Entrai per adottare un gattino, ma il gatto del box 43 mi offrì qualcosa che non dimenticherò mai

Il gatto del box 43 mi offrì il suo vecchio orsetto: ero entrata cercando qualcosa di facile, uscii portandomi a casa una storia

L’orsetto arrivò contro lo sportello trasparente con un piccolo colpo secco.

Toc.

Il gatto dorato del box 43 mi fissò senza miagolare, poi spinse di nuovo quel pupazzo spelacchiato verso di me.

Toc.

Aveva un occhio solo, una cucitura aperta sulla pancia e il pelo consumato fino alla stoffa.

Sembrava vecchio quasi quanto certi ricordi che tenevo chiusi nei cassetti di casa.

Io, però, quel mattino non ero entrata lì per prendere un gatto con dei ricordi.

Ero entrata per fare una cosa semplice.

Prendere un gattino.

Piccolo.

Allegro.

Senza passato.

Soprattutto senza problemi.

Me lo ero ripetuto per tutto il tragitto dal mio paese fino al rifugio, con il riscaldamento dell’auto troppo alto e il bicchierino di caffè ormai freddo nel portabicchieri.

A sessantun anni pensavo di essermi meritata almeno una cosa facile.

Mio marito Paolo se n’era andato tre anni prima, dopo trentotto anni di matrimonio.

I nostri due figli vivevano lontano.

Davide lavorava a Torino e tornava quando poteva.

Elena aveva una famiglia sua vicino a Bologna e, tra lavoro, scuola dei ragazzi e mille corse, le nostre telefonate erano diventate una serie di:

«Mamma, ti richiamo dopo.»

Quel “dopo” a volte arrivava.

A volte no.

Non ero una donna abbandonata.

Non volevo fare la povera vedova che aspetta i figli alla finestra.

Avevo le mie amiche, il mercato del giovedì, le piante sul balcone, il corso di ginnastica dolce nella palestra comunale.

Avevo perfino imparato a pagare le bollette dal telefono, cosa che Paolo avrebbe considerato un segno della fine del mondo.

Ma la sera la casa era troppo ordinata.

Troppo silenziosa.

Il cucchiaio che cadeva nel lavello sembrava fare rumore in tre stanze.

Una domenica mia sorella Carla mi aveva detto:

«Prenditi un animale.»

«Alla mia età?»

«Anna, hai sessantun anni, non novantadue.»

«Un animale è un impegno.»

Carla aveva alzato gli occhi al cielo.

«Tu hai cresciuto due figli, assistito nostra madre e sopportato Paolo quando pensava di saper aggiustare l’impianto elettrico. Credo che tu possa gestire un gatto.»

Avevo riso.

Ma quella notte avevo cercato su internet.

Gattini da adottare.

Era iniziato così.

Nella mia testa era diventato presto un progetto preciso.

Un gattino avrebbe imparato le mie abitudini.

Non avrebbe avuto traumi.

Non avrebbe avuto strane paure.

Sarebbe cresciuto con me.

Un inizio pulito.

Era proprio quell’espressione che continuavo a usare dentro di me.

Un inizio pulito.

Come se a sessantun anni fosse possibile entrare in una stanza senza trascinarsi dietro niente.

Al rifugio mi accolse una donna sui cinquantacinque anni con i capelli corti e qualche ciocca grigia.

«Prima volta?»

Annuii.

«Cerco un gattino.»

Lei non fece nessuna faccia.

Niente prediche.

Indicò semplicemente un corridoio.

«I piccoli sono da quella parte. Gli adulti sono invece nei box sulla destra.»

Seguii subito il cartello dei cuccioli.

C’erano zampette che uscivano dalle grate, musetti minuscoli, occhi enormi.

Uno bianco e nero cercava di arrampicarsi sulla copertina.

Una micetta tigrata rincorreva una pallina.

Un rosso piccolissimo dormiva con il naso sotto la zampa.

Era esattamente ciò che volevo.

Carino.

Leggero.

Nuovo.

Stavo già pensando che avrei potuto scegliere la tigrata quando sentii quel rumore alle mie spalle.

Toc.

Mi voltai.

Il corridoio degli adulti era molto più tranquillo.

La gente passava lentamente.

Qualcuno guardava.

Pochi si fermavano.

In fondo c’era il box 43.

Dentro sedeva lui.

Grosso, color miele, con un orecchio leggermente storto e qualche baffo piegato.

Non correva avanti e indietro.

Non si strusciava contro lo sportello.

Non faceva niente per attirare l’attenzione.

Mi guardava soltanto.

Davanti alle zampe aveva quell’orsetto.

Il gatto lo spinse ancora.

Toc.

La volontaria si avvicinò.

«Quello è Miele.»

«Miele?»

«Sì. Gli hanno dato quel nome quando era piccolo.»

Mi abbassai un po’ per guardarlo meglio.

