Quella risposta spiazzò Marco.
Si era aspettato sicurezza ostentata.
Invece il bambino non cercava di trasformare ogni sensazione in un miracolo.
—Prova a pensare al tuo alluce —continuò Nico—. Non muoverlo. Immagina soltanto che diventi pesante.
Giulia aggrottò la fronte.
Il silenzio si fece denso.
—Sento caldo.
Marco si avvicinò.
—Giulia?
—Non fa male.
Nico sorrise appena.
—Bene. Adesso prova a mandare quel calore verso il dito.
—Come?
—Come quando vuoi chiamare qualcuno da una stanza all’altra, ma non puoi usare la voce.
Giulia respirò lentamente.
Le sue dita si serrarono sui braccioli.
Non accadde nulla.
Marco guardò l’orologio.
—Sono passati quasi cinque minuti.
—Aspetta —sussurrò Giulia.
—Amore…
—Ho sentito qualcosa.
Nico non si mosse.
—Cosa?
—Come un piccolo strappo.
—Dolore?
—No.
—Allora fermiamoci qui.
Giulia aprì gli occhi.
—Ma non ho mosso niente.
—Non oggi —disse Nico—. Oggi hai ascoltato.
Marco sbloccò immediatamente le ruote.
—È finita.
Nico si alzò, ma barcollò leggermente.
Marco lo notò.
—Hai mangiato?
—Sì.
—Cosa?
Il ragazzino non rispose.
Dal chiosco arrivò la voce del barista.
—Quel bambino gira qui da settimane. A volte gli do un panino.
Nico si irrigidì, mortificato.
Marco provò vergogna.
Non soltanto per averlo spinto.
Provò vergogna perché, fino a quel momento, aveva visto soltanto i vestiti sporchi e le scarpe rotte. Non si era chiesto quando il bambino avesse mangiato, dove dormisse o perché nessuno lo stesse cercando.
Eppure aveva passato tre anni a odiare chi guardava la sedia di Giulia prima di guardare lei.
Aveva appena fatto la stessa cosa.
—Vieni a pranzo da noi —disse Giulia.
Marco la fissò.
—Abbiamo già pranzato.
—La nonna avrà lasciato metà teglia di lasagne, come sempre.
Era vero.
Nonna Teresa cucinava per dieci anche quando a tavola erano in tre. Diceva che una casa senza avanzi era una casa triste.
Nico fece un passo indietro.
—Non posso.
—Perché? —chiese Giulia.
—Non vado a casa degli sconosciuti.
Marco quasi sorrise.
—Finalmente una cosa sensata.
Nico abbassò gli occhi.
Marco sospirò.
—Ti compriamo qualcosa al chiosco. Poi parliamo.
Il ragazzino accettò soltanto una rosetta con mortadella e un bicchiere d’acqua.
Mangiò lentamente, cercando di non sembrare affamato.
Ma raccoglieva ogni briciola con la punta del dito.
Marco lo osservò senza dire niente.
—Dove dormi davvero?
—In giro.
—In giro dove?
—A volte nel portico della vecchia palestra. A volte vicino alla stazione.
—Da solo?
Nico strinse le spalle.
—So badare a me stesso.
—Hai undici anni.
—Quasi dodici.
—Non cambia niente.
Giulia prese la mano del padre.
—Torneremo domani?
Marco guardò Nico.
Ogni istinto gli diceva di chiudere quella storia immediatamente.
Ma la fotografia di Sara era ancora sulle gambe di Giulia.
E negli occhi di sua figlia c’era qualcosa che non vedeva da tempo.
Non l’illusione di alzarsi da un momento all’altro.
La voglia di provarci.
—Domani dobbiamo andare dalla nonna —disse Marco.
—Possiamo portare anche lui.
Nico scosse la testa.
—Non serve.
—Mia madre farà domande —disse Marco—. Molte domande.
—Allora non vengo.
—Non era un invito.
Il giorno dopo, alle dodici e mezza, Nico sedeva nella cucina di Teresa con una camicia pulita prestata da Marco.
Gli stava larga sulle spalle.
Teresa aveva settantadue anni, capelli bianchi sempre in ordine e mani rovinate da quarant’anni passati tra una lavanderia e una famiglia che sembrava non smettere mai di avere bisogno di lei.
Posò davanti al bambino un piatto di pasta al forno.
—Mangia.
—Grazie, signora.
—Signora lo dici a quella del comune. Io sono Teresa.
Nico annuì.
Teresa gli riempì anche il bicchiere.
Poi si sedette di fronte a lui.
—Adesso raccontami di tua sorella.
Marco appoggiò la forchetta.
—Mamma, lascialo mangiare.
