Quasi un anno dopo il giorno in cui non riuscii a lasciare Tempesta al rifugio, fu ancora lei a riportarmi nel posto dove tutto era cominciato.
Pioveva di nuovo.
Non una pioggia forte.
Quelle gocce ostinate, fredde, che non fanno rumore ma ti entrano nelle ossa.
Era la prima settimana di ottobre.
Il periodo in cui l’aria cambia.
Il periodo in cui il corpo si ricorda le cose prima ancora della testa.
Da qualche giorno dormivo peggio.
Mi svegliavo prima della sveglia.
Restavo steso a guardare il soffitto, con la sensazione precisa che stesse per arrivare una data che non volevo guardare in faccia.
Tempesta, in quei giorni, mi stava sempre più attaccata del solito.
Mi seguiva in bagno.
In cucina.
Fino alla porta di casa quando uscivo a buttare l’immondizia.
Se mi sedevo, saltava accanto a me.
Se restavo in piedi troppo a lungo senza motivo, mi girava attorno alle caviglie come per dirmi:
“Non ricominciare.”
La camera di Bianca era ancora quasi tutta uguale.
Non era più chiusa come prima.
Ogni tanto entravo, aprivo la finestra, cambiavo l’aria, piegavo qualcosa che non ce n’era bisogno.
Ma ci restavo poco.
Il giusto per non sentirmi un vigliacco.
Non abbastanza da sentirmi un uomo coraggioso.
Quella sera tornai a casa con due buste della spesa e il giornale infilato sotto il braccio.
Appoggiai tutto sul piano della cucina, mi tolsi la giacca bagnata e mi accorsi che la porta d’ingresso non si era chiusa bene.
Uno spiraglio.
Piccolo.
Ma abbastanza.
Il mio stomaco fece un tuffo.
“Tempesta?”
Silenzio.
Lasciai lì tutto e la chiamai di nuovo.
Niente.
Guardai sotto il tavolo, dietro il divano, nel bagno, nel ripostiglio, perfino sopra l’armadio dove ogni tanto si arrampicava come una ladra convinta di abitare da sola.
Niente.
Uscii senza neanche richiudere bene.
La pioggia mi prese in faccia subito.
Feci il giro del giardino.
Mi abbassai sotto la siepe.
Guardai sotto la macchina.
La chiamai per nome con quella voce assurda che usano le persone quando hanno paura e fingono di no.
“Tempesta. Dai. Basta scherzi.”
Mi sentii ridicolo già mentre lo dicevo.
Un anno prima avrei pensato:
È solo una gatta.
Quella sera no.
Quella sera avevo il cuore in gola come uno che sta per perdere qualcuno un’altra volta.
Camminai fino all’angolo.
Poi fino alla piazzetta.
Poi lungo il marciapiede che porta verso la strada principale.
Continuavo a guardare sotto le auto parcheggiate, nei portoni, nei piccoli spazi bui tra un cancello e l’altro.
Più andavo avanti, più un pensiero si faceva largo.
Un pensiero stupido.
Irragionevole.
E proprio per questo impossibile da ignorare.
Così presi la direzione del supermercato.
Quello dietro cui Bianca l’aveva trovata.
Non mi chiesi neanche perché.
Ci andai e basta.
Arrivai col fiato corto e i pantaloni già fradici alle caviglie.
Sul retro, vicino ai cassonetti, c’era la luce giallastra del parcheggio che tremava sull’asfalto bagnato.
Odore di cartone umido.
Di frutta marcia.
Di pioggia vecchia.
E lì la vidi.
Tempesta era accucciata sotto la tettoia laterale, tutta bagnata ma immobile.
Non stava scappando.
Non stava cacciando.
Fissava qualcosa sotto un pallet rovesciato.
Accanto a lei c’era una ragazzina magra con una felpa troppo grande e i capelli raccolti male, inginocchiata per terra con un cartone in mano.
“Piano,” stava dicendo. “Piano, dai. Non ti faccio niente.”
Mi avvicinai.
La ragazzina alzò gli occhi verso di me, poi guardò Tempesta e disse:
“È sua?”
Annuii.
La voce mi uscì più ruvida del solito.
“È scappata.”
La ragazzina fece un piccolo cenno verso il pallet.
“Qui sotto c’è un gattino. Credo da stamattina. Lei non si muove da qui.”
Mi chinai anch’io.
All’inizio vidi solo buio.
Poi due occhi enormi.
Troppo grandi per quella faccia minuscola.
Un mucchietto rossiccio, zuppo, tremante.
“Non posso lasciarlo qui,” disse la ragazza. “Con questa pioggia non arriva a domani.”
Quelle parole mi colpirono in pieno petto.
Perché non erano nuove.
Erano le stesse, solo con un’altra voce.
Mi passai una mano sulla faccia bagnata.
“Io non posso prendere un altro gatto.”
Lei non si offese.
Non fece quella faccia giudicante che fanno certi ragazzi quando pensano che un adulto stia sbagliando.
Disse solo:
“Neanche io posso. Però stanotte qui muore.”
Tempesta, a quel punto, fece un verso basso.
