Lei arrossì. «Mi hanno richiamata stamattina. Mi hanno fatto un’offerta ragionevole. Ho pensato che fosse giusto ascoltarli. E poi… sono famiglia anche mia.»
«Famiglia che non hai mai visto,» risposi.
«Solo perché papà ce li ha tenuti nascosti,» ribatté lei. «E ha tenuto nascosto questo posto. Non ti sembra strano? Cos’altro ci ha nascosto?»
La domanda mi colpì nel punto giusto, perché sì, Giacomo aveva nascosto. Ma non per cattiveria.
Roberto intervenne con un gesto largo. «È passato tanto tempo. Litigi tra fratelli, cose vecchie. Adesso bisogna andare avanti.»
Alvise aprì una cartellina. «Abbiamo preparato una proposta equa. Onora la volontà di Giacomo, ma riconosce anche il legame storico della famiglia con la proprietà.»
«Molto generosi,» aggiunse Roberto. «Un terzo a lei, Caterina. Un terzo a Giulia. E un terzo diviso tra noi. Così siamo tutti sereni.»
Giulia mi guardò, occhi lucidi ma decisi. «Ha senso, mamma. Noi non ci facciamo nulla con un posto così. Possiamo vendere, prendere una cifra enorme, e chiudere la questione. Papà avrebbe voluto che fossimo al sicuro.»
Sentii la rabbia montare, ma mi sforzai di non urlare. Non dovevo perdermi. Non davanti a loro.
«Vostro fratello ha lasciato la proprietà a me,» dissi, guardando Roberto negli occhi. «Non a voi.»
Roberto cambiò appena espressione. «Perché era confuso. Negli ultimi anni…»
«Mio marito non era confuso,» dissi piano. «Era un uomo che pianificava anche l’aria che respirava.»
«E allora perché tutta questa segretezza?» intervenne Davide, con voce più morbida. «Perché comprare, nascondere, vietare? Queste non sono cose normali.»
Mi vennero in mente i video, la malattia, i quadri. Tutto aveva un senso, ma non potevo dire tutto davanti a quei tre.
In quel momento la porta laterale si aprì e comparve Elio, il gestore delle stalle. Aveva lo sguardo attento.
«Tutto bene, signora?» chiese.
Roberto lo fulminò. «È una questione di famiglia.»
«Elio è un mio dipendente,» dissi. «Ed è in casa mia.»
Alvise fece un sorriso sottile. «Anche il suo impiego rientra tra i beni da valutare, in attesa della risoluzione della disputa.»
Elio non arretrò. «Il signor Rinaldi mi ha assunto e mi ha fatto promettere che avrei protetto questa casa e la signora, se gli fosse successo qualcosa.»
Quelle parole mi diedero un appoggio. Respirai.
«Basta,» dissi. «Avete parlato abbastanza. Uscite.»
Giulia spalancò gli occhi. «Non stai nemmeno considerando?»
«Considererò qualsiasi proposta scritta con il mio avvocato,» risposi. «Non sotto pressione. E non in casa mia.»
Roberto lasciò cadere la maschera. «Questa proprietà vale decine di milioni con il giacimento. Possiamo farla semplice o molto difficile.»
«È una minaccia?» chiesi.
«È realtà,» rispose lui. «Lei è un’insegnante, Caterina. Noi abbiamo risorse. Giacomo, con tutto il rispetto, le ha lasciato un problema.»
Io pensai alla cartellina blu. Al portatile. A quel modo in cui Giacomo mi guardava quando credeva che non lo vedessi: come se sapesse che dentro di me c’era una forza che io stessa avevo dimenticato.
«Mio marito sapeva esattamente quello che faceva,» dissi. «Ora uscite. Giulia, tu puoi restare. Mangiamo qualcosa e parliamo da madre e figlia.»
Giulia esitò, poi guardò i tre uomini. Il dolore e la confusione le si leggevano addosso. «Io… io vado con loro, per ora. Dobbiamo chiarire.»
Mi baciò la guancia in fretta, come se avesse paura di fermarsi e ripensarci.
«Pensa all’offerta, mamma. Per favore.»
