Le radici.
La riva.
Poi si sedette.
Matteo si mise vicino a lui.
“Non entriamo.”
Riva gli si appoggiò contro.
Rimasero lì cinque minuti.
Non serviva fare di più.
La seconda volta andarono qualche metro più vicino.
La terza Riva mise entrambe le zampe anteriori nell’acqua bassa.
Le ritirò immediatamente.
Scrollò tutto il corpo e schizzò Matteo sui pantaloni.
Matteo scoppiò a ridere.
Laura, da qualche metro di distanza, si portò una mano alla bocca.
Quel suono non cancellava la paura.
Non cancellava il lago.
Non cancellava il giorno dell’incidente.
Aggiungeva soltanto un nuovo ricordo accanto a quello brutto.
E a volte è così che si guarisce.
Non togliendo ciò che è accaduto.
Ma mettendoci vicino qualcosa che faccia un po’ meno male.
Riva non diventò mai un cane da esibire.
La famiglia rifiutò quasi tutte le richieste di apparizioni.
Non volevano che ripetesse il salvataggio.
Non volevano che fosse costretto vicino all’acqua per dimostrare qualcosa.
A casa poteva finalmente essere soltanto un cane.
Rubava i calzini di Stefano.
Russava sotto il tavolo durante il pranzo della domenica.
Aveva paura dell’aspirapolvere.
Compariva misteriosamente in cucina ogni volta che qualcuno apriva il frigorifero.
E, cosa che faceva ridere tutti, il cane che aveva attraversato quasi quaranta metri d’acqua per salvare Matteo beveva sempre con quattro zampe ben piantate sul pavimento.
Sono passati tre anni.
Matteo adesso ha undici anni.
Riva ha qualche pelo bianco attorno alla cicatrice del muso.
Quando piove e fa freddo, la zampa sinistra diventa rigida.
Ma quasi sempre corre senza zoppicare.
Sono difficili da separare.
Riva aspetta Matteo fuori dalla porta del bagno.
Matteo aspetta Riva fuori dalla stanza delle visite veterinarie.
Quando il bambino fa i compiti, il cane dorme sotto la scrivania.
Quando Riva deve prendere una medicina, Matteo controlla l’orologio e mette un segno sul calendario della cucina.
Ogni maggio tornano al lago.
La famiglia prepara panini, una frittata di pasta, acqua e caffè nel thermos.
Teresa del forno manda sempre qualcosa.
“Per il cane,” dice.
Poi prepara il doppio.
Quasi ogni anno si aggiunge qualcuno del quartiere.
Giorgio porta le carte.
Un vicino porta una crostata.
La sorella di Matteo si lamenta perché i grandi parlano sempre delle stesse storie.
E inevitabilmente, dopo pranzo, qualcuno guarda Riva addormentato sotto il tavolo e dice:
“Pensare che questo qui…”
Laura sorride.
“Questo qui adesso lascialo dormire.”
Vicino al punto del salvataggio Matteo ha inventato un piccolo rituale.
Porta con sé un pallone rosso.
Lo stesso colore di quello che era rotolato verso il lago.
Ma invece di lanciarlo verso l’acqua, lo tira nella direzione opposta.
Verso il prato.
Riva corre.
Lo prende.
Lo riporta soltanto a metà strada.
Lo lascia cadere.
E aspetta che Matteo faccia il resto.
La gente continua a chiamarlo eroe.
Forse lo è.
Ma quella parola rischia di far sembrare Riva qualcosa di diverso da ciò che era davvero.
Non era un cane addestrato.
Non aveva una casa.
Non aveva mangiato abbastanza.
Aveva paura delle persone.
Non sapeva se qualcuno lo avrebbe aiutato dopo.
Quando vide Matteo scomparire nell’acqua, non conosceva il suo nome.
Non sapeva chi fossero i suoi genitori.
Non sapeva che quella famiglia avrebbe passato settimane a cercarlo.
Vide soltanto qualcuno in difficoltà.
E fece quello che poteva.
Poi, quando arrivarono sirene, mani, voci e confusione, scappò.
Tornò nell’unico posto che conosceva.
Un deposito pieno di rifiuti.
Per molto tempo Stefano disse di averlo adottato perché aveva un debito con lui.
Matteo, crescendo, cominciò a correggerlo.
“Non era un debito.”
Stefano sorrideva.
“No?”
“No. Se non mi avesse salvato, avrebbe meritato comunque una casa.”
Quella frase mise fine alla discussione.
Perché era vero.
Riva meritava sicurezza anche prima di diventare famoso per cinque minuti.
Meritava cure quando nessuno conosceva la sua storia.
Meritava cibo prima di compiere qualcosa di straordinario.
Meritava una porta aperta prima che qualcuno potesse chiamarlo eroe.
Fu il suo coraggio a farlo notare.
Ma non fu il coraggio a renderlo degno di essere salvato.
L’ultima volta che li vidi al lago, Matteo era inginocchiato accanto a lui.
Il pranzo della domenica era quasi finito.
Da lontano arrivavano le voci della famiglia.
Qualcuno gridava che il caffè era pronto.
Qualcuno litigava scherzosamente per l’ultima fetta di crostata.
Riva fissava l’acqua.
Matteo allungò una mano e gli accarezzò piano l’orecchio piegato.
Quello stesso orecchio che aveva ricordato dal fondo del lago.
Il cane chiuse gli occhi.
Tre anni prima, quando Matteo non poteva più tornare indietro da solo, Riva era andato a prenderlo.
Settimane dopo, quando Riva era sparito dietro una montagna di rifiuti e sembrava non appartenere a nessuno, Matteo e un intero quartiere erano tornati a cercare lui.
Il bambino era tornato per il cane.
Ma il cane, quel giorno nel lago, era già tornato per il bambino.





