Tornò con un orsacchiotto per sua figlia, ma ciò che vide dietro quella porta lo lasciò senza parole

Elena non rispose.

Matteo si alzò, tenendo Giulia per mano.

«Dov’è la sua stanza?»

«Lo sai dov’è.»

«Voglio vederla.»

«È in disordine.»

«Voglio vederla.»

Attraversarono il corridoio.

Giulia camminava dietro il padre, con gli occhi fissi sul pavimento.

Quando Matteo aprì la porta della cameretta, trovò un letto rifatto alla perfezione, cuscini decorativi, bambole disposte in fila e nessun vestito nell’armadio.

Sembrava una stanza preparata per una fotografia.

Non per una bambina.

Matteo aprì il primo cassetto.

Vuoto.

Il secondo.

Vuoto.

Sul comodino non c’erano libri, disegni o bicchieri d’acqua.

Soltanto una fotografia incorniciata di loro tre al mare, scattata quattro anni prima.

«Dove dormi?» chiese a Giulia.

Lei guardò la madre.

Elena serrò le labbra.

«Giulia», disse Matteo, «puoi dirlo a me.»

La bambina indicò in fondo al corridoio.

La lavanderia era una stanza stretta, senza tende.

C’erano una lavatrice, un’asciugatrice, due scaffali pieni di prodotti per la pulizia e una brandina pieghevole sistemata accanto al termosifone spento.

Sotto il cuscino, Giulia teneva tre cose.

Un quaderno di scuola.

Una fotografia di suo padre.

E una maglietta di Matteo che aveva conservato perché, dopo mesi, aveva ancora un leggero odore del suo dopobarba.

Matteo prese la fotografia.

Le dita gli tremavano.

«Perché?»

Elena era rimasta sulla porta.

«La sua stanza si sporcava continuamente. E poi ho dovuto usarla quando sono venuti alcuni ospiti.»

«Otto mesi di ospiti?»

«Non essere ridicolo.»

Matteo si voltò.

«Hai fatto dormire nostra figlia in lavanderia.»

«Aveva un letto.»

«Accanto ai detersivi.»

«Sono chiusi.»

Giulia si portò le mani alle orecchie.

«Per favore», mormorò. «Non litigate. È colpa mia. Una volta ho rovesciato il succo sul copriletto.»

Matteo la guardò.

In quel momento comprese la parte peggiore.

Giulia non temeva soltanto sua madre.

Si sentiva responsabile.

Credeva di meritare tutto.

Matteo si abbassò davanti a lei.

«Ascoltami bene. Non è colpa tua.»

La bambina lo fissò, incerta.

«Ma io faccio pasticci.»

«I bambini fanno pasticci.»

«Mamma dice che tu sei partito perché ero diventata difficile.»

Matteo chiuse gli occhi.

Per un attimo dovette appoggiare una mano al muro.

Elena parlò subito.

«Non ho mai detto una cosa simile.»

Giulia strinse le dita del padre.

«Hai detto che papà aveva bisogno di stare lontano da noi.»

«Non era quello che intendevo.»

Matteo si alzò.

«Vai a mettere le scarpe», disse alla figlia.

«Quali?»

La domanda lo trafisse.

«Quelle che preferisci.»

Giulia rimase ferma.

«Non posso prendere quelle rosse. Sono per le foto.»

Matteo si passò una mano sul volto.

Poi andò nella cameretta perfetta, aprì l’armadio e trovò quattro paia di scarpe nuove ancora nelle scatole.

Prese quelle rosse.

Gliele infilò con delicatezza.

Erano quasi troppo piccole.

«Stiamo uscendo», disse.

Elena gli si parò davanti.

«Non puoi portarla via così.»

«È mia figlia.»

«È anche mia.»

«Lo ricorderò quando parlerò con chi deve intervenire.»

Il volto di Elena cambiò.

Non era più la donna sorridente delle fotografie.

Non era più la padrona di casa che riceveva gli ospiti con le lasagne fumanti e i tovaglioli ricamati.

Era una donna impaurita dall’idea che il paese potesse guardare oltre la facciata.

«Non vorrai mettere in mezzo estranei», disse. «Possiamo risolvere tra noi.»

Matteo estrasse il telefono.

«Ho già chiesto aiuto mentre tu eri in cucina.»

Elena impallidì.

«Hai fatto cosa?»

«Ho chiamato il medico di guardia, i servizi competenti e mia madre.»

«Tua madre?»

La parola le uscì come un insulto.

Teresa Bellini aveva settantadue anni e abitava ancora nell’appartamento sopra il vecchio forno del marito.

Non aveva mai amato la villa.

Diceva che una casa dove non si poteva appoggiare una tazza senza sottobicchiere non era una casa, ma una sala d’attesa.

Elena considerava Teresa una donna invadente, antiquata e troppo diretta.

Matteo, negli ultimi anni, l’aveva ascoltata poco.

Quando sua madre gli chiedeva perché Giulia non passasse più da lei dopo la scuola, lui ripeteva la spiegazione di Elena: compiti, corsi, stanchezza.

Quando Teresa diceva che la nipote sembrava dimagrita, Matteo pensava che fosse la solita apprensione da nonna.

Ora ogni frase di sua madre tornava a colpirlo.

«Domani dovevate fare il pranzo perfetto», disse Matteo. «Volevi invitare mezzo paese mentre nostra figlia dormiva qui dentro.»

«Non usare parole assurde.»

«Quali parole sarebbero assurde?»

«Sembra che io le abbia fatto chissà cosa.»

Matteo indicò la brandina.

«Guardala.»

Elena distolse gli occhi.

«Le ho dato tutto.»

«Le hai dato una casa che non poteva toccare.»

«Ha vestiti.»

«Che può indossare solo nelle fotografie.»

«Ha cibo.»

Giulia si mosse appena.

Matteo se ne accorse.

«Quando hai mangiato l’ultima volta?»

La bambina guardò la finestra.

«Ieri sera.»

«Cosa?»

«Un pezzo di pane.»

Elena sbuffò.

«Aveva rifiutato la minestra.»

«Era piccante», disse Giulia quasi senza voce.

«Non era piccante.»

«Mi bruciava la bocca.»

Matteo prese il cappotto della figlia dall’attaccapanni.

Era sottile e corto sulle maniche.

Le fece indossare il proprio maglione sotto.

Poi raccolse l’orsacchiotto dal salone e glielo mise tra le braccia.

«Era per il tuo compleanno», le disse. «Sono arrivato tardi.»

Giulia lo strinse al petto.

«Può venire con noi?»

«Certo.»

«Anche se sporca il sedile?»

Matteo si inginocchiò un’altra volta.

«Puoi sporcare il sedile. Puoi far cadere le briciole. Puoi rovesciare l’acqua. Puoi svegliarti di notte. Puoi piangere. Puoi perfino arrabbiarti con me.»

Le labbra della bambina tremarono.

«Non mi mandi via?»

Matteo la abbracciò così forte da farle sentire il suo cuore.

«Mai.»

Il suono di un bicchiere infranto li fece voltare.

Il calice era scivolato dalle mani di Elena.

Il vino si allargava sul marmo appena pulito.

Giulia fece istintivamente un passo verso il mocio.

Matteo la fermò.

«Lascialo lì.»

«Ma si macchia.»

«Che si macchi.»

Il campanello suonò.

Una volta.

Poi ancora.

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