Quando tornammo a casa quella sera, Luna mangiò.
Poi si sedette davanti alla porta.
Alle nove e un quarto graffiò.
Tre volte.
Pausa.
Una volta.
«No.»
Mi guardò.
«Luna, siamo appena tornati.»
Graffiò di nuovo.
Presi il cappotto.
«Va bene. Ho capito.»
Cominciò così.
Quasi tutte le sere Luna mi accompagnava alla 214.
Facevamo cinquecento metri a piedi.
Io dietro.
Lei davanti.
Ogni tanto si fermava a controllare che la seguissi.
Sembravo uno scemo.
Un uomo di sessantadue anni che prende ordini da una gatta.
Al bar cominciarono a prendermi in giro.
«Oh, Giorgio, stasera hai il turno?»
Io sorridevo.
«Sì. Sono l’autista.»
La verità era che cominciavo ad aspettare quelle visite.
Teresa preparava il tè.
A volte tirava fuori i biscotti.
Quelli semplici.
Non comprava mai niente di costoso.
Diceva che a una certa età impari che il burro buono non aggiusta la solitudine.
Mi raccontò di suo marito, Franco.
Muratore.
Mani grandi.
Poche parole.
Ogni domenica voleva le tagliatelle fatte in casa.
Anche d’estate.
«Sudavamo tutti come matti, ma lui diceva che la domenica senza pasta fresca non era domenica.»
Mi raccontò della figlia Laura.
Viveva a Torino.
Lavorava molto.
Due ragazzi ormai grandi.
Una separazione complicata alle spalle.
«Mi telefona.»
Teresa lo diceva sempre.
Mi telefona.
Mai: “Viene.”
Mai: “Passiamo del tempo insieme.”
Mi telefona.
Anch’io dicevo così di Matteo.
Mio figlio.
Mi telefona.
All’inizio non ci feci caso.
Poi una sera, mentre Teresa piegava con cura un tovagliolo, mi chiese:
«Tuo figlio viene spesso?»
Mentii.
«Quando può.»
Lei alzò gli occhi.
Sorrise.
Gli anziani riconoscono le bugie che raccontano anche loro.
«Quando può.»
Ripeté.
E non aggiunse altro.
Con il tempo capii che Luna aveva costruito una specie di ponte.
Non solo tra me e Teresa.
Anche tra Teresa e il corridoio.
Una signora della stanza 208 cominciò a fermarsi davanti alla porta.
«C’è la gattina?»
Un uomo con il bastone, il signor Renato, portava ogni tanto un pezzettino di pollo.
Teresa protestava.
«La fate diventare enorme.»
Renato rispondeva:
«A noi vecchi rimangono due piaceri: mangiare e dare da mangiare.»
Aveva ragione.
Poco alla volta, davanti alla 214 cominciò a esserci movimento.
Poi arrivò il problema.
Un pomeriggio incontrai nel corridoio un uomo sui settant’anni.
Si chiamava Enrico.
Abitava di fronte.
Non era cattivo.
Questo è importante.
Le storie sono più facili quando qualcuno è cattivo.
La vita vera quasi mai.
Enrico aveva problemi respiratori.
Non amava gli animali nel corridoio.
Temeva peli, odori, porte lasciate aperte.
«Qui ci sono regole.»
Disse.
Non urlò.
Non insultò nessuno.
«Capisco che la signora Teresa sia affezionata, ma se ognuno fa come vuole, diventa un caos.»
Aveva anche ragione.
Ed è questo che rendeva tutto più difficile.
Una settimana dopo Teresa ricevette una comunicazione.
Luna non poteva restare liberamente negli spazi comuni.
Le visite con animali dovevano essere limitate e autorizzate.
Quando arrivai, Teresa aveva pianto.
Il foglio era sul tavolo.
«Non voglio problemi.»
Disse.
«Non voglio essere quella che disturba tutti.»
“Quella.”
Quella vecchia.
Quella sola.
Quella difficile.
Quella che chiede troppo.
Quante volte avevo sentito frasi così?
Persino da mia madre.
Negli ultimi anni diceva sempre:
«Non voglio disturbare.»
Come se avere bisogno di qualcuno fosse una colpa.
Luna saltò sulla poltrona.
Teresa la guardò.
«Forse è meglio che non la porti più.»
La sua voce era tranquilla.
Troppo tranquilla.
Io annuii.
Poi tornai a casa sentendomi un vigliacco.
Quella notte Luna graffiò la porta.
Non la aprii.
Lei rimase lì.
Io rimasi sul divano.
Due testardi.
Dopo mezz’ora venne vicino a me.
Mi fissò.
Poi tornò alla porta.
«Non posso.»
Le dissi.
Mi sentii ridicolo.
«Ci sono regole.»
Luna graffiò.
Quella sera telefonai a Matteo.
Non per raccontargli della gatta.
Non subito.
Gli chiesi:
«Come stai?»
«Bene, papà.»
«Davvero?»
Silenzio.
Poi sospirò.
«Sono stanco.»
Parlammo quaranta minuti.
Non succedeva da anni.
Quando chiusi la telefonata, capii qualcosa che mi fece male.
Per mesi avevo giudicato la figlia di Teresa.
“Potrebbe venire di più.”
“Dovrebbe accorgersene.”
E io?
Quante volte avevo risposto a mio figlio con “tutto bene” perché non volevo sembrare solo?
Quante volte avevo nascosto il bisogno per poi lamentarmi che nessuno lo vedeva?
Due giorni dopo scrissi un messaggio nel gruppo del quartiere.
Quello dove normalmente si discuteva di sacchi della spazzatura, parcheggi e biciclette sparite.
Raccontai la storia di Luna.
Senza dire il nome della struttura.
Senza accusare nessuno.
Scrissi della scomparsa.
Del ritorno.
Del braccialetto.
Di Teresa.
Alla fine aggiunsi:
“Non cerco soldi e non cerco colpevoli. Mi chiedo soltanto quante persone sole abbiamo davanti ogni giorno senza vederle.”
Il messaggio esplose.
Centinaia di risposte.
Molte belle.
«Mia madre vive sola.»
«Domani passo da mio zio.»
«Nel mio condominio c’è una signora anziana che non vedo da giorni.»
Altre furono terribili.
«La vecchia ti ha rubato il gatto.»
«Sei tu che l’hai perso.»
«Gli animali non sono assistenti.»
«Le regole vanno rispettate.»
«Basta usare gli anziani per fare pietà.»
Lessi troppo.
Errore.
Quando dai una storia alla gente, la gente vuole decidere chi è il santo e chi è il colpevole.
La vita, invece, non funziona così.
La sera andai da Teresa.
«Mi dispiace.»
Le dissi.
«Il messaggio è girato più di quanto pensassi.»
Lei era seduta vicino alla finestra.
«Lo so.»
«Se vuoi lo cancello.»
Teresa rimase zitta.
Poi disse:
«Sai qual è stata la cosa peggiore dopo la morte di Franco?»
Scossi la testa.
«Non il silenzio.»
Guardò fuori.
«Essere diventata invisibile.»
Quelle parole mi fecero abbassare gli occhi.
Il giorno seguente bussarono alla porta di Teresa.
Era Laura.
Sua figlia.
Cinquantadue anni.
Cappotto scuro.
Capelli legati male, come chi aveva guidato per ore.
Appena mi vide si irrigidì.
«Lei è Giorgio?»
«Sì.»
«Quello del messaggio?»
«Sì.»
Inspirò profondamente.
«Non so cosa pensava di ottenere.»
Teresa apparve alle sue spalle.
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