Elena rimase zitta.
«Come?»
«Domenica vengo.»
«A pranzo?»
«No. Domani.»
«Domani?»
«Avevi detto che Luca aveva bisogno di me.»
La voce le si spezzò appena.
«Sì.»
«Allora vengo domani.»
Sentii un piccolo respiro dall’altro capo.
«Va bene.»
Poi aggiunse:
«Grazie, papà.»
Mi fece male.
Perché un padre non dovrebbe sentirsi ringraziare per esserci.
Nel pomeriggio arrivò la notizia.
Renato era stato operato.
Aveva riportato un brutto trauma, ma i medici erano cautamente fiduciosi.
Un malore lo aveva fatto cadere dalla bicicletta.
Il figlio stava rientrando dal nord.
La figlia sarebbe arrivata in serata.
Chi me lo disse?
Non l’ospedale.
Mirella.
Naturalmente.
«Sua figlia ha chiamato la vicina» spiegò come se fosse la cosa più normale del mondo.
Poi aggiunse:
«Gli hanno detto che senza la chiamata tempestiva sarebbe potuta finire molto peggio.»
Guardai Sole.
Dormiva.
«Hai sentito?»
Sollevò un orecchio.
«Hai fatto il tuo dovere.»
Quella frase mi colpì.
Il proprio dovere.
Per la generazione di mio padre quelle parole significavano tutto.
Non si parlava di sentimenti.
Si faceva ciò che andava fatto.
Si lavorava.
Si portavano i soldi a casa.
Si aggiustava il tetto.
Si teneva unita la famiglia.
Almeno fuori.
Poi dentro le case restavano silenzi lunghi decenni.
Rancori mai spiegati.
Padri che non riuscivano a dire «ti voglio bene».
Figli che aspettavano quelle parole anche a cinquant’anni.
Io ero cresciuto così.
Avevo giurato che sarei stato diverso.
E invece il dolore mi aveva riportato nello stesso posto.
Il giorno dopo guidai fino a casa di Elena.
Sole era con me.
«Tu vieni. Magari fai meglio di me.»
Quando Luca aprì la porta, guardò prima me e poi il cane.
«Nonno?»
«Ciao.»
«Hai preso un cane?»
«No.»
«È un cane.»
«Questo lo vedo.»
«Ed è con te.»
«Temporaneamente.»
Sole andò da lui.
Luca si accucciò.
Per la prima volta dopo mesi, disse Elena più tardi, suo figlio sorrise senza che nessuno gli chiedesse di farlo.
Passammo il pomeriggio insieme.
Non gli feci discorsi.
Non gli raccontai quanto fosse dura la vita ai miei tempi.
Non dissi che doveva reagire.
Mi sedetti accanto a lui.
Guardammo Sole dormire.
A un certo punto Luca disse:
«Mamma pensa che io sia triste.»
«Lo sei?»
Fece spallucce.
«Non lo so.»
Avrei voluto rispondere.
Dare una soluzione.
Un uomo della mia generazione pensa spesso che, se non aggiusta qualcosa, non serve.
Poi mi ricordai Renato.
Falegname.
Riparava sedie e porte.
Ma le persone non sono porte.
Così dissi:
«Va bene anche non saperlo.»
Luca mi guardò.
«Davvero?»
«A me sono serviti sessantadue anni per capire metà delle cose che sento.»
Fece un sorriso.
«E l’altra metà?»
«Chiedimelo a ottanta.»
Quella sera cenai da loro.
Una cosa semplice.
Pasta al pomodoro.
Formaggio.
Pane.
Elena aveva ancora il grembiule quando mi trovò in cucina.
«Posso chiederti una cosa?»
«Dimmi.»
«Cos’è cambiato?»
Pensai a dire niente.
Poi guardai Sole.
«Stamattina un cane mi ha obbligato a fermarmi.»
Elena annuì lentamente.
«Forse era ora.»
Quella volta non mi offesi.
Renato restò ricoverato quasi due settimane.
In quei giorni successe una cosa che non avrei saputo immaginare.
Il quartiere adottò Sole.
Non ufficialmente.
Nei paesi non servono firme per certe cose.
Cesare mandava gli avanzi adatti.
Mirella portava vecchie coperte.
Il barbiere, che sosteneva di non sopportare gli animali, teneva una ciotola d’acqua fuori dalla porta.
Una mattina vidi persino il postino fermarsi per accarezzarlo.
«Non dirlo a nessuno» disse.
«La tua reputazione è salva.»
Sole però dormiva da me.
Ogni mattina alle sei e mezzo si alzava.
Mi aspettava alla porta.
E percorrevamo insieme la stessa strada.