Miele rimase immobile.

«E l’orsetto?»

La donna inspirò piano.

«È arrivato con quello.»

«Di chi era?»

«Suo.»

Mi venne quasi da sorridere.

«Voglio dire… perché lo spinge contro lo sportello?»

La volontaria si appoggiò al muro.

«Lo fa con quasi tutti quelli che si fermano.»

Miele diede un altro colpetto al pupazzo.

«Come se volesse regalarlo?»

Lei esitò.

Fu quell’esitazione a cambiare qualcosa.

«Noi diciamo che fa un’offerta.»

La guardai.

«Un’offerta?»

«Quando qualcuno si avvicina, lui porta avanti la cosa a cui tiene di più.»

Mi tornò in mente mia madre.

Negli ultimi anni, quando noi figlie andavamo a trovarla, voleva sempre darci qualcosa.

Un sacchetto di biscotti.

Due limoni.

Un centrino.

Dieci euro nascosti nella borsa.

Come se dovesse pagare il diritto di essere ricordata.

Mi scacciai subito quel pensiero.

Un gatto era un gatto.

Non volevo trasformare tutto in una parabola sulla vita.

In quel momento arrivò una coppia.

Lui si fermò davanti al box.

«Questo è bello.»

La donna guardò l’etichetta.

«Sette anni.»

L’uomo fece una smorfia.

«Eh, però è già grande.»

«Andiamo a vedere i piccoli.»

Si allontanarono.

Miele non reagì.

Ritirò lentamente l’orsetto verso di sé.

Per un secondo lo tenne sotto il petto.

Poi lo spinse nuovamente contro lo sportello.

Toc.

Quello fu il momento in cui smisi di pensare alla micetta tigrata.

«Da quanto è qui?»

«Quasi quattro mesi.»

«E nessuno lo vuole?»

La volontaria fece un piccolo sorriso stanco.

«Qualcuno chiede informazioni. Poi vede l’età.»

«Sette anni non sono tanti.»

«Lo sappiamo.»

«È malato?»

«No.»

«Aggressivo?»

«Mai.»

«Sporca in giro?»

«No.»

«E allora?»

Lei mi guardò con quella calma che hanno certe persone abituate a vedere sempre la stessa scena.

«La gente vuole cominciare dall’inizio.»

Quelle parole mi colpirono.

Perché erano esattamente le mie.

Abbassai gli occhi.

Miele aveva appoggiato il muso sull’orsetto.

La stoffa sul dorso era quasi liscia da quanto era consumata.

«Perché è stato lasciato?»

«Un cambio di casa. Problemi economici. La famiglia non riusciva più a tenerlo.»

Nessun mostro.

Nessun cattivo.

Solo una famiglia arrivata in fondo alle proprie possibilità.

Conoscevo quella sensazione.

Da ragazza avevo visto mio padre contare le lire sul tavolo della cucina prima di andare a fare la spesa.

Avevo visto mia madre allungare il sugo con l’acqua quando arrivavano ospiti inattesi.

Eppure nessuno fuori casa avrebbe dovuto saperlo.

Bisognava sempre fare bella figura.

Scarpe lucidate per la messa.

Tovaglia buona la domenica.

Sorriso davanti ai vicini.

I problemi rimanevano dietro la porta.

Forse era per quello che a sessantun anni desideravo ancora disperatamente qualcosa senza problemi.

Mi rialzai.

«Posso vederlo fuori dal box?»

La volontaria sorrise appena.

«Certo.»

Aprì.

Miele non corse verso di me.

Non mi saltò addosso.

Prima prese l’orsetto con i denti.

Solo allora uscì.

Lo portò fino alla panchina e lo lasciò a terra.

Poi si sedette accanto.

«Lui viene con quello?» domandai.

«L’orsetto?»

«Sì.»

«Direi che è obbligatorio.»

Risi.

Era la prima risata vera della giornata.

Allungai una mano.

Miele annusò le dita.

Poi girò la testa.

Niente fusione immediata.

Niente scena da film.

Mi ignorò per quasi un minuto.

Stranamente, mi piacque.

«Non è molto ruffiano.»

«No.»

«Almeno siamo in due.»

La volontaria rise.

Rimasi lì mezz’ora.

Alla fine lei mi chiese:

«Vuole tornare a vedere i gattini?»

Guardai verso il corridoio.

Poi guardai Miele.

«No.»

La parola mi uscì prima che potessi pensarci.

Sentii lo stomaco stringersi.

«Credo che porto a casa lui.»

La volontaria non batté le mani.

Non disse che ero una persona speciale.

Mi porse soltanto i moduli.

Ed era giusto così.

Non stavo compiendo un gesto eroico.

Stavo scegliendo un gatto.

Solo che, mentre scrivevo il mio nome, avevo la sensazione che stessi firmando qualcosa di molto più grande.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto