La cagna uscì dal fango col sesto cucciolo tra i denti, poi si voltò verso l’acqua: nessuno capì subito perché volesse tornare indietro
Le zampe le tremavano così forte che sembravano sul punto di spezzarsi.
Non era debolezza.
Era sfinimento.
La cagna, bianca e miele, uscì dall’acqua marrone trascinandosi sulla riva fangosa della provinciale. Aveva un cucciolo minuscolo stretto delicatamente tra i denti e il corpo ridotto a pelle, ossa e fango.
Fece tre passi.
Depose il piccolo accanto a una balla di fieno zuppa.
Poi lo toccò con il naso.
Una volta.
Come fanno certe madri quando hanno bisogno di convincersi che il figlio respiri davvero.
Io mi chiamo Bruno Malaguti. Quel giorno avevo cinquantasette anni, una barba ormai più grigia che nera, la testa rasata e due braccia tatuate che spesso facevano cambiare marciapiede alla gente.
Andavo in moto da quando avevo vent’anni.
Erano gli anni in cui per telefonare a casa cercavi un gettone, la domenica si mangiavano le tagliatelle dalla nonna e quando partivi con gli amici tua madre ti urlava dal balcone di metterti almeno una giacca.
Da giovane pensavo che diventare adulto significasse smettere di aver paura.
A cinquantasette avevo capito il contrario.
Significava avere paura e andare avanti lo stesso.
Quella mattina io e altri amici del nostro gruppo di motociclisti stavamo tornando da una consegna di generi di prima necessità in alcuni paesi dell’Appennino romagnolo colpiti dall’alluvione.
Portavamo coperte, acqua, cibo, medicinali, mangime per animali.
Niente di eroico.
Quando hai cinquant’anni passati, cominci a capire che il mondo si tiene in piedi soprattutto grazie a persone normali che fanno piccole cose senza aspettare fotografie.
Fu Carla a vedere la cagna.
Cinquantadue anni, capelli corti argentati, mani tatuate e una voce capace di mettere in riga cinque uomini adulti.
Alzò il pugno.
Ci fermammo.
All’inizio pensai fosse una volpe.
Poi vidi i cuccioli.
Cinque.
Erano ammucchiati sopra un vecchio sacco di mangime, vicini come palline di lana bagnata.
Uno marrone col mento bianco.
Uno color crema.
Uno pezzato.
Una femminuccia così piccola che sarebbe entrata nelle mani di mia madre quando preparava gli gnocchi.
Uno quasi nero con una zampina chiara.
Vivi.
Tutti vivi.
Carla li contò sottovoce.
«Cinque.»
La cagna ne aveva appena portato un altro?
No.
Quello che aveva in bocca era il quinto.
Lo capimmo un momento dopo.
Dall’altra parte dell’acqua arrivò un guaito.
Debole.
Lontano.
Quasi coperto dal rumore della corrente.
Vicino a una rimessa mezza sommersa galleggiavano tavole, secchi e pezzi di recinzione.
La cagna alzò la testa.
Le orecchie si tesero.
E io vidi qualcosa cambiare nei suoi occhi.
Un attimo prima era un animale finito.
Un attimo dopo era una madre.
«No.»
Mi uscì di bocca senza pensarci.
Lei fece un passo verso l’acqua.
Le zampe anteriori cedettero.
Cadde col petto nel fango.
Si rialzò.
«Non ci provare, bella mia.»
Ma lei non ascoltava me.
Ascoltava quel guaito.
Dietro di me Sandro, sessant’anni e centodieci chili di bontà nascosti sotto una giacca di pelle, correva già verso le corde che tenevamo sulle moto.
Davide prendeva le coperte.
Carla chiamava i soccorsi.
La cagna entrò nuovamente nell’acqua.
La corrente la prese di lato.
Per un istante scomparve quasi completamente.
Riemerse.
Continuò.
«Sta tornando per un altro», disse Carla.
Aveva la voce rotta.
Mi tolsi gli stivali.
Sandro mi afferrò per un braccio.
«Bruno, non fare il cretino.»
«Sei arrivato tardi per dirmelo.»
«La corrente tira.»
Guardai quella bestiola.
Ogni colpo di zampa era più lento del precedente.
«Peggio sarebbe guardarla morire da sola.»
Legammo la corda intorno alla mia vita.
Entrai.
L’acqua era gelida.
Mi colpì alle gambe, poi alla pancia, poi al petto.
A cinquantasette anni scopri in fretta che tutti i racconti da bar sulla forza fisica valgono poco contro una corrente piena di fango.
Sandro gridò:
«La corda è tesa!»
La cagna raggiunse le tavole accanto alla rimessa.
Si arrampicò con le zampe anteriori.
Poi la vidi chinare la testa.
Quando si voltò, aveva un cucciolo tra i denti.
Il sesto.
Per un secondo pensai che ce l’avrebbe fatta.
Poi arrivò un’ondata.
La colpì sul fianco.
La sua testa scese.
Il cucciolo rimase fuori dall’acqua.
Lei no.
Fece ancora due movimenti.
Poi quasi smise di nuotare.
Fu allora che mi lanciai verso di lei.
Le passai un braccio sotto il petto.
Con l’altra mano sostenni il cucciolo senza strapparglielo dalla bocca.
La cagna ebbe un sussulto.
Provò ad allontanarsi.
Quella reazione mi fece più male dell’acqua fredda.
Anche mentre stava affogando, una parte di lei pensava ancora che stare lontana da un uomo potesse essere più sicuro.
Era magra in modo impressionante.
Costole fuori.
Fianchi scavati.
Zampe coperte di croste e fango.
«Piano, mamma.»
Non so perché la chiamai così.
Forse perché in quel momento non vedevo più un cane.
Vedevo tutte quelle donne della mia infanzia che mangiavano per ultime perché prima dovevano servire figli, marito e nonni.
Vedevo mia madre dire di non avere fame quando sapevo benissimo che aveva lasciato la fetta più grande a noi.
Vedevo una generazione intera convinta che amare qualcuno significasse resistere fino all’ultima briciola di forza.
La cagna mi guardò.
Aveva gli occhi quasi chiusi.
Il cucciolo ancora stretto tra i denti.
«Li hai portati tu fin qui», le dissi. «Adesso lascia fare qualcosa anche a noi.»
Mi girai verso la riva.
«Tirate!»
La corda si tese.
Sandro e Davide cominciarono a recuperarci.
L’acqua mi schiaffeggiava il viso.
Una volta persi l’appoggio.
La parte posteriore della cagna andò sotto.
Emise un lamento basso senza lasciare il piccolo.
«Ci siamo.»
Non so se stessi parlando a lei o a me stesso.
Quando le sue zampe toccarono il fango della riva, Davide allungò le mani verso il cucciolo.
La cagna non lo mollò.
Guardò intorno.
Cercava gli altri.
Carla li portò più vicino.
Solo allora la madre aprì lentamente la bocca.
Il sesto cucciolo cadde sopra una coperta.
Lei lo annusò.
Poi cominciò a contarli.
Ovviamente non come li contiamo noi.
Li toccò con il muso.
Uno.
Quello marrone.
Due.
Quello crema.
Tre.
Il nero.
Quattro.
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