Quando arrivavamo al punto della caduta, rallentava sempre.
Annusava l’asfalto.
Guardava verso la curva.
Poi proseguiva.
Io smisi di ascoltare la radio durante quelle passeggiate.
Cominciai invece a guardare.
La signora che annaffiava i gerani.
Il ragazzo che apriva il forno con il padre.
I vecchi seduti presto davanti al circolo.
La luce sulla facciata della chiesa.
Luoghi che avevo visto per tutta la vita e che negli ultimi anni avevo smesso di vedere davvero.
Un sabato mattina incontrai il figlio di Renato.
Si chiamava Marco.
Cinquantaquattro anni.
Occhiaie profonde.
Mi strinse la mano con entrambe le sue.
«Lei è Paolo?»
«Sì.»
Guardò Sole.
Il cane lo riconobbe subito.
La coda cominciò finalmente a muoversi con forza.
Marco si inginocchiò.
Sole gli appoggiò le zampe sulle spalle.
«Ehi, vecchio matto.»
Marco lo abbracciò.
Poi si pulì gli occhi velocemente, quasi con vergogna.
Conoscevo quel gesto.
Gli uomini della nostra generazione hanno imparato a piangere come se stessero commettendo un’infrazione.
«Mio padre si sta riprendendo» disse.
«Sono contento.»
«I medici dicono che dovrà fare riabilitazione. Però parla. Si ricorda tutto.»
Abbassò lo sguardo.
«Ha chiesto del cane appena si è svegliato.»
Sorrisi.
«Immaginavo.»
Marco tirò fuori dalla tasca il fazzoletto blu.
Quello della bicicletta.
«Questo era di mia madre.»
Lo spiegò tra le mani.
«Papà lo teneva sempre legato al manubrio.»
Guardai Sole.
«Ecco perché non voleva lasciarlo.»
Marco annuì.
«Mia madre è morta sette anni fa. Da allora papà non ha più voluto spostarsi dal paese.»
«E voi?»
«Io lavoro lontano. Mia sorella pure.»
Non c’era bisogno di spiegare.
Conoscevo quella storia.
La conoscono migliaia di famiglie.
I figli partono perché devono.
I genitori dicono di essere contenti.
«Andate, fate la vostra vita.»
Poi la casa si fa silenziosa.
La domenica il tavolo appare troppo grande.
I bicchieri restano nell’armadio.
E quando arriva una telefonata, si dice sempre:
«Qui tutto bene.»
Marco guardò verso la strada.
«Continuavo a chiedergli di venire da noi.»
«E lui?»
«Diceva che non voleva fare il vecchio parcheggiato in casa dei figli.»
Sorrisi amaramente.
Era una frase che avrei potuto pronunciare anch’io.
«Testardo.»
«Come un mulo.»
«Vi assomigliate.»
Marco rise.
«Purtroppo.»
Poi si fece serio.
«Posso portare Sole a vedere papà tra qualche giorno. Gli hanno dato il permesso, se resta fuori dalla struttura e papà scende nel cortile.»
«Certo.»
Mi uscì troppo rapidamente.
Sole mi guardò.
Per la prima volta provai una fitta.
Avevo sempre saputo che sarebbe tornato da Renato.
Eppure…
in quelle due settimane qualcosa era cambiato.
La casa non sembrava più pronta per essere venduta.
C’erano peli sul tappeto.
Una coperta fuori posto.
Una ciotola in cucina.
Un guinzaglio appeso vicino alla porta.
Tracce.
Vita.
Anna avrebbe riso di me.
«Vedi?» avrebbe detto. «Alla fine serviva un cane per insegnarti a sporcare casa.»
Renato tornò in paese un mese dopo.
Il giorno del suo rientro sembrò quasi una festa.
Niente manifesti.
Niente discorsi.
Solo persone fuori dalle botteghe.
Mirella con una torta.
Cesare con un vassoio coperto da carta stagnola.
Qualcuno aveva sistemato un vaso di fiori davanti al portone.
Quando l’auto si fermò, Sole cominciò a tremare.
Non abbaiava.
Tremava.
Renato scese lentamente con l’aiuto del figlio.
Era dimagrito.
Camminava con un bastone.
Quando vide il cane, si fermò.
«Sole.»
Una parola.
Bastò.
Il cane partì.
Per la prima volta lo vidi correre nonostante la zampa.
Renato lasciò quasi cadere il bastone.
Sole gli arrivò addosso e si appoggiò a lui.
L’uomo gli mise entrambe le mani sul collo.
«Ma dove sei stato, disgraziato…»
Rise e pianse nello stesso momento.
Nessuno disse niente.
Perché certe scene non hanno bisogno del commento.
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