Un cane color miele mi sbarrò la strada all’alba: pochi metri dopo capii perché non voleva lasciarmi passare

Era uno di quegli uomini di una volta che non buttavano niente.

Un cassetto rotto?

Si aggiustava.

Una sedia zoppa?

Si metteva un cuneo.

Una porta gonfiata dall’umidità?

Due colpi di pialla e tornava nuova.

Diceva sempre che le cose fatte bene avevano bisogno di manutenzione, non di essere sostituite.

«Ma non vive solo?» chiesi.

Cesare annuì.

«Da quando è morta la moglie, sì. Il figlio sta su al nord. La figlia… non ricordo. Forse vicino Roma.»

Guardammo il cane.

«Non sapevo avesse un cane.»

Cesare si chinò.

«Ehi, bello.»

L’animale alzò la testa.

«Come ti chiami?»

Naturalmente non rispose.

Sul collare non c’era medaglietta.

Solo cuoio vecchio e due iniziali quasi cancellate.

R.B.

Cesare si raddrizzò.

«È suo.»

«Sì.»

Rimase in silenzio.

Poi disse una cosa che mi ferì più del previsto.

«Povero Renato. I figli lontani, la moglie sotto terra… alla fine gli era rimasto lui.»

Il cane rimise la testa sul fazzoletto blu.

E mi tornò in mente il pranzo della domenica di due settimane prima.

Casa di mia sorella.

Lasagne.

Pollo arrosto.

Mia nipote che parlava troppo forte perché i ragazzi oggi parlano tutti troppo forte, almeno secondo noi vecchi.

Mia figlia Elena seduta davanti a me.

Quarant’anni.

Divorziata.

Stanca.

Mi aveva detto:

«Papà, potresti venire da noi qualche giorno?»

Io avevo continuato a tagliare la carne.

«Perché?»

«Perché Luca sta facendo fatica.»

Luca era mio nipote.

Sedici anni.

Da mesi aveva smesso di uscire con gli amici e andava male a scuola.

«È l’età.»

«Non è solo l’età.»

«Passerà.»

Elena aveva posato la forchetta.

«Tu dici sempre così.»

Tutta la tavola era diventata silenziosa.

Mia sorella mi aveva lanciato quello sguardo che soltanto le sorelle sanno lanciare.

Quello che significa: non fare il cretino.

Ma io ero andato avanti.

«Io alla sua età lavoravo già d’estate.»

«Non ti sto chiedendo di confrontarlo con te.»

«E allora cosa vuoi?»

«Che ci sia.»

Tre parole.

Che ci sia.

Mi avevano dato fastidio.

Perché sapevo esattamente cosa significavano.

E sapevo anche che aveva ragione.

Da quando mia moglie Anna era morta, quattro anni prima, avevo trasformato il dolore in un mestiere.

Il mio lavoro era non aver bisogno di nessuno.

Non chiedere.

Non offrire.

Non disturbare.

Non farmi disturbare.

Una vita ordinata.

Pulita.

Vuota.

Il cane di Renato mi aveva trovato proprio lì.

In mezzo alla mia fuga.


Arrivarono due agenti della municipale.

Fecero domande.

Presero nota.

Confermarono l’identità dell’uomo grazie ai documenti recuperati.

Renato Bassi, settantasei anni.

«È arrivato vivo in ospedale» disse uno. «Le condizioni sono serie, ma per fortuna qualcuno ha chiamato in fretta.»

Qualcuno.

Guardai il cane.

«Il merito è suo.»

L’agente sorrise senza scherzare.

«Capita più spesso di quanto si pensi.»

«Che succede adesso al cane?»

«Possiamo chiamare il servizio competente. Lo porteranno in una struttura finché non rintracciamo i familiari.»

Il cane si era seduto vicino alla mia gamba.

«No.»

La parola mi uscì subito.

L’agente mi guardò.

«No?»

«Resto io con lui.»

«Lo conosce?»

«Da mezz’ora.»

L’agente alzò un sopracciglio.

Cesare si mise a ridere.

«Paolo non voleva neanche avvicinarsi.»

«Grazie, Cesare.»

«Figurati.»

L’agente mi spiegò che, se avessero rintracciato un familiare, ci saremmo dovuti organizzare.

Annuii.

Quando se ne andarono rimasi a guardare il cane.

«Bene.»

Lui mi guardò.

«Pare che tu venga a casa mia.»

Nessuna reazione.

«Non entusiasmo esagerato, mi raccomando.»

Cesare mi diede una pacca sulla spalla.

«Portalo da me. Gli do qualcosa.»

