Deglutì.
«Se qualcuno mi avesse detto che non meritava casa perché non poteva pagarla… gli avrei tolto gli occhi.»
Fece un mezzo sorriso amaro.
«A volte siamo molto bravi a capire le difficoltà solo quando capitano nella nostra famiglia.»
Una coppia seduta vicino alla finestra si guardò.
L’uomo tirò fuori venti euro.
La moglie altri trenta.
«Metteteli lì.»
La receptionist li raccolse.
Poi arrivarono dieci euro.
Poi altri venti.
Poi cinque.
Nessuno faceva grandi gesti.
Erano persone normali.
Pensionati.
Una madre con il gatto nel trasportino.
Un uomo con una giacca da lavoro.
Una signora che probabilmente aveva contato anche lei le spese prima di uscire di casa.
In pochi minuti sul bancone c’erano centottanta euro.
Non abbastanza per cambiare il mondo.
Abbastanza per cambiare quella stanza.
L’uomo elegante era l’unico rimasto immobile.
Guardava il tablet.
Lo schermo era spento.
Alla fine si alzò.
Per un attimo pensai avrebbe partecipato.
Mise la mano nella tasca.
Poi la tirò fuori vuota.
«Ho una riunione.»
Nessuno disse niente.
Prese il guinzaglio del suo cane.
Si diresse verso l’uscita.
Prima di aprire la porta, si fermò.
Guardò Luca.
«Spero che il cane si riprenda.»
Non era un miracolo.
Non era una conversione.
Ma nemmeno prima avrebbe detto quella frase.
Luca annuì.
«Grazie.»
L’uomo uscì.
La porta si richiuse.
Per quasi un’ora nessuno parlò molto.
Eravamo diventati una piccola comunità senza volerlo.
La signora degli occhiali si chiamava Paola.
La coppia vicino alla finestra erano Franco e Mirella.
La receptionist si chiamava Chiara.
Luca ci raccontò di Bruno.
Lo aveva trovato due anni prima vicino a un cassonetto, magro e pieno di paura.
«Dormiva sotto la mia Panda.»
«E tu cosa hai fatto?» chiese Mirella.
«Per tre giorni gli lasciavo del cibo.»
«Poi?»
«Il quarto giorno è salito da solo.»
Io sorrisi.
«Ha scelto bene.»
«Non sempre», disse Luca.
Indicò se stesso.
Qualcuno rise.
Persino lui.
Alle sette meno dieci uscì finalmente Rinaldi.
Aveva la mascherina abbassata sotto il mento.
Sembrava esausto.
Luca si alzò così velocemente da urtare la sedia.
«Dottore?»
Rinaldi annuì.
«Ce l’ha fatta.»
Luca chiuse gli occhi.
«La lesione era brutta, ma siamo intervenuti in tempo.»
«Posso vederlo?»
«Tra poco.»
Luca si sedette.
Poi si piegò in avanti e scoppiò a piangere davvero.
Paola gli mise una mano sulla spalla.
Questa volta lui non si ritrasse.
Rinaldi venne verso di me.
Tirò fuori la busta con l’anello.
«Prendilo.»
Scossi la testa.
«C’era un accordo.»
«L’intervento è stato autorizzato.»
«E il conto?»
«Ne parleremo.»
«Dottore.»
«Arturo.»
Me lo mise nel palmo.
«Questa clinica appartiene a un gruppo. Ma io sono ancora un veterinario.»
Chiusi le dita sull’anello.
«Ti metterai nei guai.»
«Probabile.»
«E allora?»
Rinaldi sospirò.
«Sono cinquantotto anni che cerco di capire quando ho iniziato ad avere così tanta paura di perdere un lavoro che non riconoscevo più il motivo per cui lo facevo.»
Guardò il corridoio.
«Forse oggi me l’hai ricordato.»
Rimisi l’anello.
Faticò a passare.
Quando tornò al suo posto provai una sensazione difficile da spiegare.
Come se Teresa fosse rientrata nella stanza per un secondo.
«La puntura di Barnaba?» chiesi.
Chiara sorrise.
«Già fatta.»
«Quanto devo?»
«Niente.»
«Non cominciamo.»
