La porta della vecchia casa cedette al secondo colpo.
Io entrai per primo, convinto di trovare due ragazzini del paese venuti a bere di nascosto o qualche ladro in cerca di rame.
Invece sentii un ringhio.
Basso.
Profondo.
Di quelli che ti fermano il sangue.
«Fermi tutti.»
Alzai una mano e i cinque uomini dietro di me rimasero immobili.
Nel fondo del soggiorno, tra una credenza rovesciata e una finestra coperta con una coperta, c’era un cane enorme.
Un meticcio scuro, muscoloso, pieno di vecchie cicatrici.
E dietro di lui c’era un bambino.
Sette anni, forse.
Magro.
Pallido.
Con due occhi verdi troppo grandi per quella faccia.
Aveva una caviglia bloccata da una vecchia catena fissata a un tubo del termosifone. La pelle era arrossata, ma non c’era sangue.
Il cane gli stava davanti come una porta chiusa.
Intorno c’erano bottigliette d’acqua vuote, biscotti secchi, una coperta e una ciotola rovesciata.
Non sembrava che qualcuno fosse entrato lì da giorni.
Mi chiamo Vittorio Bellini.
All’epoca avevo cinquantasette anni, una barba grigia che mi faceva sembrare più vecchio, due braccia piene di tatuaggi e una faccia che, a detta di mia sorella, sembrava sempre sul punto di litigare con qualcuno.
Facevo parte di un piccolo gruppo di motociclisti della provincia di Modena.
Niente nomi importanti.
Niente insegne da film.
Eravamo meccanici, muratori, camionisti, un ex cuoco, un elettricista e un paio di pensionati troppo testardi per stare seduti al bar a giocare a carte.
La gente, però, vedeva soprattutto le giacche di pelle.
Le barbe.
Le moto rumorose.
Le facce segnate.
Quando arrivavamo in piazza, qualche signora stringeva la borsa.
Qualche padre tirava il figlio un po’ più vicino.
Ci eravamo abituati.
Ma quel bambino non aveva paura di noi.
Aveva paura che ce ne andassimo.
Mi guardò e strinse entrambe le braccia attorno al collo del cane.
Poi sussurrò:
«Vi ha mandati la mamma?»
Quella frase mi fece più male di un pugno.
Mi abbassai lentamente.
Non troppo vicino.
«Come ti chiami?»
«Matteo.»
«E lui?»
Il bambino accarezzò il cane.
«Rocco.»
Il cane continuava a fissarmi.
Aveva il corpo teso, ma non avanzava.
Sembrava distrutto dalla fame.
Eppure non aveva toccato quel bambino.
Anzi.
Gli si era praticamente consumato accanto.
Presi dalla tasca un pezzo di pane con della carne che avevo comprato poco prima in una bottega.
Lo posai a terra.
«Bravo, Rocco. Hai fatto il tuo lavoro.»
Il cane annusò.
Non mangiò subito.
Guardò Matteo.
Solo quando il bambino gli disse «vai», Rocco fece un passo.
Allora capii che non avevamo davanti un animale aggressivo.
Avevamo davanti una guardia stanca.
Dietro di me, Franco tirò fuori il tronchese che usavamo per i lucchetti.
«Vitto…»
Annuii.
«Piano.»
Mentre gli altri liberavano Matteo, io controllai la casa.
In cucina non c’era quasi nulla.
Il frigorifero era spento.
Sul tavolo trovai medicine, ricevute, una tazza con del caffè secco sul fondo.
Poi vidi una porta che scendeva verso il seminterrato.
Quello che trovai laggiù cambiò la mia vita.
Su un vecchio divano letto c’era una donna.
Sembrava addormentata.
Accanto aveva un album di fotografie.
Sul tavolino c’era una busta.
Sopra, disegnato a penna, c’era il simbolo che usavamo sul nostro piccolo circolo: una ruota con due ali.
Il disegno era storto.
Fatto a mano.
Sulla busta c’era scritto:
PER GLI UOMINI DELLE MOTO.
Mi tremarono le dita.
La donna si chiamava Elena Conti.
Aveva quarantadue anni.
Era la madre di Matteo.
Il medico avrebbe poi confermato che era morta per la malattia contro cui combatteva da tempo.
Nella lettera raccontava quello che nessuno del paese sapeva.
Per mesi aveva nascosto quanto fosse grave.
Non voleva pietà.
Soprattutto non voleva che Matteo finisse affidato ai parenti del padre.
Il padre del bambino non c’era più da anni.
La sua famiglia, però, pretendeva di decidere tutto.
Il nonno paterno, Arturo, era conosciuto in zona.
Camicia sempre stirata.
Macchina lucida.