Li guardai andare via e mi sentii svuotata. In ventiquattro ore avevano infilato le mani nel dolore di mia figlia e avevano cominciato a spostarla, piano, verso di loro.
Elio rimase con me finché le auto sparirono. Poi si avvicinò, abbassando la voce.
«Signora… c’è una cosa che devo dirle. Il signor Rinaldi mi ha chiesto di non parlarne se non fosse stato necessario.»
Mi voltai. «Che cosa?»
Elio fece un gesto verso le stalle, poi oltre, verso un vecchio fienile più lontano, più brutto degli altri, lasciato apposta com’era.
«Riguarda l’estensione vera della proprietà. E quello che… è nascosto qui.»
Sentii il cuore accelerare. «Cosa intende?»
«Venga. È meglio non parlarne in casa. Alcune pareti, qui, hanno orecchie.»
Lo seguii fuori, nell’aria fredda. Camminammo tra i vialetti, passando accanto a edifici rimessi a nuovo. Poi arrivammo al fienile vecchio. Sembrava insignificante, quasi abbandonato.
Elio tirò fuori una chiave di ferro, diversa da quella d’ottone. «Dopo la prima visita dei fratelli, l’anno scorso, Giacomo è diventato ancora più cauto.»
«Sono venuti anche prima?» chiesi, sorpresa.
Elio annuì. «Quando si è saputo del giacimento nella zona, hanno cominciato a farsi vivi. Quel giorno Giacomo era qui. Non lo riconobbero subito.»
Mi attraversò un dolore improvviso. «Perché?»
Elio esitò. «Aveva… cambiato aspetto durante le cure.»
Le cure.
Io ingoiai la parola come un sasso.
Elio aprì il fienile. Dentro c’era polvere, balle di fieno, attrezzi vecchi. Sembrava davvero solo un posto qualunque.
Ma Elio si mosse sicuro, andò in un angolo, spostò alcune balle e scoprì una botola nel pavimento di terra battuta.
Mi si fermò il respiro.
Sollevò la botola, e apparve una scala di legno che scendeva nel buio.
«Giacomo l’ha fatta costruire l’inverno scorso,» disse. «Gli operai credevano fosse una cantina. Lui la chiamava “assicurazione”.»
Guardai il buco nel terreno, poi lui. «Che cos’è?»
Elio mi fissò. «Un posto dove suo marito ha preparato la guerra. E dove le ha lasciato tutto ciò che le serve per vincerla.»
Il mio stomaco si strinse. Sentii il peso di Giacomo come una mano sulla spalla, non per schiacciarmi, ma per sostenermi.
«Dopo di lei, signora,» disse Elio.
E io, con la chiave in tasca e il cuore pieno di domande, feci il primo passo giù nella terra del podere che mi era stato proibito.
Nel buio, un interruttore scattò. Le luci si accesero, rivelando un tunnel di cemento che si allungava come un corridoio segreto. Camminammo per decine di metri, finché il passaggio si aprì in una stanza grande, fredda, piena di armadi metallici, mappe appese alle pareti, un tavolo con computer e faldoni.
Elio allargò le braccia, come presentando un teatro.
«Benvenuta nella stanza di Giacomo,» disse. «Qui ha raccolto tutto: documenti, piani, prove. Tutto ciò che i suoi fratelli non devono vedere.»
Io mi avvicinai a una mappa enorme. Non mostrava solo il podere, ma anche terreni vicini, strade, colline. In rosso erano segnati punti con note scritte a mano, precise come formule.
«Che cosa sono?» chiesi, con la voce più bassa di quanto volessi.
Elio mi indicò una zona a ovest, colline scoscese, terra che sembrava inutile. «Loro guardano solo la parte facile, quella che si vede. Ma la ricchezza più grande… è qui. Sotto queste colline. E loro non lo sanno.»
Mi girai lentamente verso gli armadi pieni di faldoni.
«E non è tutto,» aggiunse Elio, prendendo un dossier spesso. «Giacomo ha raccolto anche altro. Roba che può farli smettere di respirare… anche senza un infarto.»
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