«Sono stanco di dover dimostrare che non sono uno schifo solo perché non ho soldi.»
Annuii.
«Lo so.»
Non so perché mi ascoltò.
Ma si sedette.
Forse perché aveva bisogno di qualcuno che dicesse soltanto quelle due parole.
Lo so.
Non “coraggio”.
Non “andrà tutto bene”.
Non “c’è chi sta peggio”.
Lo so.
A volte basta.
Passarono alcuni minuti.
Poi la porta del retro si aprì.
Uscì il veterinario.
Il dottor Rinaldi.
Lo conoscevo da quando Barnaba era un cucciolo.
Un tempo la clinica era sua.
Un piccolo ambulatorio dove sua moglie rispondeva al telefono e lui accettava in pagamento perfino cassette di olio e prosciutti.
Poi aveva venduto a un grande gruppo privato.
Diceva che era stanco della burocrazia.
Da allora portava lo stesso camice, ma sembrava un uomo diverso.
Più curvo.
Più stanco.
«Luca?»
Il ragazzo scattò in piedi.
«Bruno?»
Il veterinario si tolse gli occhiali.
Quando un medico si toglie gli occhiali prima di parlare, non promette mai niente di buono.
«La ferita è più profonda di quanto sembrasse.»
Luca impallidì.
«Che significa?»
«La rete ha lesionato anche la parete addominale. Dobbiamo operare.»
«Fatelo.»
Il dottor Rinaldi esitò.
«L’intervento cambia la stima.»
«Quanto?»
«Circa duemilaottocento euro.»
Luca non disse nulla.
Il veterinario continuò.
«Per un intervento di questo tipo il sistema richiede un anticipo maggiore.»
«Ma avete già ottocento euro.»
«Lo so.»
«Quanto manca?»
La receptionist controllò.
«Circa milletrecento.»
Luca si appoggiò al bancone.
«Non li ho.»
Il dottor Rinaldi abbassò la testa.
«Mi dispiace.»
«Allora fatelo lo stesso e venerdì…»
«Luca, non dipende da me.»
«Lei è il veterinario.»
«Non sono più il proprietario.»
«Ma il cane è lì dentro!»
«Lo so.»
«E allora faccia qualcosa!»
La voce del ragazzo rimbombò.
Barnaba sollevò la testa.
Il dottore sembrava più vecchio di dieci anni.
«Il sistema blocca l’autorizzazione dei farmaci e dell’intervento se il deposito non risulta registrato.»
«Sistema?»
Luca rise.
Era una risata disperata.
«Bruno sta male e voi parlate di un sistema?»
«Se aggiro certe procedure rischio il posto.»
«E io rischio il cane!»
Nessuno respirava.
Poi sentii un piccolo suono.
Quasi un colpo di tosse.
Era l’uomo elegante.
Non rideva apertamente.
Ma aveva quell’espressione di chi pensa: ecco, ve l’avevo detto.
Qualcosa dentro di me si ruppe.
Mi alzai.
Le ginocchia protestarono.
«Dottore.»
Rinaldi mi guardò.
«Arturo…»
«Quando Barnaba aveva sei mesi, si prese una brutta infezione.»
Lui annuì.
«Me lo ricordo.»
«Io e Teresa non avevamo una lira.»
Sorrise appena.
«Mi pagasti con due damigiane di vino di tuo cognato.»
«E un prosciutto.»
«Il prosciutto era terribile.»
«Era di mio cognato, infatti.»
Per un secondo qualcuno sorrise.
Poi tornai serio.
«Perché allora potevi farlo e oggi no?»
Rinaldi guardò il computer.
«Perché allora decidevo io.»
Quella frase mi rimase dentro.
Decidevo io.
Luca si lasciò cadere sulla sedia.
Si prese il viso tra le mani.
Io guardai la mia mano sinistra.
L’anello era ancora lì.
Oro giallo.
Spesso.
Fuori moda.
Teresa me l’aveva messo al dito nel 1979.
Avevamo festeggiato il matrimonio in una trattoria di campagna.
Quarantadue invitati.
Pasta al forno.
Arrosto con patate.
Bomboniere fatte da sua sorella.
