Una cagna stremata salvò sei cuccioli dall’alluvione, ma ciò che fece dopo lasciò tutti senza parole

Il pezzato.

Cinque.

La piccolissima.

Sei.

L’ultimo recuperato dalla rimessa.

Li annusò ancora.

Più lentamente.

Poi crollò.

Fu in quel momento che Carla disse:

«Questa non è una cagna. Questa è un salice.»

La guardai.

«Che vuoi dire?»

«Si è piegata sei volte senza spezzarsi.»

E così la chiamammo Salice.

I soccorritori arrivarono poco dopo con una volontaria addetta al recupero degli animali e un mezzo attrezzato.

Salice era sdraiata su un fianco.

Respirava velocissimo.

Ogni volta che un cucciolo guaiva, cercava di sollevare la testa.

La veterinaria che ci raggiunse direttamente dalla zona vicina la visitò in fretta.

«È disidratata. Denutrita. Stremata. I piccoli sono freddi ma reagiscono.»

Quando cercarono di prendere il primo cucciolo, Salice ringhiò.

Un ringhio debole.

Ma chiarissimo.

Mi abbassai accanto a lei.

«Li portiamo al caldo.»

Mi guardò.

Toccai il cucciolo.

Poi la coperta.

Non so quanto capì.

Forse niente.

Forse tutto quello che serviva.

Lasciò fare.

Uno dopo l’altro, i piccoli furono sistemati nella cassa riscaldata.

A ogni cucciolo spostato, lei alzava la testa.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Solo quando ebbe visto tutti e sei insieme accettò di essere sollevata.

Andai dietro al mezzo di soccorso con la moto.

Avevo ancora i vestiti zuppi.

Le mani mi tremavano sul manubrio.

Pensavo che l’adrenalina sarebbe passata.

Non passava.

Forse perché non era adrenalina.

Era qualcosa di più vecchio.

Qualcosa che conoscono bene le persone della mia età.

Quella sensazione che arriva quando una scena davanti a te apre improvvisamente una porta su tutto ciò che hai perso, ignorato o rimandato nella vita.

Salice finì in una piccola clinica veterinaria della zona.

I sei cuccioli furono riscaldati e alimentati.

Lei ricevette liquidi, farmaci, cibo in quantità controllate.

Quando la veterinaria uscì dalla stanza, noi sei motociclisti occupavamo le sedie della sala d’attesa come alunni colti a copiare.

«Sono vivi tutti.»

Carla si coprì il viso.

Sandro guardò il pavimento.

Io chiusi gli occhi.

«La madre però è arrivata al limite», continuò la dottoressa. «Se fosse tornata in acqua ancora una volta, probabilmente non sarebbe uscita.»

Pensai a come si era voltata verso il guaito senza esitazione.

«Ci sarebbe tornata lo stesso.»

La veterinaria annuì.

«Sì.»

Il giorno dopo scoprimmo da dove veniva.

Una casetta malmessa poco sopra il torrente.

Persiane rotte.

Una tettoia piegata.

Sul retro, una cuccia improvvisata con assi e lamiera.

Una ciotola ammaccata.

Un sacco di crocchette vuoto.

Una coperta sporca.

Un anziano che abitava poco distante raccontò che gli occupanti erano partiti prima che la situazione peggiorasse.

Avevano caricato alcune cose in macchina.

La cagna era rimasta.

L’uomo abbassò lo sguardo.

«Avevo chiesto se la portavano.»

«E loro?»

«Mi dissero che i cani se la cavano.»

Sandro strinse la mascella.

Io non dissi nulla.

A cinquantasette anni impari anche questo: ci sono frasi tanto stupide che rispondere serve soltanto a sporcarle di altre parole.

Le autorità fecero quello che dovevano fare.

Segnalazioni.

Controlli.

Accertamenti.

Noi tornammo da Salice.

Era distesa nella cuccia della clinica con sei corpicini attaccati alla pancia.

Appena entrai, sollevò le orecchie.

La coda batté una volta sulla coperta.

Mi sedetti a terra.

«Li hai già contati stamattina?»

La veterinaria sorrise.

«Ogni dieci minuti.»

Quando uno si spostava, Salice lo seguiva con gli occhi.

Quando uno piangeva, controllava anche gli altri cinque.

Aveva vissuto abbastanza paura da non fidarsi più della tranquillità.

Quella sera tornai a casa.

Vivevo solo da anni.

Casa piccola.

Cortile recintato.

Una veranda.

Una stanza piena di scatoloni con materiale che raccoglievamo per chi aveva bisogno.

Avevo sempre chiamato quella vita “libertà”.

Quella sera la parola mi sembrò improvvisamente molto simile a “silenzio”.

Guardai il pavimento della cucina.

C’era spazio per una cuccia.

Accanto alla porta ce n’era per un’altra.

Sul terrazzo avrei potuto mettere un cancelletto.

«Non cominciare, Bruno.»

Lo dissi ad alta voce.

Il telefono vibrò.

Carla aveva mandato una fotografia.

Salice dormiva con il mento appoggiato sopra tutti e sei i cuccioli.

Sotto aveva scritto:

“Non li controlla da otto minuti. Sta imparando a riposare.”

Guardai quella foto a lungo.

Poi sospirai.

«Troppo tardi. Ho già cominciato.»

Nei giorni successivi il nostro gruppo cambiò completamente.

Uomini che si vantavano di sapere smontare un motore bendati discutevano del peso dei cuccioli.

Sandro arrivò con una bilancina.

Davide preparò una tabella per le poppate.

Carla portava asciugamani puliti.

Teresa, sessantatré anni, infermiera in pensione e motociclista da quando i caschi sembravano pentole, controllava tutto con precisione militare.

Avevamo deciso che i cuccioli meritavano nomi.

Nomi semplici.

Fango.

Sole.

Pepe.

Macchia.

Lilla.

E Speranza, l’ultima recuperata dalla rimessa.

La più piccola delle sei? No.

La più testarda.

Quella che Salice aveva attraversato l’acqua un’ultima volta per raggiungere.

Io cercai di non affezionarmi a Speranza.

Resistetti circa venti minuti.

Ogni volta che la tenevo in mano, Salice controllava.

Annusava le mie dita.

Guardava il cucciolo.

Aspettava che glielo restituissi.

Poi lo ricontava.

«Peggio di mia madre quando tornavo dalla discoteca», le dicevo.

Dopo due settimane Salice riusciva a camminare bene.

Dopo tre cominciò a uscire nel cortiletto della clinica.

Le pozzanghere, però, la terrorizzavano.

Se iniziava a piovere, si rannicchiava intorno ai cuccioli.

Una sera il temporale picchiò forte sul tetto.

Salice cominciò a tremare.

Mi sedetti fuori dal suo recinto.

«Non sei più là.»

Lei mi guardò.

«I piccoli sono qui. Nessuno è dall’altra parte dell’acqua.»

Non puoi spiegare a un animale che un trauma è finito.

Puoi solo ripeterglielo con i fatti.

Un giorno.

Poi un altro.

Poi un altro ancora.

Forse è così anche per noi.

Da ragazzi credevamo che per superare qualcosa bastasse non parlarne.

I nostri padri dicevano: “È passata.”

Le nostre madri nascondevano le lacrime mentre lavavano i piatti.

Noi siamo cresciuti imparando a mettere un coperchio sopra tutto.

Poi arrivi a sessant’anni e scopri che certi dolori non chiedevano di essere dimenticati.

Chiedevano soltanto di non essere affrontati da soli.

Salice venne a vivere da me prima ancora che i cuccioli fossero abbastanza grandi per essere adottati.

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