«Ordine del dottore.»
«Rinaldi.»
Lui alzò le mani.
«Non discutere con il responsabile sanitario.»
«Per quarant’anni ho discusso con passeggeri ubriachi alle tre del mattino. Posso discutere con te.»
«Domani.»
Barnaba si alzò con fatica.
Luca mi raggiunse vicino alla porta.
«Arturo.»
Era la prima volta che mi chiamava per nome.
«Dimmi.»
«La busta sul pavimento.»
«Quale busta?»
Mi guardò.
Sorrise.
«Quella che mi era caduta.»
«Ah. Quella.»
«Non me lo dimenticherò.»
«Spero di sì.»
Sembrò sorpreso.
«Come?»
«Dimenticati di me.»
Indicai la stanza.
Paola.
Franco.
Mirella.
Chiara.
Rinaldi.
«Ricordati di questo.»
Aprii la porta.
Fuori pioveva ancora.
Barnaba mi seguì lentamente.
La macchina era parcheggiata in fondo.
Quando salii, vidi le gomme e mi tornò in mente tutto.
Gli ottocento euro.
Il gommista.
L’inverno.
La pensione.
La realtà ha questa brutta abitudine.
Aspetta che finisca il momento emozionante.
Poi presenta il conto.
Misi in moto.
I tergicristalli spalmarono l’acqua sul vetro invece di pulirla.
«Piano», dissi a Barnaba.
«Stasera piano.»
Percorsi la provinciale a quaranta all’ora.
A una curva sentii il retrotreno alleggerirsi per un istante.
Le gomme persero aderenza.
Mi si gelò il sangue.
Lasciai l’acceleratore.
Tenni il volante dritto.
La macchina riprese presa.
Barnaba continuava a dormire.
Io invece avevo il cuore in gola.
«Bel gesto, Arturo.»
Parlavo da solo.
«Proprio un bel gesto.»
Sorrisi amaramente.
«Adesso se finiamo nel fosso Teresa viene giù personalmente a prendermi a calci.»
Arrivai a casa quasi mezz’ora più tardi del solito.
Parcheggiai sotto la tettoia.
Spensi il motore.
La casa davanti a me era buia.
Da quando Teresa era morta, tornare a casa era sempre la parte peggiore della giornata.
Una volta vedevo la luce della cucina.
Sentivo la televisione.
Trovavo una pentola sul fuoco.
«Ti sei lavato le mani?»
«Dove sei stato?»
«Hai comprato il pane?»
Piccole cose.
Quando spariscono, capisci che erano la vita intera.
Quella sera, però, il buio faceva meno paura.
Barnaba mi leccò la mano.
Proprio sopra l’anello.
«Sì.»
Gli grattai la testa.
«Siamo due cretini.»
Entrammo.
Riscaldai la minestra del giorno prima.
Misi un po’ di parmigiano sopra.
Diedi a Barnaba le sue crocchette con mezzo cucchiaio di umido, perché ormai senza quello faceva lo sciopero della fame.
Mangiai in silenzio.
Sul frigorifero c’era ancora una fotografia di Teresa al mare.
Aveva sessantadue anni.
Rideva.
Cappello di paglia.
Occhiali troppo grandi.
La guardai.
«Gli ho dato i soldi delle gomme.»
Naturalmente non rispose.
«Ottocento.»
Silenzio.
«Non cominciare.»
Guardai Barnaba.
«Secondo me avrebbe fatto lo stesso.»
Lui continuò a mangiare.
«Tu sei di parte.»
Tre giorni dopo qualcuno suonò alla porta.
Erano le otto e venti del mattino.
Aprii in pigiama.
Luca era davanti a me.
Aveva un sacchetto di carta in una mano e un mazzo di fiori nell’altra.
«Che fai qui?»
«Ho portato le brioche.»
«Sono diabetico.»
«Davvero?»
«No.»
Rise.
Dietro di lui c’era una piccola utilitaria.
Sul sedile posteriore, con una fasciatura sul fianco, c’era Bruno.
Appena mi vide cominciò a muovere la coda.
«Il dottore ha detto che posso portarlo a casa.»
Barnaba comparve dietro di me.
I due cani si guardarono.
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