Il rumore arrivò poco dopo mezzanotte.
Tre graffi leggeri sulla porta.
Una pausa.
Poi un altro.
Mi alzai dal divano così in fretta che sentii una fitta alla schiena.
Per sei mesi avevo immaginato quel suono quasi ogni sera. Per sei mesi avevo aperto la porta trovando solo il pianerottolo vuoto, il vaso del vicino e quella lampadina gialla che si accendeva in ritardo.
Quella notte, invece, dietro la porta c’era Luna.
La mia gatta.
Più magra.
Sporca di polvere.
Con una piccola tacca su un orecchio e il pelo arruffato come quello di chi aveva dormito dove capitava.
Ma era lei.
Gli stessi occhi verdi.
Lo stesso modo di inclinare la testa quando mi vedeva.
La stessa espressione che sembrava dire: “Allora? Mi fai entrare o devo compilare un modulo?”
Mi piegai sulle ginocchia.
«Luna…»
Non riuscii a dire altro.
Avevo sessantadue anni e credevo di aver pianto abbastanza nella mia vita.
Quando era morto mio padre.
Quando mia moglie Marina mi aveva lasciato dopo ventisette anni dicendomi che ormai vivevamo come due vicini educati.
Quando mio figlio Matteo era partito per lavorare a Milano e le telefonate erano diventate sempre più brevi.
Ma quella notte piansi per una gatta.
E non me ne vergogno.
Luna fece un passo verso di me.
Poi un altro.
Infine mi strofinò il muso contro la mano.
Fu allora che vidi qualcosa penzolare dal collare.
Un braccialetto di plastica bianca.
Come quelli degli ospedali.
Lo presi delicatamente.
C’erano scritte poche cose.
TERESA B.
STANZA 214
Rimasi a fissarlo.
«Chi è Teresa?»
Luna mi guardò.
Poi entrò.
Mangiò come se qualcuno potesse portarle via la ciotola da un momento all’altro.
Bevve.
Fece il giro del soggiorno.
Annusò il divano, la credenza, la vecchia coperta di Marina che non avevo mai avuto il coraggio di buttare.
Pensai che finalmente tutto sarebbe tornato normale.
Invece Luna andò davanti alla porta.
Si sedette.
E rimase lì.
Guardava il legno.
Poi guardava me.
Poi di nuovo la porta.
Come se fosse tornata soltanto per venirmi a prendere.
Luna era sparita all’inizio di luglio.
Io vivo in una cittadina emiliana di quelle dove il centro storico finisce improvvisamente e cominciano i capannoni, le villette degli anni Settanta, gli orti dietro le recinzioni.
Non siamo un paese vero e proprio.
Ma neppure una città.
Abbastanza piccoli perché tutti sappiano chi sei.
Abbastanza grandi perché qualcuno possa scomparire senza che nessuno se ne accorga.
Avevo cercato Luna dappertutto.
Nei garage.
Dietro il supermercato.
Nell’ex officina.
Nel parcheggio della chiesa.
Avevo messo fogli sui pali e lasciato il mio numero alla bottega di alimentari.
Per settimane, ogni volta che qualcuno telefonava, il cuore mi arrivava in gola.
«Ho visto una gatta grigia.»
Correvo.
Non era lei.
«Ce n’è una vicino alla rotonda.»
Correvo.
Non era lei.
Dopo due mesi la gente aveva smesso di chiedermelo.
Dopo tre avevo smesso di mettere volantini.
Dopo quattro avevo lasciato la ciotola fuori dalla porta, ma avevo smesso di crederci davvero.
Questa è una cosa che nessuno dice.
La speranza stanca.
Non è infinita.
A un certo punto devi continuare a vivere, anche se ti senti un traditore.
Quella notte, invece, Luna era lì.
E con lei c’era quel nome.
Teresa.
La mattina seguente non andai al bar.
Non lessi il giornale.
Non feci neppure il caffè con la moka grande, quella che uso sempre perché continuo a dimenticare che vivo da solo.
Presi il braccialetto.
Lo osservai ancora.
STANZA 214.
Pensai a una clinica.
A un ospedale.
Poi ricordai una residenza per anziani che si trovava dall’altra parte del quartiere, dietro il vecchio campo sportivo.
Non era una casa di riposo nel senso classico.
Era un edificio con piccoli appartamenti per persone anziane ancora autonome, ma con assistenza nelle emergenze.
Ci ero passato davanti cento volte.
Non avevo mai guardato dentro.
