gridò il ragazzino.

Marco continuò a spingere.

—Mi bastano cinque minuti!

—Non avrai neppure cinque secondi.

—Ho già visto una bambina come lei!

Marco si fermò.

Molto lentamente, si voltò.

—Che cosa hai visto?

Il ragazzino infilò una mano nella tasca della felpa.

Marco si irrigidì.

—Tira fuori la mano piano.

Il bambino ubbidì.

Tra le dita teneva una fotografia piegata, consumata sui bordi e protetta da un pezzo di plastica trasparente.

—Era mia sorella.

Si avvicinò quanto bastava per mostrare l’immagine.

Nella prima fotografia c’era una bambina di circa sette anni seduta su una sedia a rotelle. Aveva i capelli scuri raccolti male e teneva un pupazzo contro il petto.

Accanto era stata incollata un’altra foto.

La stessa bambina era in piedi.

Sorrideva davanti a una ringhiera, sostenuta da due bastoni.

Giulia allungò una mano.

—Posso vederla?

Marco avrebbe voluto dirle di no.

Avrebbe voluto prendere quella fotografia, strapparla e gettarla nel cestino.

Ma guardò il viso della figlia.

Non vide ingenuità.

Vide una speranza piccola e impaurita, come una candela accesa in una stanza buia.

Giulia prese la foto.

—Come si chiamava?

—Sara.

—E adesso dov’è?

Il bambino abbassò gli occhi.

—Non c’è più.

Giulia strinse la fotografia.

—È morta?

Lui annuì.

—Però prima ha camminato.

Marco si passò una mano sul volto.

La barba gli graffiò il palmo.

Negli ultimi tre anni aveva imparato che la disperazione attirava ogni genere di persona. Guaritori improvvisati, venditori di macchinari miracolosi, santoni, gente pronta a trasformare il dolore di un padre in denaro.

Aveva imparato a diffidare persino delle parole gentili.

Ma quel ragazzino non chiedeva soldi.

Non sembrava voler essere fotografato.

Non aveva neppure un adulto con sé.

—Come ti chiami? —domandò Marco.

—Nicolò. Ma tutti mi chiamano Nico.

—Quanti anni hai?

—Undici.

—Dove sono i tuoi genitori?

Nico esitò.

—Non importa.

—Per me importa.

—Mia mamma non c’è più. Mio padre… non so dove sia.

La risposta arrivò piatta, come se fosse stata ripetuta troppe volte.

Giulia guardò suo padre.

—Papà, ascoltiamolo.

Marco scosse la testa.

—Amore, abbiamo già ascoltato troppe persone.

—Ma lui non mi ha promesso che sarà facile.

—Ti ha promesso che camminerai.

—No —intervenne Nico—. Ho detto che può farlo. Non che succederà subito.

Marco lo fissò.

—E tu cosa saresti? Un medico?

—No.

—Un fisioterapista?

—No.

—Allora non hai il diritto di dire certe cose.

Nico abbassò il mento.

—Mia sorella aveva una lesione incompleta. Come Giulia.

Il sangue sembrò gelarsi nelle vene di Marco.

—Come conosci quelle parole?

—Le ho sentite per anni.

Nico indicò la fotografia.

—Sara faceva riabilitazione in un centro vicino a Imola. Io restavo fuori dalla palestra e guardavo. Un vecchio fisioterapista, il signor Renato, diceva che il corpo a volte ricorda strade che la paura ha coperto.

—La paura non ha paralizzato mia figlia —scattò Marco.

—Non ho detto questo.

—Lo hai fatto capire.

—Ho detto che la paura può impedire di sentire quello che è rimasto.

Giulia abbassò lo sguardo sulle proprie gambe.

Marco vide quel movimento e sentì una fitta.

—Basta parlare davanti a lei.

—Papà, io sono qui —mormorò Giulia—. Non sono una bambola.

Quelle parole lo colpirono più dello spintone che aveva dato a Nico.

Giulia non alzava quasi mai la voce.

Era diventata brava a non creare problemi. Troppo brava per una bambina di nove anni.

Marco si accovacciò accanto a lei.

—Cerco solo di proteggerti.

—Lo so.

—Ogni volta che qualcuno ci dà speranza, poi sei tu a piangere.

—Piangi anche tu.

Marco abbassò gli occhi.

Nel parco nessuno parlava più. Persino chi fingeva di non ascoltare stava seguendo ogni parola.

Nico fece un passo indietro.

—Posso andare via.

Giulia strinse la fotografia.

—No.

—Giulia…

—Cinque minuti, papà.

Marco chiuse gli occhi.

Gli tornarono in mente le domeniche di quando era piccolo.

La cucina di sua madre, il profumo del ragù, suo padre che aggiustava tutto con un cacciavite e diceva sempre: “Finché una cosa dà un segnale, non si butta.”

Suo padre era morto da dodici anni.

Non aveva mai conosciuto la nipote.

Forse per questo Marco conservava ancora ogni suo attrezzo in cantina, ordinato come se il vecchio dovesse tornare il giorno dopo.

Finché una cosa dà un segnale, non si butta.

Marco riaprì gli occhi.

—Cinque minuti —disse—. Senza toccarla. Senza farle male. E al primo problema finisce tutto.

Nico annuì.

—Va bene.

Si spostarono su un tratto d’erba vicino alla grande magnolia.

Marco bloccò personalmente le ruote della carrozzina. Controllò due volte i freni.

Nico si inginocchiò davanti a Giulia, mantenendo una certa distanza.

—Prima devo chiederti una cosa.

Giulia annuì.

—Hai paura di provare?

Lei ci pensò.

—Ho paura di non riuscirci.

—Non è la stessa cosa.

—Per me sì.

Nico indicò le sue scarpe.

—Chiudi gli occhi. Non pensare a stare in piedi. Non pensare agli altri bambini. Pensa soltanto al piede destro.

Marco incrociò le braccia.

—Queste cose le hanno già provate.

Nico non si voltò.

—Allora sa già che non sono pericolose.

Marco strinse la mascella.

Giulia chiuse gli occhi.

—Cosa senti? —chiese Nico.

—Niente.

—Non cercare qualcosa di grande. Cerca il più piccolo segnale.

Passarono alcuni secondi.

—Freddo —disse Giulia.

—Dove?

—Sotto il tallone.

Nico prese un piccolo rametto e lo fece scivolare sull’erba fino a sfiorare la suola della scarpa.

—Adesso?

—Un colpetto.

Marco si chinò.

—Potrebbe aver sentito il movimento della sedia.

—Certo —rispose Nico—. Potrebbe essere qualsiasi cosa.

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