Entrai per adottare un gattino, ma il gatto del box 43 mi offrì qualcosa che non dimenticherò mai

«A quell’età possono avere brutte abitudini.»

«Brava, io avrei scelto un cucciolo.»

Una donna scrisse:

«Ma siamo sicuri che un animale capisca davvero il valore di un pupazzo? Non umanizziamo tutto.»

Un’altra rispose.

Poi un’altra ancora.

In poche ore c’erano decine di persone che discutevano sotto la fotografia del mio gatto.

Rimasi sorpresa.

Pensavo che la gente litigasse solo per questioni importanti.

Invece, evidentemente, bastava un orsetto.

Stavo per rispondere male a una signora che aveva definito Miele “merce di seconda scelta”.

Avevo già scritto tre righe.

Poi cancellai tutto.

Miele era seduto vicino ai miei piedi.

Il pupazzo tra le zampe.

Lui non sapeva di essere diventato un argomento.

Per lui la questione era molto più semplice.

Quella era casa.

Io ero lì.

Il pupazzo era lì.

Per quella sera bastava.

Tra i commenti ne trovai uno diverso.

Una donna di nome Lucia scriveva:

“Cinque anni fa ho dovuto lasciare il mio gatto perché ho perso la casa dove vivevo. Aveva una copertina che portavo sempre con lui. Quando l’ho consegnato, ho lasciato anche quella. Ancora oggi mi chiedo se qualcuno gliel’abbia tenuta. Non sempre chi lascia un animale smette di amarlo.”

Rimasi a fissare lo schermo.

Poi spensi il telefono.

Il giorno dopo tornai al rifugio.

Non avevo una ragione precisa.

Forse volevo sapere qualcosa di più.

Forse volevo soltanto sentirmi dire che la famiglia di Miele non era stata cattiva.

La stessa volontaria mi riconobbe.

«Come va?»

«Comanda lui.»

Rise.

«Allora va bene.»

Esitai.

«Posso chiederti una cosa? Avete qualche informazione su chi lo aveva prima?»

Lei divenne seria.

«Qualcosa.»

Prese una cartellina.

Le note erano brevi.

Famiglia costretta a trasferirsi.

Nuovo alloggio non adatto.

Problemi economici.

Tentativi di affidarlo a conoscenti.

Poi la consegna al rifugio.

Niente melodrammi.

Solo vita.

Alla fine della cartella c’era la fotocopia di un foglio scritto a mano.

«Questo era insieme ai documenti.»

La volontaria me lo porse.

La calligrafia era incerta.

Probabilmente di un bambino.

Lessi.

“Si chiama Miele perché da piccolo era giallo come le caramelle al miele che piacciono a mio nonno. Per favore lasciategli il suo orso. Dorme vicino a lui da sempre. Mi dispiace.”

Dovetti fermarmi.

Rilessi.

“Mi dispiace.”

Un bambino che chiedeva scusa per una decisione che probabilmente non aveva preso.

Pensai a tutte le volte in cui, nella mia famiglia, qualcuno aveva chiesto scusa per cose che non poteva controllare.

Mia madre quando diventò troppo debole per vivere da sola.

«Mi dispiace darvi fastidio.»

Paolo durante l’ultimo anno.

«Scusami, Anna, devi fare tutto tu.»

Perfino Elena, il giorno in cui mi disse che si sarebbe trasferita.

«Mi dispiace lasciarti sola.»

Come se la vita fosse una colpa da distribuire.

«Posso avere una copia?»

La volontaria annuì.

Tornai a casa con quel foglio nella borsa.

Miele era sulla poltrona.

Quando entrai alzò la testa.

Poi scese.

Andò nel corridoio.

Tornò con l’orsetto in bocca.

Lo lasciò davanti alle mie scarpe.

Non riuscii a trattenermi.

Mi sedetti per terra.

«Senti, amico mio.»

Miele inclinò appena la testa.

«Credo che tu abbia avuto qualcuno che ti voleva molto bene.»

Mi sentii sciocca e continuai lo stesso.

«Solo che a volte voler bene non basta per poter tenere qualcuno vicino.»

Miele mi diede una testata sul polso.

Quella sera non scrissi nulla su internet.

Misi la fotocopia del biglietto in un cassetto.

Non volevo trasformare il dolore di un bambino in uno spettacolo.

Alcune cose devono rimanere fuori dagli occhi degli sconosciuti.

I giorni passarono.

Miele iniziò a cambiare.

Non diventò improvvisamente un gattino.

Non correva sulle tende.

Non faceva acrobazie.

Era un signore di mezza età con idee molto precise.

Alle sette voleva mangiare.

Alle nove si metteva sul davanzale.

Alle due del pomeriggio dormiva sulla coperta beige.

Alle cinque mi seguiva in cucina.

E l’orsetto viaggiava.

Lo trovavo davanti alla porta del bagno.

Accanto alle mie ciabatte.

Sul tappeto.

Una mattina perfino sul letto.

Avevo iniziato a capire.

Al rifugio Miele lo offriva.

A casa non lo offriva più.

Lo sistemava.

Come se stesse piantando piccole bandiere.

Qui sono stato.

Qui sono al sicuro.

Qui posso lasciare qualcosa di mio e ritrovarlo.

Una sera venne Carla.

Vide il pupazzo sul divano.

«Ancora vivo, vedo.»

«Più di noi.»

Si sedette.

Miele arrivò e le annusò una scarpa.

«Sai», disse Carla, «all’inizio pensavo avessi fatto una sciocchezza.»

«Lo so.»

«Come fai a saperlo?»

«Sei mia sorella da sessant’anni.»

Lei rise.

Poi diventò seria.

«Adesso però ti vedo diversa.»

«Per un gatto?»

«Non per il gatto.»

«E allora?»

Carla guardò l’orsetto.

«Prima volevi sempre che sembrasse tutto perfetto.»

Mi irrigidii.

«Non è vero.»

«Anna.»

Detestavo quando pronunciava il mio nome in quel modo.

Significava che aveva ragione.

«Quando Paolo stava male, se qualcuno telefonava dicevi che era tutto sotto controllo.»

«Perché lo era.»

«No. Eri distrutta.»

Abbassai lo sguardo.

Miele saltò sul divano.

Si mise accanto a me.

«Forse non volevo che la gente mi compatissi.»

«Lo so.»

«La compassione è pesante.»

«Anche fingere.»

Quella frase rimase nella stanza.

Miele allungò una zampa sull’orsetto.

Pensai a quel pupazzo.

Brutto.

Rotto.

Nessuno avrebbe mai scelto di metterlo in bella vista sul divano.

Eppure era diventato la cosa più sincera di casa mia.

La domenica successiva vennero di nuovo i ragazzi.

Quella volta non nascosi niente.

Sul tavolo c’erano le lasagne un po’ troppo cotte ai bordi.

Sul mobile c’erano ancora le medicine per la pressione.

Vicino alla poltrona c’era l’orsetto.

Elena lo guardò.

Non disse niente.

Dopo pranzo mi aiutò a sparecchiare.

«Mamma.»

«Mh?»

«Prima forse sono stata un po’ pesante.»

«Un po’?»

«Non rovinare le mie rare scuse.»

Sorrisi.

Lei appoggiò un piatto nel lavello.

«È solo che mi preoccupo. Sei sola.»

La guardai.

«Sono sola da tre anni, Elena.»

Abbassò gli occhi.

«Lo so.»

«Un cucciolo non avrebbe cambiato quello.»

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