Elio chiuse la porta e rimase lì, con un’espressione quasi commossa.
«Lui sarebbe fiero,» disse piano.
Io non risposi. Guardai il salone, i quadri di cavalli, la rosa ormai secca accanto al portatile. Mi sentivo vincente e distrutta nello stesso istante.
Giulia mi abbracciò, forte. «Scusa,» mi sussurrò. «Scusa per come ti ho trattata.»
Le accarezzai i capelli come quando era piccola. «Non voglio scuse. Voglio che tu resti.»
«Resto,» disse lei. «Finché serve.»
Le settimane dopo furono fatte di cose pratiche e silenziose: documenti da sistemare, incontri brevi, telefonate. Io e Giulia guardavamo ogni mattina un video di Giacomo. Avevamo creato un rito semplice: caffè, una fetta di pane tostato, e poi la sua voce.
In uno dei video Giacomo parlò di me come pittrice, e Giulia mi guardò con occhi nuovi.
«Non sapevo che dipingevi così,» disse, quando vide i quadri.
«Neanche io lo sapevo più,» ammisi.
Un giorno entrai nell’atelier e presi un pennello. La mano mi tremava. Mi sembrava ridicolo a cinquantuno anni ricominciare. Ma poi mi ricordai la frase sul biglietto: Io ti ho dato lo spazio. Il resto è tuo.
Cominciai con piccoli tratti. Non per fare arte, ma per respirare.
Fu allora che capii: il podere non era un “affare”. Era un posto dove la vita poteva ricominciare senza chiedere permesso.
Giulia tornò in città per lavoro dopo un po’. Non poteva restare sempre. Ma veniva spesso, e ogni volta che arrivava, il podere sembrava più vivo.
Passarono mesi. L’autunno diventò inverno. Le colline si imbiancarono, e la casa, con il camino acceso, sembrava un’isola calda nel freddo.
Io decisi di restare lì almeno fino alla primavera. Non per fuggire dalla vecchia vita, ma perché questa nuova… mi stava guarendo in un modo che non avevo previsto.
Un pomeriggio, mentre stavo sistemando colori nell’atelier, il telefono squillò. Era Giulia.
«Mamma… ho avuto una visita strana,» disse.
Mi gelai. «Chi?»
«Davide. È venuto da me. Da solo.»
Sentii il sangue accelerare. «Cosa voleva?»
«Ha detto che voleva scusarsi,» rispose Giulia. «Ma poi ha fatto domande. Domande sul podere. Se ci vado spesso. Se ho notato movimenti strani. Se… se lì succede qualcosa.»
Mi appoggiai al tavolo. «Gli hai detto qualcosa?»
«No. Ho risposto poco. Ma mi ha messo addosso una sensazione… come se stessero preparando qualcosa.»
Rimasi in silenzio un attimo. «Brava. Hai fatto bene.»
Giulia respirò forte. «Ha detto anche un’altra cosa. Che Roberto è malato. Un problema al cuore. Che ha bisogno di cure serie.»
Un brivido mi attraversò. Il cuore. La stessa malattia.
«Stai attenta,» dissi. «Non so se è vero o se è un’altra recita. Ma in ogni caso… non sei tu la loro soluzione.»
«Lo so,» rispose Giulia, e la sua voce tremò un poco. «È solo… strano. Pensare che papà…»
Non finì. Non serviva.
Quella notte andai nel bunker. Avevo bisogno di capire se Giacomo avesse previsto anche questo.
Cercai tra i faldoni finché trovai una cartellina sottile, in basso, con un’etichetta: Se tornano.
Dentro c’erano fogli già pronti, contatti, un piano. E in fondo… una busta chiusa, con scritto: Per Roberto.
Attaccato c’era un biglietto di Giacomo: Ultima risorsa. Solo se necessario.
La presi con delicatezza, come si prende una cosa che brucia.
Salii. La misi in tasca. E aspettai.
Il mattino dopo, Elio bussò alla porta della mia camera.
«Sono al cancello,» disse. «Tutti e tre. E con loro ci sono due uomini: uno sembra un medico, l’altro… un avvocato.»
Mi vestii lentamente, come se ogni gesto fosse una scelta. Attaccai una piccola spilla registratore che Giulia mi aveva comprato tempo prima “per le riunioni difficili”. Non era una cosa da film: era prudenza.
Li feci entrare, ma solo fino al salone. Elio rimase vicino, discreto.
Roberto, quando lo vidi, mi colpì. Era dimagrito, il viso più grigio, gli occhi meno duri. Sembrava un uomo che non dorme.
«Caterina,» disse, e la voce non aveva più lo stesso comando. «Grazie per averci ricevuto.»
«Sedete,» risposi, senza cordialità e senza ostilità. «Dite.»
Il medico fece un cenno educato. L’avvocato posò una cartella.
Roberto prese fiato. «Ho la stessa malattia che ha ucciso Giacomo. Una cardiomiopatia. È… avanzata.»
Non provai gioia. Non provai vendetta. Provai solo una tristezza scura.
«Mi dispiace,» dissi. «Ma perché siete qui?»
Il medico parlò con voce professionale. «Perché in questi casi i familiari possono essere compatibili per alcune procedure. E… la figlia del signor Rinaldi potrebbe—»
Mi si strinse lo stomaco. «State chiedendo a mia figlia di fare test?»
Alvise si affrettò. «Solo analisi di base. Nulla di invasivo.»
«E se fosse compatibile?» chiesi, guardandoli uno per uno.
Roberto deglutì. «Se fosse compatibile… spereremmo che lei valutasse un gesto. Per salvare una vita.»
Mi sentii tremare, ma rimasi ferma. «Voi avete provato a rubarci il podere. Avete provato a separarci. Avete usato il dolore di mia figlia. E ora venite qui a chiederle di salvarvi?»
Roberto abbassò gli occhi. Per un attimo sembrò davvero umano. «Capisco come suona. Ma… siamo sangue. Siamo…»
«Sangue non è amore,» dissi piano. «Sangue è biologia. L’amore è scelta.»
Allora tirai fuori la busta di Giacomo.
«Lui ha lasciato questo per voi,» dissi a Roberto. «Con istruzioni precise. Credo che questo sia il momento.»
Roberto fissò la busta come se vedesse un fantasma. La prese con mani leggermente tremanti, ruppe il sigillo e lesse.
Il suo volto cambiò mentre scorreva le righe. Il colore sparì. L’aria nella stanza si fece pesante.
Alvise e Davide si sporgevano, inquieti.
«Che cos’è?» chiese Alvise.
Roberto non rispose. Passò la lettera ad Alvise. Davide si mise dietro, leggendo sopra la sua spalla.
E anche i loro volti si trasformarono. Prima incredulità, poi shock, poi qualcosa che somigliava a paura.
«Non è possibile,» mormorò Alvise.
Roberto fece una risata amara. «È possibile eccome. E lui lo sapeva.»
Io li guardai, fredda e curiosa insieme. «Che cosa c’è scritto?»
Roberto sollevò gli occhi. Dentro c’era una fragilità che non avevo mai visto. «Giacomo ha scoperto che nostro padre… aveva un’altra famiglia. Da anni. Due figli. Un maschio e una femmina. E…»
Si fermò, come se la parola gli facesse male.
«E condividono la compatibilità,» completò il medico, che aveva capito al volo la conseguenza. «Se è vero… potrebbero essere donatori più adatti della nipote.»
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.






