Quel cane color miele mi sbarrò la strada all’alba: quando capii chi stava cercando di salvare, smisi di correre anche dalla mia vita
«Fermo. Ma che vuoi da me?»
Il cane non abbaiò.
Non ringhiò.
Fece semplicemente un passo di lato e mi chiuse di nuovo il passaggio.
Io provai a destra.
Lui andò a destra.
Provai a sinistra.
Lui mi anticipò.
«Ma guarda questo…»
Avevo sessantadue anni, un ginocchio che protestava quando cambiava il tempo e la pessima abitudine di uscire a camminare troppo presto per non incontrare nessuno.
E quella mattina, sulla vecchia provinciale che costeggiava il nostro paese, un cane color miele aveva deciso che non sarei passato.
Il pelo, un tempo probabilmente dorato, era impolverato.
Aveva una piccola cicatrice vicino al muso, il pelo più scuro sulle zampe e un’andatura leggermente storta sulla posteriore sinistra.
Non sembrava randagio da sempre.
Sembrava piuttosto uno di quei cani che una casa l’avevano conosciuta bene.
Una cucina.
Una ciotola sempre nello stesso angolo.
Una voce familiare che li chiamava.
Ed era proprio questo che mi mise a disagio.
Dall’altro lato della strada, davanti alla serranda ancora abbassata della bottega di alimentari, il vecchio Cesare stava sistemando due cassette vuote.
«Paolo! Lascialo perdere.»
Alzai lo sguardo.
«Lo conosci?»
«Mai visto. Non ti avvicinare. Un animale impaurito non sai mai cosa fa.»
Aveva senso.
A sessantadue anni dovresti aver imparato almeno una cosa: quando puoi evitare un problema, evitalo.
E io negli ultimi anni ero diventato bravissimo.
Evitavo discussioni.
Evitavo telefonate.
Evitavo perfino mia figlia quando intuivo dalla voce che voleva parlarmi seriamente.
Soprattutto evitavo di pensare.
Camminavo per quello.
Cinque chilometri ogni mattina.
Stesso percorso.
Stessi platani.
Stesse case con le persiane chiuse.
La fontanella vicino alla cappelletta.
Il vecchio campo dove da ragazzi giocavamo a pallone finché le madri non uscivano sui balconi a gridare i nostri nomi.
Camminare metteva ordine nel corpo.
E, se aumentavo abbastanza il passo, impediva alla testa di ricordare.
Quella mattina avrei potuto girarmi.
Anzi, lo feci.
Un passo indietro.
Il cane avanzò.
Non verso di me.
Verso una stradina laterale.
Fece quattro o cinque metri.
Poi si fermò.
Si voltò.
Mi guardò.
«No.»
Restò immobile.
«Ho detto di no.»
Cesare rise da lontano.
«Adesso ci parli pure?»
Ma io non ridevo.
Perché quello sguardo non aveva niente di buffo.
Non c’era rabbia.
Non c’era paura.
C’era concentrazione.
Una concentrazione quasi umana.
Il cane fece altri passi.
Si fermò ancora.
Si voltò.
Aspettò.
Allora sentii il silenzio.
Non il silenzio normale delle sei e mezza del mattino.
Non quello del paese prima che aprano il forno, il bar e l’officina.
Era un silenzio pesante.
Uno di quei silenzi che ti entrano nelle orecchie e ti costringono a distinguere ogni cosa.
Le foglie dei platani.
Il mio respiro.
La suola delle scarpe sull’asfalto.
E poi…
qualcos’altro.
Mi immobilizzai.
Un rumore basso.
Spezzato.
Così debole che pensai di essermelo immaginato.
«Hai sentito?» chiesi.
Cesare ormai era troppo lontano.
Il cane invece partì.
Non correva davvero, a causa della zampa.
Ma si muoveva molto più in fretta.
Andava verso la curva della provinciale, dove la strada scendeva dietro una fila di alberi e spariva alla vista.
Questa volta lo seguii.
Non per curiosità.
Non più.
Sentivo quella strana pressione nello stomaco che viene quando ancora non sai cosa sia successo, ma il corpo lo ha già capito.
Il cane procedeva per brevi tratti.
Avanti.
Sosta.
Sguardo indietro.
Avanti.
Sosta.
Sguardo indietro.
A un certo punto rallentai apposta.
Lui si fermò immediatamente.
«Va bene.»
Non so perché lo dissi.
«Va bene, vengo.»
Riprese a muoversi.
Superammo la curva.
La luce lì arrivava sempre più tardi perché gli alberi coprivano il lato della collina.
Sentii di nuovo quel suono.
Una specie di gemito.
Poi vidi la bicicletta.
Era distesa vicino al fossato.
Vecchia.
Una di quelle biciclette da uomo che ormai usano quasi solo quelli della nostra età.
Il cestino posteriore piegato.
Una ruota girava ancora.
Piano.
Piano.
Piano.
Tre metri più avanti c’era un uomo.
«Madonna santa.»
Corsi.
O almeno provai a correre.
Il ginocchio mi trafisse, ma non lo sentii quasi.
L’uomo era riverso su un fianco.
Capelli bianchi.
Una camicia a quadri.
Pantaloni scuri.
Una mano graffiata.
La faccia pallidissima.
«Signore? Mi sente?»
Nessuna risposta.
Mi inginocchiai.
Respirava.
Male, ma respirava.
Presi il telefono e chiamai i soccorsi.
Le dita mi tremavano.
«Un uomo è caduto… sì, dalla bicicletta credo… sulla provinciale vecchia, dopo il bivio del cimitero… respira… sì… sì, resto qui.»
Mentre parlavo alzai lo sguardo.
Il cane era accanto a noi.
Non agitato.
Non saltava.
Non abbaiava.
Guardava soltanto l’uomo.
Quando chiusi la telefonata, fece un passo.
Poi un altro.
Si avvicinò lentamente alla mano dell’uomo.
La annusò.
E vi appoggiò sopra la testa.
In quel preciso momento capii.
«Sei suo.»
Il cane chiuse gli occhi.
«Tu sei il suo cane.»
Non mi serviva altro.
Non mi stava impedendo di proseguire la mia passeggiata.
Mi stava impedendo di ignorare quell’uomo.
Probabilmente aveva già visto passare qualcuno.
Forse un’automobile.
Forse un motorino.
Forse gente che non aveva capito.
E allora aveva fatto l’unica cosa che poteva fare.
Mettersi in mezzo.
Costringere qualcuno a fermarsi.
Rimasi inginocchiato.
«L’ambulanza arriva. Tieni duro.»
Non sapevo se stessi parlando all’uomo o al cane.
Forse a entrambi.
Per qualche minuto non successe nulla.
Eppure dentro di me succedeva tutto.
Perché quella mano vecchia sull’asfalto mi ricordò un’altra mano.
Quella di mio padre.
Era morto sei anni prima, a ottantatré anni.
Avevo trascorso l’ultima settimana seduto accanto al suo letto, nella stanza dove dormiva da quando mia madre non c’era più.
Negli ultimi giorni parlava pochissimo.
Una sera mi aveva stretto le dita e aveva detto:
«Paolo, non diventare uno che passa oltre.»
Io non avevo capito.
O forse non avevo voluto capire.
«Passa oltre a cosa, papà?»
Lui aveva sorriso appena.
«Alle persone.»
Poi aveva chiuso gli occhi.
Per anni quella frase mi era tornata in mente nei momenti peggiori.
E io, ironia della sorte, ero diventato esattamente così.
Uno che passava oltre.
Non per cattiveria.
Per stanchezza.
Che a una certa età può essere perfino peggio.
I soccorsi arrivarono in pochi minuti.
La sirena spezzò il silenzio della strada.
Il cane non si mosse.
Nemmeno quando i lampeggianti si rifletterono sui tronchi.
Due operatori scesero rapidamente.
«Cos’è successo?»
«Non lo so. L’ho trovato così.»
Indicai il cane.
«Anzi… mi ha portato lui.»
L’operatore mi guardò per mezzo secondo.
Non fece domande.
Si chinò sull’uomo.
Controllarono il respiro.
La pressione.
Gli occhi.
«È cosciente?»
«Non lo è mai stato da quando sono arrivato.»
«Ha documenti?»
«Non ho toccato niente.»
Quando cercarono di sollevarlo, il cane alzò finalmente la testa.
Si fece indietro.
Un passo.
Poi un altro.
Come se avesse capito che quelle persone sapevano cosa fare.
Ma non se ne andò.
Restò a meno di due metri.
Osservava ogni movimento.
Quando l’uomo fu sistemato sulla barella, il braccio scivolò leggermente di lato.
Le dita sfiorarono il pelo del cane.
L’animale rimase immobile.
Poi spinse il muso contro quella mano.
Uno degli operatori sospirò.
«Tranquillo, vecchio mio. Ce ne occupiamo noi.»
Non so se parlasse al cane.
Ma mi si strinse la gola.
Caricarono l’uomo.
Le porte si chiusero.
La sirena ripartì.
Il cane seguì il mezzo con lo sguardo finché sparì dietro la curva.
Poi tornò verso la bicicletta.
Mi aspettavo che cercasse di inseguire l’ambulanza.
Invece no.
Girò intorno alla bici.
Annusò il sellino.
Il pedale.
Infine si fermò davanti a una striscia di stoffa blu legata al manubrio.
Era un vecchio fazzoletto.
Sbiadito.
Consumato ai bordi.
Il cane lo toccò col naso.
Poi si sdraiò accanto alla bicicletta.
Come se improvvisamente tutta la forza che lo aveva tenuto in piedi fosse finita.
Mi sedetti sul bordo del marciapiede.
«Adesso che facciamo io e te?»
Aprì gli occhi.
Nient’altro.
Restammo lì.
Due vecchi, in un certo senso.
Io con le mie ginocchia malandate.
Lui con la zampa storta.
Entrambi con qualcosa che non riuscivamo più a lasciare indietro.
Dopo una decina di minuti arrivò Cesare.
Aveva chiuso temporaneamente la bottega e si era trascinato dietro la sua pancia da settant’anni ben portati.
«Che è successo?»
Gli indicai la bici.
«Un uomo è caduto. È vivo. L’hanno portato via.»
Cesare guardò il cane.
«E lui?»
«Mi ha portato qui.»
«Sul serio?»
Annuii.
Cesare si tolse il cappellino.
Lo faceva sempre quando qualcosa lo colpiva davvero.
«Guarda un po’.»
Si avvicinò alla bicicletta.
«Aspetta.»
«Che c’è?»
«Questa bici l’ho già vista.»
Si piegò verso il portapacchi.
«È di Renato.»
Il nome mi disse qualcosa.
«Renato chi?»
«Renato Bassi. Quello che abitava vicino alla vecchia scuola. Faceva il falegname.»
Mi si accese un ricordo.
Un uomo alto, capelli bianchi, mani grosse.
«Quello delle persiane?»
«Proprio lui.»
Quando eravamo giovani, Renato aveva una piccola falegnameria.
Mezzo paese aveva finestre, sedie o armadi passati dalle sue mani.
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