Ogni giorno la riportavo da loro.
La mia casa all’inizio la spaventava.
Il rumore del rubinetto.
La ciotola piena d’acqua.
La pioggia che cadeva dalla grondaia.
Il bagno.
Perfino il secchio per lavare il pavimento.
Avevo comprato tre cucce.
Non ne usò nessuna.
Dormiva accanto ai miei stivali.
Ci misi qualche giorno a capirlo.
Se dormiva vicino alle scarpe, sapeva che non sarei potuto uscire senza che lei se ne accorgesse.
La prima notte di pioggia iniziò a camminare avanti e indietro.
Porta.
Finestra.
Corridoio.
Porta.
Mi sedetti sul pavimento.
«Non devo andare da nessuna parte.»
Salice si fermò.
«Nemmeno tu.»
Le porsi una mano.
Lei infilò lentamente la testa sotto il mio palmo.
Quella notte dormì appoggiata alla mia gamba.
Quando arrivò il momento delle adozioni, scoprimmo qualcosa che ancora oggi mi fa sorridere.
Nessuno dei piccoli sarebbe finito lontano.
Carla prese Sole.
Sandro prese Fango.
Davide e sua moglie si innamorarono di Macchia.
Teresa volle Lilla.
Un’agente che aveva seguito il recupero chiese di Pepe.
Rimaneva Speranza.
Speranza dormiva tra le mie braccia.
Salice aveva una zampa appoggiata sul mio stivale.
Carla mi guardò.
«Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Lo vedo dalla faccia.»
«Che faccia?»
«Quella dell’uomo che sta per tenersi due cani e farà finta che sia successo per caso.»
Aveva ragione.
Salice e Speranza rimasero con me.
Il giorno delle adozioni ci ritrovammo tutti nel cortile.
Sembrava un pranzo della domenica senza lasagne.
Ognuno prendeva in braccio un cucciolo.
Ognuno dava consigli non richiesti.
Ognuno prometteva di tornare.
Salice passò davanti a ogni persona.
Annusò Sole.
Fango.
Macchia.
Lilla.
Pepe.
Poi venne da me.
Annusò Speranza.
Infine appoggiò il fianco contro la mia gamba.
Non so se fosse approvazione.
So che era fiducia.
E la fiducia, quando è stata tradita abbastanza volte, pesa più di qualunque firma.
Da quel giorno stabilimmo una regola.
Almeno una volta ogni due settimane i sei fratelli si sarebbero rivisti.
Carla chiamava quegli incontri “le riunioni del branco”.
Io li chiamavo caos.
Il mio cortile diventava un disastro.
Sei cuccioli correvano ovunque.
Sandro portava salame per noi e biscotti per loro.
Teresa gridava che nessuno doveva dare salame ai cani.
Carla portava torte.
Qualcuno preparava il caffè.
I vicini cominciarono a partecipare.
La signora Mirella del civico accanto arrivava con vecchie coperte.
Il pensionato del fondo della strada aggiustò gratuitamente il cancelletto.
Un ragazzo del paese costruì una piccola tettoia.
Il fornaio ci lasciava sacchi di pane avanzato per le raccolte destinate alle famiglie colpite dall’alluvione.
Perfino persone che non si erano mai salutate iniziarono a fermarsi.
Tutto per una cagna.
Una cagna che nessuno aveva voluto portare via.
Era questo che mi colpiva.
Il quartiere moderno in cui vivevamo sembrava ormai fatto di cancelli elettrici, cellulari e gente che abbassava gli occhi per non doversi fermare.
Quando ero bambino, invece, se una nonna stendeva le lenzuola e iniziava a piovere, tre vicine uscivano sul balcone a salvarle.
Se qualcuno moriva, il giorno dopo metà strada aveva preparato qualcosa da mangiare.
Se un bambino combinava un guaio, lo sapeva tua madre prima ancora che tu tornassi a casa.
Non era tutto migliore.
C’erano pettegolezzi.
Giudizi.
Porte chiuse.
Ma esisteva ancora quella strana certezza che il problema di chi abitava accanto potesse diventare, almeno per un pomeriggio, anche il tuo.
Salice riportò quella sensazione nel nostro cortile.
Senza sapere cosa stesse facendo.
Qualche mese dopo Carla arrivò con una piccola piscina di plastica per cani.
«No.»
«Bruno…»
«Assolutamente no.»
Salice la vide e si bloccò.
Carla alzò subito le mani.
«Vuota. Oggi resta vuota.»
La riempimmo soltanto di palline e giochi.
I cuccioli saltavano dentro e fuori.
Salice li osservava da lontano.
Non tremava.
Era già qualcosa.
Un mese dopo mettemmo appena due dita d’acqua.
Salice non si avvicinò.
Nessuno insistette.
Non volevamo insegnarle a dimenticare l’alluvione.
Volevamo insegnarle che l’acqua non aveva il diritto di possedere ogni suo ricordo.
Ci volle quasi un anno.
Una domenica pomeriggio eravamo tutti in cortile.
Sole correva dietro a Fango.
Pepe cercava di rubare una ciabatta.
Macchia scavava dove avevo appena sistemato l’erba.
Speranza era dentro la piscina con l’acqua alle zampe.
Salice camminava intorno.
Una volta.
Due.
Tre.
Noi facevamo finta di niente.
A un certo punto Speranza uscì e si scrollò davanti alla madre.
Salice annusò il suo muso bagnato.
Poi guardò l’acqua.
Fece un passo.
Carla, seduta vicino a me, sussurrò:
«Non respirare.»
Salice avvicinò una zampa.
La sollevò.
La mise nell’acqua.
Un centimetro.
Niente corrente.
Niente fango.
Nessun cucciolo che piangeva dall’altra parte.
Solo acqua limpida, ferma.
Una scelta.
Salice rimase così per parecchi secondi.
Poi mise dentro anche l’altra zampa.
Sandro si tolse gli occhiali scuri e si girò dall’altra parte.
Speranza saltò nella piscina.
Salice ebbe un sussulto.
Ma non fuggì.
Entrò.
Quattro zampe.
L’acqua arrivava appena alle caviglie.
Guardò in basso.
Poi fece un piccolo movimento con una zampa.
Uno spruzzo.
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