—Io so mangiare e ascoltare insieme da prima che tu imparassi a tenere il cucchiaio.
Nico guardò la pasta.
—Sara era più piccola di me. Dopo un incidente non muoveva bene le gambe. I medici dicevano che qualche segnale passava ancora, ma lei aveva sempre paura di cadere.
—E tu cosa facevi? —chiese Teresa.
—La facevo arrabbiare.
Giulia sorrise.
—Perché?
—Perché quando si arrabbiava smetteva di avere paura.
Nico raccontò del centro di riabilitazione, del vecchio Renato e degli esercizi visti attraverso una porta socchiusa.
Raccontò che Sara aveva ricominciato prima a muovere un dito, poi il piede, poi il ginocchio. Mesi di lavoro, pianti, cadute controllate e mattine in cui lei non voleva neppure alzarsi dal letto.
—Quindi non l’hai fatta camminare tu —disse Marco.
—No.
—Al parco hai detto che potevi far camminare Giulia.
Nico arrossì.
—Ho parlato male.
—Hai detto una cosa enorme.
—Lo so.
—Perché?
Il bambino sollevò lo sguardo.
—Perché se avessi detto “forse posso aiutarla a provare un esercizio”, lei non mi avrebbe ascoltato.
Teresa sbatté una mano sul tavolo.
—Almeno è sincero.
Marco la guardò incredulo.
—Mamma!
—Ha sbagliato. Ma ha ammesso di aver sbagliato. Molti adulti non lo fanno neppure davanti al prete.
Nico continuò a parlare.
Dopo la morte della madre, lui e Sara erano rimasti col padre. L’uomo aveva cominciato a bere e a sparire per giorni. Un inverno Sara si era ammalata gravemente.
Quando arrivarono in ospedale, era troppo tardi.
—È morta per le gambe? —domandò Giulia.
—No. Per un’infezione ai polmoni.
Nico abbassò la testa.
—Lei aveva camminato per quasi un anno. Poco, con i bastoni. Ma camminava.
Teresa gli appoggiò una mano vicino al piatto, senza toccarlo.
—E tuo padre?
—Una mattina non è tornato.
—Quanto tempo fa?
—Otto mesi.
Marco si alzò.
—E nessuno ti ha cercato?
—Una comunità mi aveva preso. Sono scappato.
—Perché?
Nico rimase in silenzio.
—Perché? —ripeté Marco.
—Volevano separarmi dalle cose di Sara.
Tirò fuori la fotografia.
—Dicevano che dovevo smettere di vivere nel passato.
Teresa inspirò lentamente.
Sul mobile della cucina teneva ancora la pipa del marito morto, anche se nessuno l’aveva più usata da dodici anni.
—Certe persone confondono il passato con una valigia —disse—. Pensano che basti lasciarla da qualche parte per viaggiare leggeri.
Marco si passò una mano tra i capelli.
—Nico, un bambino non può vivere per strada.
—Non sono un bambino.
—Hai appena mangiato tre porzioni di pasta.
—Avevo fame.
—Appunto.
Teresa si alzò.
—Stanotte dorme qui.
—Mamma, non possiamo decidere così.
—Io ho una stanza libera.
—Dobbiamo avvisare chi si occupa di lui.
Nico impallidì.
—No.
—Non voglio farti portare via —disse Marco—. Voglio che tu sia al sicuro.
—Le persone dicono sempre così prima di decidere per te.
La voce del bambino non era più calma.
Teresa lo guardò a lungo.
—Anche gli adulti sbagliano, Nico. Soprattutto quando pensano di sapere cos’è meglio per tutti. Però dormire sotto un portico non è libertà. È solitudine.
Nico abbassò gli occhi.
Quella sera accettò di restare.
Marco chiamò i servizi territoriali e spiegò la situazione senza nascondere nulla. Una responsabile promise che il giorno seguente avrebbe incontrato il bambino e verificato il suo caso.
Nico ascoltò la telefonata dalla porta.
—Mi manderanno via.
—Forse —disse Marco—. Ma non ti lasceranno per strada.
—È la stessa cosa.
—No. Non lo è.
—Per te è facile dirlo. Tu hai una casa.
Marco lo guardò.
—Una casa non impedisce di perdere tutto.
Nico lanciò un’occhiata verso Giulia, che si era addormentata sul divano.
Marco abbassò la voce.
—Tre anni fa avevo una moglie, un lavoro tranquillo, risparmi e una bambina che correva in corridoio. Poi un furgone uscì da una strada laterale. Mia moglie morì. Giulia rimase ferita. Da quel giorno anch’io vivo con una fotografia in tasca, anche se nessuno la vede.
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