Quando arrivammo a casa, appoggiai il trasportino nel soggiorno.
Miele rimase dentro.
L’orsetto stretto sotto una zampa.
Io mi sedetti sul pavimento.
«Va bene. Facciamo con calma.»
Mi sentii stupida a parlare da sola.
Paolo aveva sempre preso in giro chi parlava con gli animali.
«Fra un mese gli racconterai pure i problemi del condominio», avrebbe detto.
Quel pensiero mi fece sorridere e male insieme.
Misi acqua e cibo a poca distanza.
Poi aspettai.
Dieci minuti.
Venti.
Quaranta.
Il mio caffè diventò freddo per la seconda volta quel giorno.
Miele fece finalmente un passo fuori.
Annusò il tappeto.
Si fermò.
Tornò indietro.
Prese l’orsetto.
Lo portò fuori.
Poi uscì anche lui.
Prima il passato.
Poi il resto.
Quando lo vidi sistemarsi al centro del soggiorno mi venne una tentazione molto pratica.
Guardai il pupazzo.
Andrebbe lavato.
Era davvero malridotto.
Aveva macchie scure vicino a una zampa e un odore indefinibile di stoffa vecchia.
Allungai la mano.
Miele si alzò.
Non soffiò.
Non graffiò.
Semplicemente mise una zampa sull’orsetto.
Mi fermai.
Ci guardammo.
«Ho capito.»
Tirai indietro la mano.
«Non si tocca.»
Miele rimase così qualche secondo.
Poi si sdraiò.
Quella notte non venne sul letto.
Dormì dietro la poltrona di Paolo, che avevo tenuto anche se ormai nessuno ci sedeva più.
Aveva l’orsetto contro la pancia.
Alle due e cinquantatré mi svegliò un piccolo rumore.
Toc.
Accesi la lampada.
Miele era accanto al letto.
Davanti alle zampe c’era l’orsetto.
Per qualche istante non mossi neanche una mano.
Poi mi sedetti sul bordo del materasso.
«Che c’è?»
Miele spinse il pupazzo verso di me.
Toc.
Quello stesso rumore del rifugio.
Solo che adesso non c’era uno sportello fra noi.
Scesi dal letto.
Mi sedetti sul pavimento freddo.
Presi l’orsetto con entrambe le mani.
Quella volta non pensai alle macchie.
Non pensai alla lavatrice.
Non pensai ai germi.
Lo tenni con la cura con cui, tanti anni prima, avevo raccolto il coniglietto di pezza di Elena quando lei si addormentava sul divano.
Miele mi osservava.
«Resta.»
Dissi solo quello.
«Resta qui.»
Lui fece un passo avanti.
Poi appoggiò la testa contro il mio ginocchio.
Non furono neanche vere coccole.
Fu un contatto di pochi secondi.
Ma mi si chiuse la gola.
Perché conoscevo quel modo di avvicinarsi.
Era il modo in cui io stessa avevo ricominciato a vivere dopo Paolo.
Un passo.
Poi indietro.
Una cena con le amiche.
Poi tre giorni senza rispondere a nessuno.
Una passeggiata.
Poi una domenica intera chiusa in casa.
Il giorno dopo mia sorella venne a trovarmi.
Appena vide Miele disse:
«Ma è enorme!»
«Buongiorno anche a te.»
Carla si chinò.
«Pensavo prendessi un cucciolo.»
«Anch’io.»
Miele la osservava dalla poltrona.
L’orsetto sotto la zampa.
«E quello cos’è?»
«Il suo pupazzo.»
Carla fece una faccia.
«Anna, quello ha visto la guerra.»
«Non toccarlo.»
«Lo vuoi almeno lavare?»
«Non toccarlo.»
Carla mi guardò.
Poi guardò Miele.
«Ah.»
Quel suo “ah” diceva tutto.
Avevo già perso.
Nel giro di una settimana, Miele divenne argomento di famiglia.
Elena mi telefonò.
«Mamma, ma perché un gatto adulto?»
«Perché mi piaceva.»
«Non sai che carattere ha.»
«Nemmeno vostro padre sapeva che carattere avevo quando mi ha sposata.»
«Mamma.»
«Che c’è?»
«Sto parlando seriamente.»
«Anch’io.»
Davide fu più diplomatico.
«Se sei contenta tu…»
Quel “se sei contenta tu” era il modo moderno di dire: io non l’avrei fatto.
Poi arrivò la domenica.
Da quando Paolo non c’era più, cercavo comunque di mantenere il pranzo una volta al mese.
Ragù.
Lasagne.
Arrosto.
Patate.
Non importava se ormai i nipoti preferivano la pizza e Davide controllava il telefono ogni sette minuti.
Io apparecchiavo ancora con i piatti del servizio buono.
Abitudine.
O forse ostinazione.
Miele rimase quasi tutto il tempo nel corridoio.
L’orsetto era vicino alla sua cuccia.
A metà pranzo mio genero lo vide.
«Cos’è quella roba?»
«Il pupazzo di Miele.»
Elena fece una smorfia.
«Mamma, davvero lo tieni ancora?»
Posai la forchetta.
«Certo.»
«Ma è sporco.»
«Non è sporco.»
«Mamma, sembra trovato in un cassonetto.»
Mio nipote più grande intervenne.
«A me piace.»
Elena sospirò.
«Non sto dicendo niente sul gatto. Ma almeno il pupazzo…»
«Il pupazzo rimane.»
Ci fu quel silenzio particolare delle tavolate italiane.
Quello in cui tutti improvvisamente si interessano moltissimo alle patate.
Carla mi guardò dall’altra parte del tavolo.
Conosceva quella mia faccia.
«Anna…»
«Che c’è?»
«Niente.»
«Allora mangia.»
Sembrava una sciocchezza.
Un litigio per un pupazzo spelacchiato.
Ma non era quello.
Per tutta la vita avevo fatto sparire le cose brutte prima che arrivassero ospiti.
I medicinali di mamma dal tavolo.
Le bollette dalla credenza.
Le scarpe vecchie dall’ingresso.
La coperta bucata dalla poltrona.
I dolori dentro una frase:
«Tutto bene.»
La casa doveva sembrare a posto anche quando noi non lo eravamo.
Quell’orsetto, invece, restava lì.
Brutto.
Consumandosi.
Visibile.
Ed era importante per qualcuno.
Quindi bastava.
Dopo pranzo mio nipote si sedette a terra.
Miele gli si avvicinò lentamente.
Il ragazzo non tentò di accarezzarlo.
Rimase fermo.
Miele tornò indietro, prese l’orsetto e lo trascinò vicino a lui.
«Nonna.»
«Dimmi.»
«Me lo sta dando?»
Guardai Miele.
«Forse ti sta dicendo che si fida un pochino.»
Mio nipote sorrise.
«Allora non lo tocco.»
Fu la risposta più intelligente che sentii quel giorno.
Nei giorni successivi feci una foto a Miele.
Era sdraiato sulla poltrona, serio come un vecchio notaio, con l’orsetto incastrato sotto una zampa.
La mandai in una piccola pagina del paese dove si condividono foto di animali, ricette, oggetti smarriti e annunci vari.
Scrissi soltanto:
“Ero andata a prendere un gattino senza passato. Sono tornata con Miele, sette anni, e il suo vecchio orsetto con un occhio solo.”
Pensavo che avrebbero messo qualche cuoricino.
Invece iniziarono i commenti.
«Bellissimo.»
«Gli adulti sono speciali.»
«Io non lo farei mai, troppe incognite.»
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