Una torta che rischiò di cadere perché il tavolo traballava.
Eravamo poveri.
Ma quel giorno ci sembrava di possedere il mondo.
Non avevo mai tolto quell’anello.
Nemmeno quando guidavo il taxi d’estate e le dita si gonfiavano.
Nemmeno quando avevo fatto l’operazione all’anca.
Nemmeno quando Teresa morì.
Soprattutto allora.
Quell’anello era l’unica cosa che continuavo a toccare senza rendermi conto di farlo.
Ogni volta che mi mancava.
Ogni volta che parlavo di lei.
Ogni volta che tornavo nella casa vuota.
Me lo giravo intorno al dito.
Come se dall’altra parte ci fosse ancora la sua mano.
Cominciai a tirarlo.
«Arturo.»
La voce di Rinaldi cambiò.
«Che fai?»
«Niente.»
L’anello non si muoveva.
Avevo le nocche gonfie per l’artrosi.
Sputai sul dito.
Luca mi guardava.
«Signore…»
Tirai più forte.
Fece male.
Meglio.
Certe cose devono fare male.
Finalmente l’anello passò sopra la nocca.
Rimase sul palmo.
Guardai il segno chiaro lasciato sulla pelle.
Quarantasette anni.
Una striscia pallida.
Appoggiai l’anello sul bancone.
Il rumore fu piccolo.
Ma in quella sala sembrò enorme.
«Arturo, no», disse Rinaldi.
«È oro.»
«Lo so.»
«Oro vero.»
«Lo so.»
«Teresa comprava poche cose, ma le comprava buone.»
Il veterinario mi fissava.
«Prendetelo come garanzia.»
Luca balzò in piedi.
«No.»
«Siediti.»
«No, questo no.»
«Luca.»
«È la sua fede!»
«Lo vedo.»
«Sua moglie…»
Mi si chiuse la gola.
«Mia moglie adorava gli animali.»
«Ma…»
«Ascoltami.»
Presi l’anello e lo spinsi verso il veterinario.
«Teresa mi avrebbe preso a schiaffi se fossi tornato a casa con questo al dito dopo aver lasciato morire un cane per milletrecento euro.»
Rinaldi aveva gli occhi lucidi.
«Non so se il sistema accetta…»
«Tu hai appena detto che prima decidevi tu.»
«Prima.»
«Allora per cinque minuti torna quello di prima.»
Nessuno disse nulla.
Rinaldi guardò il computer.
Poi guardò Luca.
Poi la porta della sala operatoria.
Infine prese l’anello.
Digitò qualcosa.
La receptionist lo fissò.
«Dottore…»
«Autorizzazione straordinaria del responsabile sanitario.»
«Ma…»
«Scrivilo.»
Lei annuì.
Le dita correvano sulla tastiera.
Rinaldi mise l’anello in una piccola busta.
La chiuse.
Se la infilò nella tasca interna del camice.
«Questo non va nella cassa.»
Mi guardò.
«Lo tengo io.»
Poi si voltò.
«Preparate la sala. Operiamo.»
Luca cominciò a piangere.
Non come piangono nei film.
Niente scene.
Solo lacrime che scendevano mentre cercava disperatamente di non farle vedere.
Mi prese il braccio.
«Io glieli ridò.»
«Non devi ridarmi niente oggi.»
«Lavoro il sabato. La domenica. Faccio qualsiasi cosa.»
«Prenditi cura del cane.»
«Non basta.»
«Allora un giorno fai lo stesso.»
«Cosa?»
«Quando avrai i capelli bianchi e vedrai un ragazzo che sta affondando, non chiedergli prima se se lo merita.»
Luca abbassò la testa.
«Gli tendi una mano.»
La signora con gli occhiali si alzò.
Pensavo volesse andarsene.
Invece aprì la borsa.
Prese cinquanta euro.
Li mise sul bancone.
«Per le spese di Bruno.»
Luca la guardò.
«Non serve.»
«Lo so.»
La donna si tolse gli occhiali.
Aveva gli occhi rossi.
«Ho parlato troppo.»
Pausa.
«Mia figlia ha perso il lavoro l’anno scorso. Per sei mesi le abbiamo pagato il mutuo.»
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