Prima fila in chiesa alle occasioni importanti.
Saluti per tutti.
La famosa bella figura.
Elena, nella lettera, scriveva un’altra storia.
Raccontava di umiliazioni.
Di minacce.
Di un nipote adulto di Arturo che, durante una lite, aveva legato Matteo per spaventarlo mentre Rocco aveva cercato di difenderlo.
Elena era riuscita a portare via il bambino e il cane.
Si era rifugiata in quella vecchia casa appartenuta a una zia.
Poi le sue condizioni erano precipitate.
Non aveva più la forza di andare lontano.
La cosa che ancora oggi mi torna in mente, però, non è la parte sulla malattia.
È quello che scrisse di noi.
«Vi osservo dalla finestra da mesi.
Ho visto le persone cambiare marciapiede quando passate.
Poi ho visto voi portare la spesa alla signora Teresa quando si è rotta il femore.
Vi ho visto sistemare gratis la serranda della bottega di Nando.
Vi ho visto raccogliere coperte per chi dormiva alla stazione.
Vi ho visto aggiustare il tetto di un pensionato che non poteva pagare.
Fate paura a chi guarda da lontano.
Ma io vi ho guardati da vicino.
Siete uomini buoni con l’aspetto degli uomini cattivi.
Ho conosciuto troppi uomini cattivi con l’aspetto degli uomini perbene.»
Mi dovetti sedere.
Alla fine della lettera c’era una richiesta.
Una sola.
«Non lasciate che Matteo venga riportato da loro.
E non separate lui da Rocco.
Quel cane ha preso botte destinate a mio figlio.
Se Matteo vi chiederà di me, ditegli che lo amo più di tutte le stelle.»
Quando risalii, Matteo era libero.
Franco aveva avvolto la caviglia con una garza pulita presa dalla cassetta del pronto soccorso che tenevamo sulle moto.
Rocco mangiava lentamente.
Il bambino mi guardò.
«La mamma dorme ancora?»
A cinquantasette anni avevo seppellito mio padre, mia madre e due amici.
Ma non avevo mai dovuto dire a un bambino di sette anni che sua madre non si sarebbe svegliata.
Quella sera arrivarono ambulanza, carabinieri e servizi sociali.
Matteo fu portato in una struttura d’accoglienza temporanea.
Rocco venne affidato al servizio veterinario.
Matteo urlò quando li separarono.
Non dimenticherò mai quel suono.
«ROCCO!»
Il cane cercò di tornare indietro.
Non ringhiava.
Non mordeva.
Tirava soltanto verso quel bambino.
Io presi Matteo per le spalle.
«Ascoltami. Lo vado a prendere io.»
Mi fissò con gli occhi pieni di lacrime.
«Promesso?»
Non so perché risposi così.
Forse perché a una certa età capisci che esistono promesse che ti cambiano la vita appena le pronunci.
«Promesso.»
Passai i due giorni successivi tra uffici, telefonate, veterinari e un’avvocata consigliatami da un conoscente.
Rocco non era destinato automaticamente alla soppressione, come qualcuno temeva, ma il suo futuro era comunque incerto.
Era grosso.
Pieno di cicatrici.
Senza una storia sanitaria chiara.
Servivano visite, valutazioni comportamentali e qualcuno disposto ad assumersene la responsabilità.
Io firmai tutto quello che potevo firmare.
Pagai le visite.
Un educatore cinofilo lo valutò.
Rocco risultò spaventato dagli uomini che alzavano la voce, ma sorprendentemente docile nella vita quotidiana.
Quando finalmente me lo riconsegnarono temporaneamente, si appoggiò con tutto il peso contro le mie gambe.
Quaranta chili di cane che tremavano.
Gli dissi:
«Uno è fatto. Adesso andiamo a riprenderci Matteo.»
Quella, però, fu la parte difficile.
Perché Arturo Conti si presentò.
Completo blu.
Capelli bianchi perfetti.
Orologio elegante.
Avvocato al fianco.
E una frase che mi fece stringere i pugni.
«È sangue del mio sangue.»
Come se bastasse.
Io ero separato da anni.
Non avevo figli.
Vivevo in una casa modesta con un piccolo giardino.
Lavoravo ancora part-time in officina.
Avevo tatuaggi, una moto e amici che per metà del paese erano «quelli da evitare».
Arturo aveva una villetta grande.
Soldi.
Parenti.
Una reputazione rispettabile.
Sulla carta sembrava una partita già chiusa.
Ma Elena aveva lasciato la lettera.
E non soltanto quella.
Aveva conservato messaggi, fotografie e registrazioni.
Soprattutto, il tribunale non doveva decidere chi appariva meglio durante il pranzo della domenica.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