Non un miagolio.
Quel suono corto che faceva quando voleva richiamare Bianca in una stanza.
La ragazza si girò verso di me.
“Mi aiuta?”
Restai fermo un secondo di troppo.
Poi mi tolsi la sciarpa.
Mi inginocchiai nel bagnato.
In due spostammo piano il pallet quel tanto che bastava.
Il gattino indietreggiò, soffiò senza forza, cercò di farsi più grande di quello che era.
Tempesta avanzò di mezzo passo.
Si abbassò.
Batté una volta le palpebre.
Il gattino smise di agitarsi.
Fu una cosa di un secondo.
Ma io la vidi.
La stessa gatta che un tempo consideravo cattiva, ingestibile, mezza selvatica, stava lì a tranquillizzare una creatura terrorizzata meglio di quanto sapessi fare io.
“Adesso,” sussurrò la ragazza.
Allungai la sciarpa, lo presi come potevo e me lo strinsi contro il petto.
Pesava niente.
Caldo quasi zero.
Cuore impazzito.
“Ci siamo,” dissi, anche se non sapevo a chi lo stessi dicendo davvero.
La ragazza si alzò e si pulì le mani sui jeans.
“Grazie.”
Tempesta mi si strusciò contro la gamba come se quella fosse stata, da sempre, la conclusione ovvia della serata.
La guardai.
“Tu mi vuoi morto.”
La ragazza rise piano.
Era una risata breve, stanca, ma vera.
“Bianca diceva una cosa simile.”
Io alzai la testa di colpo.
“Tu conoscevi mia figlia?”
Lei si morse il labbro, come se avesse capito troppo tardi di aver detto qualcosa di grande.
“Di vista. Cioè… sì. Veniva qui spesso.”
Sentii il sangue fermarsi per un attimo.
“Come ti chiami?”
“Nora.”
“Quanti anni hai, Nora?”
“Quindici.”
Annuii.
Poi guardai di nuovo il gattino nella sciarpa.
“Che vuol dire che Bianca veniva qui spesso?”
Nora si strinse nelle spalle.
“Portava da mangiare ai gatti dietro il parcheggio. Non tutti i giorni. Di solito il giovedì sera. Diceva che se uno li abitua male, poi dipendono, ma se li aiuti a superare il freddo è diverso.”
Io rimasi zitto.
Bianca non me l’aveva mai detto.
O forse me l’aveva detto in uno di quei momenti in cui io rispondevo distratto, convinto che avremmo avuto tempo.
Nora continuò:
“Una volta mi ha visto qui dietro che provavo a dare un pezzo di focaccia a un gatto nero. Mi spiegò che andava meglio l’umido, e che l’acqua d’inverno andava cambiata più spesso. Parlava come una che si arrabbia poco ma quando decide una cosa non la smuovi.”
Senza volerlo, feci mezzo sorriso.
“Sì. Era così.”
Nora abbassò gli occhi sul gattino.
“Non sapevo che fosse…”
Non finì la frase.
Non ce n’era bisogno.
“È morta l’anno scorso,” dissi io.
Lei fece solo:
“Mi dispiace.”
Niente pietà esagerata.
Niente voce finta.
Solo due parole dette bene.
A volte bastano.
Tornai a casa con Tempesta nel trasportino, il gattino avvolto nella mia sciarpa e Nora sotto l’ombrello che ci accompagnò fino alla macchina.
Prima di chiudere lo sportello mi disse:
“Abito nel palazzo giallo dietro la farmacia. Se domani vuole, posso passare a vedere se respira ancora.”
Quella frase mi fece quasi ridere e quasi piangere insieme.
“Va bene,” dissi. “Passa.”
In cucina stesi un asciugamano vecchio dentro una scatola di scarpe.
Misi una borsa dell’acqua tiepida sotto metà del fondo, come ricordavo di aver visto fare a Bianca anni prima.
Tempesta saltò sulla sedia e osservò tutto con quell’aria da supervisore che la caratterizzava da sempre.
“Non iniziare a montarti la testa,” le dissi.
Lei, naturalmente, se ne infischiò.
Il gattino mangiò pochissimo.
Si addormentò quasi subito.
Ogni tanto apriva gli occhi, come per controllare che il mondo fosse ancora lì e ancora ostile.
Poi crollava di nuovo.
Io rimasi in cucina più del necessario.
Seduto.
Con le braccia conserte.
A guardare quel respiro minuscolo salire e scendere.
Mi tornò in mente Bianca, fradicia anche lei, in piedi davanti a me con Tempesta avvolta nella felpa.
“Papà, non cominciare. Lei resta.”
Per la prima volta dopo tanti mesi, invece di evitare quel ricordo, lo lasciai stare.
Lo guardai tutto.
Il tono della sua voce.
Le gocce sul pavimento.
Il modo in cui teneva quella bestiola come si tiene qualcosa di rotto ma salvabile.
E capii una cosa semplice, quasi stupida.
Bianca non raccoglieva solo gli animali.
Raccoglieva quello che gli altri lasciavano indietro.
La mattina dopo il gattino era ancora vivo.
Sembrava già un miracolo.
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