Alla bottega il paese cominciava a svegliarsi.

Una signora usciva con il pane.

Un pensionato beveva il primo caffè.

Due uomini discutevano davanti all’edicola, come facevano da trent’anni anche quando non c’era nulla su cui discutere.

Quando videro il cane, partirono le domande.

«Di chi è?»

«Che è successo?»

«È quello di Renato?»

In meno di venti minuti mezza piazza sapeva già tutto.

Questa è una cosa dei paesi che da giovani odiamo.

Non puoi fare niente senza che qualcuno lo sappia.

A vent’anni sogni la città proprio per quello.

Vuoi essere anonimo.

Vuoi che nessuno chieda dove vai.

Con chi sei.

Perché sei tornato tardi.

Poi superi i sessanta e scopri l’altra faccia della medaglia.

Essere anonimi significa anche che, quando cadi, può non esserci nessuno che conosca il tuo nome.

La signora Mirella, che aveva ottant’anni e ancora portava la spesa da sola, si avvicinò al cane.

«Questo è Sole.»

«Come?»

«Si chiama Sole.»

Mi girai.

«Lo conosce?»

«Certo che lo conosco. Renato lo porta al mercato il giovedì.»

Si chinò con fatica.

«Sole, bello della nonna.»

La coda si mosse.

Una volta.

Appena.

Fu il primo gesto di gioia che vidi in lui.

Mirella lo accarezzò.

«La moglie di Renato l’aveva trovato da cucciolo.»

«Davvero?»

«Una decina d’anni fa. Era finito sotto una siepe durante un temporale. La povera Giuliana lo portò a casa dentro il grembiule.»

Mi sedetti sulla sedia fuori dalla bottega.

Mirella continuò.

«Dopo che Giuliana morì, quel cane non si staccò più da Renato.»

Sole appoggiò il muso sulla mia scarpa.

Mirella lo guardò a lungo.

«Gli animali capiscono quando restiamo soli.»

Poi indicò me.

«Anche meglio di noi.»

Feci finta di non aver sentito.


Portai Sole a casa.

La mia casa era troppo ordinata.

Anna la prendeva in giro.

«Sembra che dobbiamo venderla domani.»

Lei invece lasciava sempre qualcosa fuori posto.

Gli occhiali sul tavolo.

Un gomitolo sul divano.

Una tazza nel lavandino.

Per quattro anni avevo cancellato ogni traccia di disordine.

Quasi come se l’ordine potesse impedire alle persone di sparire.

Sole entrò lentamente.

Annusò l’ingresso.

La cucina.

La porta del salotto.

Poi si sdraiò sul tappeto.

Quello era tutto.

Nessuna festa.

Nessun tentativo di impossessarsi del divano.

Sembrava un ospite educato.

Io gli misi dell’acqua.

Cesare mi aveva dato crocchette, una ciotola di plastica e mezzo sacchetto di biscotti per cani.

«Non abituarlo male» aveva detto.

Come se fosse già mio.

Alle undici chiamò mia figlia.

«Papà?»

«Ciao.»

«La zia mi ha detto che hai trovato un uomo per strada.»

In paese, evidentemente, le notizie viaggiavano più veloci dei soccorsi.

«Non l’ho trovato io.»

«Come no?»

Guardai Sole.

«Mi ci ha portato un cane.»

Silenzio.

«Papà, stai bene?»

«Benissimo.»

Le raccontai tutto.

Alla fine Elena sospirò.

«Come sta quell’uomo?»

«Non lo so ancora.»

«E il cane?»

«Qui.»

«Dove?»

«A casa.»

Altro silenzio.

«Tu hai un cane in casa?»

«Temporaneamente.»

«Tu che non volevi nemmeno il vaso che ti avevo regalato perché raccoglieva polvere?»

«Il cane non raccoglie polvere.»

Sole si scosse.

Una piccola nuvola beige si sollevò dal tappeto.

«Diciamo non troppa.»

Elena rise.

Era da tempo che non la sentivo ridere con me.

Non di me.

Con me.

Poi la sua voce cambiò.

«Papà…»

Sapevo cosa arrivava.

«Per domenica…»

Chiusi gli occhi.

Avrei potuto dire che avevo da fare.

Che dovevo occuparmi di Sole.

Che ero stanco.

Che ne avremmo parlato un’altra volta.

Le scuse arrivano sempre veloci quando le hai allenate per anni.

Guardai il cane.

Quella mattina aveva passato chissà quanto tempo in mezzo a una strada per fermare uno sconosciuto.

Io non riuscivo a fare venti minuti di macchina per mio nipote.

«Vengo.»

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