Arrivai verso le dieci.
Il corridoio odorava di detergente, brodo e bucato pulito.
Mi fermai davanti alla porta 214.
Luna era rimasta a casa.
Avevo paura di portarla con me senza sapere chi avrei trovato.
Bussai.
Nessuna risposta.
Bussai di nuovo.
Sentii una catena.
La porta si aprì di pochi centimetri.
Comparve il volto di una donna.
Avrà avuto settantotto, forse ottant’anni.
Capelli bianchi tagliati corti.
Una vestaglia blu.
Un viso piccolo, pieno di quelle rughe sottili che non fanno sembrare una persona vecchia.
La fanno sembrare vissuta.
«Sì?»
Le mostrai il braccialetto.
«Mi scusi. La mia gatta è tornata stanotte con questo attaccato al collare.»
La donna impallidì.
Poi portò una mano alla bocca.
«È tornata?»
Non disse: “Quale gatta?”
Disse: “È tornata?”
Mi si strinse lo stomaco.
«Lei conosce Luna.»
La donna aprì la porta.
«Luna.»
Ripeté il nome piano.
«Io la chiamavo Nuvola.»
Quasi mi arrabbiai.
Quasi.
Sei mesi passati a immaginare la mia gatta morta, investita, chiusa in qualche cantina.
E quella signora le aveva dato un nome nuovo.
«È stata qui sei mesi?»
Teresa abbassò gli occhi.
«È entrata dalla finestra una notte d’estate. C’era stato quel temporale forte, ricorda?»
Ricordavo.
L’acqua aveva allagato mezzo quartiere.
«Era fradicia. Tremava. Ho pensato che sarebbe uscita la mattina.»
Teresa fece un piccolo sorriso.
«Ma la mattina era ancora sul mio cuscino.»
Mi indicò l’interno.
L’appartamento era semplice.
Una poltrona vicino alla finestra.
Due fotografie incorniciate.
Un centrino sul tavolo.
Una vecchia credenza.
E due tazze appoggiate su un vassoio.
Due.
Anche se Teresa viveva sola.
Notò dove guardavo.
«Mio marito si sedeva lì.»
Indicò la sedia vuota.
«È morto quattro anni fa.»
Non sapevo cosa rispondere.
Teresa continuò.
«All’inizio ho cercato il proprietario. Davvero. Ho chiesto anche al custode. Poi sono stata poco bene.»
Si strinse le mani.
«E i giorni passano.»
Quella frase mi colpì più di quanto avrei voluto.
I giorni passano.
Da giovani sembra una banalità.
Dopo i sessanta è quasi una minaccia.
«Perché il braccialetto?»
Teresa sollevò il polso.
C’era un livido giallastro.
«Sono caduta una settimana fa. Mi hanno portata in ospedale per controllarmi.»
Poi sorrise, ma aveva gli occhi lucidi.
«Quando sono tornata, Nuvola… Luna… non c’era.»
«Quindi le ha messo il braccialetto prima?»
«Sì.»
Teresa si vergognava quasi.
«Avevo paura che succedesse qualcosa. Ho fatto passare il braccialetto nell’anello del collare. Ho pensato che, se fosse uscita, qualcuno avrebbe saputo almeno da dove veniva.»
Da dove veniva.
Quelle parole mi rimasero addosso.
Io avevo pensato per sei mesi che Luna fosse perduta.
Invece aveva passato quel tempo qui.
Con Teresa.
«Le teneva compagnia?»
Teresa abbassò lo sguardo.
«Mi faceva alzare dal letto.»
Disse solo quello.
Niente grandi discorsi.
Niente lacrime teatrali.
Mi faceva alzare dal letto.
E improvvisamente non riuscii più a essere arrabbiato.
Nel pomeriggio tornai con Luna.
Appena entrai nel corridoio, lei si agitò tra le mie braccia.
Davanti alla 214 cominciò a fare quel verso basso, quasi un borbottio.
Teresa aprì.
Luna mi saltò dalle braccia.
Entrò.
Si strofinò contro le gambe della donna.
Teresa rise e pianse nello stesso momento.
«Sei tornata.»
Luna saltò sulla poltrona vicino alla finestra.
La sua poltrona.
Lo capii subito.
Quello era stato il suo posto.
Io rimasi sulla soglia.
Fu una sensazione strana.
Avevo ritrovato la mia gatta.
E nello stesso momento capivo che una parte della sua vita non mi apparteneva più.
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